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Potrebbe essere l’uomo della pace Terry Branstad il nuovo ambasciatore americano in Cina. Una mossa pensata dal presidente Donald Trump per tendere la mano a Pechino e mostrarsi meno astioso rispetto a una campagna elettorale che aveva individuato nell’ex Celeste Impero il nemico numero uno degli americani.

Branstad, 71 anni, è il governatore con più anni al comando di uno Stato nella storia degli Stati Uniti, superando anche il regno di 21 anni appartenuto a George Clinton, governatore di New York nell’Ottocento. È a capo dello stato dell’Iowa dal 2011, dopo esserlo già stato dal 1983 al 1999 (quando è riuscito a portare il tasso di disoccupazione del suo Stato dall’8,5% al 2,5%) ed è un amico di lunga data del presidente cinese Xi Jinping. Qualche giorno prima delle elezioni americane, durante un comizio a Sioux City, Trump disse di Branstad che “è il nostro primo candidato per la gestione dei rapporti con la Cina”.

Xi e Branstad infatti si sono conosciuti a metà degli anni Ottanta, quando l’attuale leader cinese si trovava nell’Iowa per studiare da vicino il settore agricolo, di cui si occupava come funzionario della provincia di Hebei. Da allora, si sono sempre mantenuti in contatto, creando un forte legame nonostante le evidenti differenze culturali. Tutto questo perché la Cina, ebbene ricordarlo, è il secondo mercato estero per l’Iowa, dietro il Canada: nel 2015, secondo i dati dello U.S.-China Business Council, l’Iowa ha infatti esportato nel Paese asiatico 2,3 miliardi in beni e 273 milioni in servizi.

A favore di Branstad ha giocato anche la fedeltà a Trump di cui è stato da sempre un sostenitore, a differenza di alcuni leader del partito nel suo Stato. Basti pensare che suo figlio Eric ha guidato la campagna del presidente eletto in Iowa, dove ha vinto con circa 9 punti di vantaggio sulla democratica Hillary Clinton, il migliore risultato repubblicano ottenuto nello Stato del Midwest dai tempi di Ronald Reagan.

Quale sarà adesso il suo ruolo e come imposterà la partita diplomatica con il Dragone cinese? L’ex governatore dell’Iowa ha sempre detto che vuole avere un “ruolo costruttivo” nel futuro delle relazioni tra Washington e Pechino. Basta ripescare le sue dichiarazioni all’agenzia di stampa cinese Xinhua. “Gli Stati Uniti vogliono continuare a migliorare le relazioni e aumentare il commercio tra i due Paesi” spiegava Branstad “dobbiamo risolvere le molte differenze in maniera win-win, perché siano di beneficio sia agli Stati Uniti che alla Cina e al resto del mondo”. Branstad si soffermava inoltre sugli investimenti cinesi negli Stati Uniti, triplicatisi nel 2016 e arrivati a 46,5 miliardi di dollari. “Penso che abbiamo visto solo la punta dell’iceberg dei potenziali investimenti qui”, ha dichiarato auspicando che un numero sempre maggiore di aziende cinesi vogliano fare affari negli Stati Uniti.

Un repubblicano vecchio stampo, così lo descrivono i media americani, attento agli affari che vengono prima di tutto, consapevole che la Cina è insieme una grande opportunità ma anche un pericolo. E lui non si è mai tirato indietro anche quando ha dovuto prendere le distanze proprio dalla politica di Pechino. Intransigenza dimostrata a più riprese non ultima, ad esempio, sullo sviluppo delle “isole artificiali” nel Mar cinese meridionale, osteggiato durante l’audizione in Senato, come riportato da Bloomberg: “Non si può permettere alla Cina di usare le isole artificiali contro i vicini e per impedire agli altri la libertà di navigazione o sorvolo”. E alla domanda se la Cina sia un alleato o un avversario, Branstad ha risposto: “Questa è una domanda difficile“.

Un’audizione importante dove Branstad è stato categorico anche per il capitolo Corea del Nord. “La Cina potrebbe ricoprire un ruolo fondamentale nel convincere Pyongyang a smantellare il suo programma nucleare e quello missilistico, aumentando la sicurezza dell’America, della Cina e del mondo intero”.

Trump è convinto di avere fatto la scelta giusta. Una guerra non conviene a nessuno. Men che meno a Branstad su cui adesso sono puntati gli occhi della diplomazia mondiale.

(Foto: credits Flickr di Gage Skidmore)

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