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La transizione passa anche per i campi e le coltivazioni. Una prova ne è il modello di integrazione verticale per la produzione di olio vegetale lungo tutta la filiera, dai terreni, alle bioraffinerie e che poggia sulla valorizzazione degli scarti agricoli, industriali e forestali. Il tutto in una visione di mobilità più sostenibile. Un cambiamento notevole che sta interessando sempre di più i grandi gruppi energetici del Pianeta, su tutte l’italiana Eni.

La società del Cane a sei zampe, infatti, ha da tempo intrapreso un percorso per contribuire alla decarbonizzazione del settore dei trasporti attraverso la costituzione di Enilive, branch dedicata alla bio-raffinazione e alla produzione di biocarburanti. Tra questi, l’Hvo (olio vegetale idrogenato) rappresenta una soluzione in grado di ridurre le emissioni di CO2 lungo l’intera filiera tra il 60% e il 90%, rispetto ai combustibili fossili tradizionali. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che gli stessi biocarburanti sono ottenuti prevalentemente da materie prime di scarto (oli esausti da cucina, grassi animali e residui dell’industria agroalimentare.

E poi, guardando ai trend globali, di fronte ad una domanda destinata ad aumentare nei prossimi anni, soprattutto nei mercati emergenti, e nelle economie in via di sviluppo, assicurare un accesso all’energia per tutti che sia al tempo stesso efficiente e più sostenibile è la sfida principale della transizione verso la decarbonizzazione. E il passo più importante va nella direzione di ridurre le emissioni nei trasporti, per esempio sostituendo i combustibili fossili con i biocarburanti. Discorso che, come detto, chiama direttamente in causa la filiera agricola.

In questo quadro, la strategia messa in campo da Eni per accelerare la neutralità carbonica nel settore dei trasporti in vista del 2050 è incentrata sullo sviluppo di filiere agricole maggiormente sostenibili per la produzione di biocarburanti. E qui il perno risponde al nome di agri-feedstock, cioè un’agricoltura industriale non in competizione con la filiera alimentare, orientata alla produzione di materie prime per le bioraffinerie. In questo senso, le iniziative agri-feedstock di Eni hanno l’obiettivo di fornire olio vegetale prodotto da coltivazioni su terreni degradati, colture di rotazione e valorizzazione di scarti agroindustriali e forestali. Un settore in piena espansione dal momento che nel 2024, la produzione agri-feedstock di Eni ha coinvolto nove paesi: Kenya, Costa d’Avorio, Mozambico, Congo, Angola, Italia, Kazakistan, Vietnam e Indonesia.

Il ritorno, anche valicando i confini della transizione, c’è. Dal punto di vista sociale queste iniziative generano per esempio un impatto positivo sugli agricoltori, offrendo entrate addizionali e valorizzando i terreni degradati. Eni stessa fornisce agli agricoltori strumenti e servizi necessari alla coltivazione, garantendo il ritiro delle produzioni destinate all’estrazione dell’olio vegetale. Uno dei modelli più virtuosi plasmati dal gruppo italiano, è quello keniota.

In Kenya infatti l’attività agri-feedstock di Eni è iniziata nel 2021 con un accordo con il governo di Nairobi. Dal 2022, sono state poi condotte sperimentazioni per verificare l’adattabilità delle sementi e il loro potenziale produttivo, portando all’avvio della produzione di olio vegetale. L’ultima dimostrazione del fermento legato all’interconnessione tra filiera agricola e biocarburanti, è il rilascio del primo certificato ISCC EU low ILUC (indirect land-use change) a Janari Farms, che funge da aggregatore di agricoltori per la società energetica italiana proprio in Kenya, per la produzione di semi di ricino da utilizzare come materia prima agricola nella produzione di biocarburanti.

Come ha spiegato Luigi Ciarrocchi, direttore Ccusfa di Eni, nell’azienda “perseguiamo l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra legate ai trasporti attraverso un modello unico e verticalmente integrato che assicura una fornitura sempre più sostenibile di materie prime per le nostre bioraffinerie, puntando al contempo a portare benefici sociali ed economici alle comunità locali. La prima certificazione in assoluto low ILUC rilasciata da ICSS a uno dei nostri partner dimostra che la crescente domanda di materie prime per biocarburanti può essere soddisfatta migliorando le rese agricole attraverso pratiche come colture di copertura e intercalari, coltivando su terreni precedentemente inutilizzati, abbandonati o gravemente degradati”.

Dalle aree agricole ai biocarburanti. Il caso del Kenya e la rincorsa di Eni all'agri-feedstock

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