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Oggi, sabato 8 aprile, si tiene ad Ivrea un convegno per ricordare, ad un anno dalla scomparsa, Gianroberto Casaleggio. L’ambiente sarà quello dell’Olivetti: Officina H. Il luogo in cui lo stesso Gianroberto aveva lavorato, quando quell’azienda rappresentava un punto di riferimento per tutti i progressisti italiani, vogliosi di scrutare i possibili orizzonti. Con una lettera inviata al Corriere della sera, suo figlio Davide ne ha riassunto propositi e contenuti: “SUM – capire il futuro”. Temi che meritano una riflessione scevra da pregiudizi. Propositi indispensabili se si pensa alla crescente incertezza che caratterizza la situazione italiana. E non solo.

Al centro della riflessione è la forza di una rivoluzione che potremmo indicare come 4.0. Sulla scorta di tutte quelle analisi che parlano, da tempo, di un quarto capitalismo. Un modello che ha superato le vecchie forme conosciute in passato ed allora analizzate da filosofi, economisti e sociologi. Quel vecchio mondo che le nuove tecnologie – informatica ed intelligenza artificiale – hanno consegnano alla storia. Una realtà, quindi, ancora tutta da decifrare: sulla cui possibile proiezione la parte più avveduta del Movimento 5 stelle cerca di costruire le proprie ricette e proposte politiche.

La sintesi di quest’approccio è indicata, nella lettera, nel passaggio dal mondo del Blockbuster (la vecchia partitocrazia) a quello di Netflix (Grillo e Casaleggio, appunto). Dall’analogico delle vecchie cassette video alla trasmissione dei nuovi contenuti – film e fiction – via internet e computer. La premessa per interrogarsi sul futuro dei prossimi decenni e sulla necessità di predisporre, fin da ora, le necessarie strategie per far fronte ai relativi problemi.

Il tema di fondo è quello del passaggio dallo “stato di necessità” al “mondo della libertà”: per riprendere i temi cari a Carlo Marx. L’idea cioè che lo sviluppo delle forze produttive avrebbe abbattuto il vincolo della scarsità per creare una società finalmente libera dal condizionamento della natura. Intuizione antica, quindi, che riemerge dal fondo di un’impostazione modernista. Del resto non c’era stato solo Marx. Lo stesso Keynes, quasi un secolo dopo, era convinto che presto il problema della scarsità dei beni a disposizione degli uomini sarebbe rimasto un ricordo del passato. Bastava guardare – questa la sua tesi – all’accelerazione del processo tecnologico. Negli ultimi quarant’anni, nell’epoca in cui scriveva, i progressi compiuti superavano quelli dei duemila anni di storia precedenti.

Grandi utopie, dunque. Che si riscoprono sotto il manto della potenza della rete. Determineranno effetti sociali sconvolgenti, come quelli che temono molti economisti? Sarà disoccupazione di massa a causa di una crescente mancanza di posti di lavoro, sottratti dal predominio di macchine sempre più intelligenti? Casaleggio ne è convinto e propone, come antidoto, il “salario di cittadinanza”. Senza rendersi conto che, questa proposta, almeno nel breve periodo, può avere effetti perversi sulla tenuta complessiva del sistema economico. E non solo.

Rischia infatti di svalorizzare lo stesso lavoro: quell’impegno individuale che rimane indispensabile, almeno fin quando non scenderà in terra il regno dei cieli. Cosa anche probabile, ma tutt’altro che certa. Come mostrano le tante profezie che non si sono realizzate. A partire da chi parlava dell’inevitabile morte del capitalismo e dell’avvento del socialismo, come “superamento” della logica dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo: ormai non più necessario.

Il limite di queste impostazioni è la loro meccanicità. Non esiste un’ora “ics” in cui esplodono tutte le contraddizioni del periodo storico considerato. Le società, specie quelle più moderne, hanno una continua capacità di adattamento ai ritmi del progresso tecnico. Se quest’ultimo riduce il “tempo necessario” – ossia quello indispensabile per la semplice riproduzione della forza lavoro – cambiano tutti gli parametri dell’organizzazione sociale. E lo stesso plusvalore o surplus prodotto può essere utilizzato in modo diverso. Può essere usato per ridurre, in modo generalizzato, l’orario di lavoro. Per sostenere il lavoro improduttivo, come già Malthus insegnava, ancor prima che nascessero le teorie sul “salario di cittadinanza”. Insomma: non esiste alcun rapporto di casualità-effetto tra progresso tecnologico e dilagare della disoccupazione. Questa, almeno la tesi, non smentita dalla realtà: da David Ricardo in poi.

Chi anticipa troppo il futuro si comporta come uno strabico che crede di vedere lontano, ma rischia, ogni giorno, di cadere nel fosso che ha sotto i piedi. Quindi attenti, alle astrazione eroiche. Soprattutto a non dimenticare un altro grande insegnamento di Keynes. Il lungo periodo, come orizzonte previsionale è importante, ma l’unica certezza è che in quel tempo futuro saremo tutti morti. Cerchiamo allora di non anticipare troppo quella data, con politiche azzardate.

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