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Sono stati presentati quasi contemporaneamente – uno la mattina del 17, il secondo la sera delle medesima giornata – due documenti importanti e che meritano riflessioni: il rapporto annuale Istat e il ventunesimo rapporto del Centro Einaudi sull’economia globale e l’Italia (curato, come ogni anno, da Mario Deaglio e dalla sua squadra di ricercatori). Una lettura incrociata è utile per afferrare dove sta andando (o non andando) il Paese.

Il primo analizza in un modo nuovo ed originale le tendenze dell’economia italiana. Pone al centro dell’analisi non la macro-economia ma la  famiglia. Individua nove gruppi di famiglie tramite una pluralità di dimensioni, non solo economico-finanziarie ma anche culturali e sociali. Non è un procedimento interamente nuovo; ad esempio, già nel lontano 1944, pur senza la ricchezza delle statistiche Istat, lo utilizzò il Premio Nobel Gunnar Myrdal nel volume An American Dilemma che all’epoca suscitò polemiche ma anche nuove politiche con maggiore attenzione al sociale ed ai diritti civili.

I nove gruppi del Rapporto evidenziano le differenze economiche e sociali che caratterizzano le principali categorie delle oltre 25 milioni di famiglie residenti in Italia.. È una radiografia che fornisce il quadro della situazione di oggi. Se il metodo verrà applicato, con perseveranza, nei prossimi anni si potranno fare analisi di statistica comparata dell’evoluzione sociale che spieghino le dinamiche di questa evoluzione. Un lavoro necessario perché la radiografia presenta un quadro di forti differenze economiche e sociali tra i gruppi di famiglie ed indicazioni di scarsa mobilità: i gruppi nei gradini bassi della piramide sociale non riescono a salire verso quelli più alti. Infatti, l’ascensore sociale sembra bloccato ai piani bassi: se si nasce e cresce nello scantinato pare più difficile oggi (più di quanto non lo fosse venti o trenta anni fa) arrivare all’attico con terrazza.

Il secondo segue uno schema ormai diventato tradizionale, uno schema che ne facilita la lettura perché chi si interessa di un tema specifico sa esattamente dove trovarne la trattazione. Ha un fil rouge: la fine della globalizzazione. A questo argomento – si ricorderà – è stata dedicata un’analisi sul primo numero di Formiche del 2017. Il documento ne vede, in 250 pagine, segni molto più evidenti e fornisce numerosi dettagli, anche sulla base sui primi mesi della politica commerciale dell’Amministrazione Trump. Il rapporto mostra vividamente come l’Italia può essere colpita negativamente dalla deglobalizzazione tramite il rallentamento del proprio export. La “sommessa conclusione” – come la definisce il documento – è “mesta”. Formiche la anticipò il 26 dicembre scorso.

In un’Italia di stagnazione secolare (aggravata dalla deglobalizzazione) è difficile crescere e rimettere in moto l’ascensione sociale. Ciò annuncia l’aggravarsi di tensioni nella società e nella politica con conseguenze negative per tutti.

Come minimizzarle? Difficile pensare di fare inversione di marcia. Sarebbe già un successo evitare il peggio. A mio avviso, le strade sono tre: innovazione (si legga il breve ma denso libro di Salvatore Zecchini La Politica Italiana dell’Innovazione nei quaderni del Centro Studi Impresa Lavoro), occupazione produttiva e istruzione di qualità.

Ciascuna di essere merita un approfondimento che faremo nei prossimi giorni.

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