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Eppur si muove. Senza dubbio – e questo è il vero limite – i nuovi posti di lavoro sono stati pagati a peso d’oro attraverso gli incentivi, ma i trend dell’occupazione hanno compiuto dei passi in avanti. Nonostante il ridimensionamento sul piano economico e normativo, nel 2016, delle precedenti agevolazioni a favore delle assunzioni (o delle trasformazioni di rapporti di altro tipo) a tempo indeterminato nel biennio 2015-2016, nel settore privato, si è avuto, come testimonia l’Inps, un saldo positivo di 968mila rapporti di lavoro, a fronte di uno negativo di 135mila unità nel biennio precedente (2013-2014). Quanto al saldo dei contratti a tempo indeterminato esso risulta positivo, nel biennio 2015-2016, per poco più di un milione di unità.

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Nel mese di gennaio 2017, nel settore privato, si registra un saldo pari a +142mila, superiore a quello del corrispondente mese del 2016 (+117mila) e inferiore a quello osservato nel 2015 (+162mila), in pieno boom dell’incentivazione di carattere triennale del valore di 8.060 euro l’anno. Più interessante è il dato riportato a base annua (vale a dire la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi). A gennaio 2017 risulta positivo e pari a +351mila. Tale risultato è la somma della crescita tendenziale dei contratti a tempo indeterminato (+49mila), dei contratti di apprendistato (+29mila) e dei contratti a tempo determinato (+268mila). Tali tendenze sono in continuità con le dinamiche osservate nei mesi precedenti, soprattutto per quanto riguarda la consueta preferenza per l’utilizzo del contratto a termine, nonostante i maggiori oneri che l’assunzione a termine comporta per i datori.

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Un aspetto peculiare smentisce le consuete analisi pauperistiche e disfattiste: le dimissioni sono state in numero maggiore dei licenziamenti. Nel triennio 2014-2015-2016, arrotondando i numeri, i licenziamenti sono stati 1,9 milioni, le dimissioni 2,5 milioni (peraltro obbligate all’esecuzione di procedure specifiche e quindi tutelate contro gli eventuali abusi come la pratica delle dimissioni in bianco). E’ interessante osservare – anche perché sono previste regole differenti in caso di recesso del datore – l’ammontare dei licenziamenti e delle dimissioni a seconda del numero di occupati (aziende fino a 15 dipendenti oppure oltre tale limite).

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Nel 2014, nelle imprese minori, vi sono stati 402mila licenziamenti (329mila per giustificato motivo oggettivo e solo 33mila per motivi disciplinari) a fronte di 493mila dimissioni a cui vanno aggiunte 11mila risoluzioni consensuali. Nelle imprese con più di 15 dipendenti i licenziamenti sono stati 268mila (di cui 197mila per motivi oggettivi e solo 22mila per motivi disciplinari) mentre le dimissioni 338mila ( più 19mila risoluzioni consensuali). Nel 2015, nelle imprese con meno di 15 dipendenti, sono stati 402mila i licenziamenti (di cui 330mila i licenziamenti di carattere economico), 536mila le dimissioni (più 11mila risoluzioni consensuali). Nelle aziende che superano quel limite si è trattato di 221mila licenziamenti e 402mila dimissioni (20mila le risoluzioni consensuali). Nel 2016, nelle piccole imprese vi sono stati 411mila licenziamenti (di cui 341mila avvenuti per giustificato motivo oggettivo) e 444mila dimissioni (più 7.800 risoluzioni consensuali). Nelle aziende più grandi a fronte di 234mila licenziamenti le dimissioni sono state 367mila (22mila le risoluzioni consensuali). E’ interessante vedere il numero delle risoluzioni consensuali nel triennio: 30.540 nelle piccole imprese, 61.513 nelle aziende con oltre 15 dipendenti (contando i numeri interi). In totale più di 92mila casi.

laurearsi, sindacati roma Giuliano Cazzola, consulta

Assunzioni e licenziamenti, ecco gli ultimi (veri) numeri

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