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Martedì il Pentagono ha fatto sapere esplicitamente di aver scelto la milizia Syrian Democratic Force come partner a terra per concludere la fase finale della campagna su Raqqa, la capitale siriana dell’IS. La presa della città sarà gestita dalle Sdf, un’unità curdo-araba invisa alla Turchia, che la considera un’estensione politicamente ripulita dagli americani delle Ypg, le forze di protezione popolare dei curdi siriani, alleate del Pkk turco e per questo considerate un gruppo terroristico da Ankara.

Mercoledì le Sdf hanno conquistato Tabqa, una cittadina importante, a cinquanta chilometri da Raqqa, in cui si trova la diga sull’Eufrate che chiude il lago Assad. Nei mesi scorsi lo Stato islamico, che controllava Tabqa e la sua diga, aveva avviato una specie di campagna umanitarista, mostrando immagini dell’infrastruttura danneggiata – secondo i baghdadisti dai bombardamenti americani – e di civili feriti dalla battaglia, e lanciando accuse sulle possibilità di una catastrofe umanitaria se la diga si fosse rotta. Gli americani invece temevano che i comandanti del Califfo potessero ordinarne la distruzione per allagare l’area e bloccare l’avanzata delle Sdf (che sono sostenute a stretta distanza da unità speciali dell’esercito americano). Alla fine le milizie di riconquista sono riuscite a trattare una ritirata dei baghdadisti, e hanno ripreso la città (e la diga).

Lunedì il governo siriano con una mossa a sorpresa ha riconosciuto l’impegno delle Sdf. Durante una conferenza stampa a Damasco, il ministro degli Esteri, Walid al-Moallem, si è complimentato con le Sdf, esaltandone l’opera di liberazione del nord siriano dallo Stato islamico. Fa notare il Wall Street Journal che al momento le Forze democratiche siriane – dove la maggioranza etnica araba è schiacciata dallo stradominio curdo in termini di forza combattente –, sono l’unico gruppo che gode del sostegno militare americano e del supporto pseudo-formale del regime. E questa è una circostanza che complica le criticità: i gruppi arabi-siriani che combattono insieme ai curdi temono infatti da tempo che questi ultimi possano sfruttare le battaglie contro il Califfato come occasione per conquistare territorio, porlo sotto il proprio controllo, e rilanciare il sognato progetto di uno stato indipendente, il Rojava.

Stesso timore ce l’ha la Turchia, che detesta l’appoggio americano alle Sdf perché teme che i curdi siriani possano essere il precedente per le richieste analoghe dei propri curdi appena al di qua del confine. L’uscita di al-Moallem peggiora la situazione: Ankara ha sostenuto apertamente per anni la linea del regime change a Damasco. Poi ha ammorbidito la posizione per convenienza, entrando nella troika (con Russia e Iran) che guida il processo di pace di Astana, riedizione russa dei talks Onu. I turchi vogliono la soluzione della guerra civile tanto quanto non vogliono che i curdi ottengano i propri spazi.

Quando il Pentagono ha ufficializzato l’invio di armi alle Sdf, la garanzia fornita ai partner Nato turchi riguardava la gestione amministrativa post-riconquista. I gruppi curdi combatteranno ma non resteranno a Raqqa (che è una città araba), dicevano gli americani. Ma è molto probabile che il futuro prossimo sia per Tabqa, che quando sarà per Raqqa, possa essere rappresentato da una riproposizione del modello-Manbij. La città è stata liberata dall’IS grazie alle Sdf con il supporto diretto americano, ed è amministrata da consigli misti locali, con un accordo mediato dalla Russia per conto del governo siriano.

La mente politica delle attività russe in Medio Oriente, il vice ministro Mikhail Bogdanov, ha detto alla Interfax che Mosca vede di buon occhio la costruzione di consigli amministrativi locali, misti, per governare il territorio (quello di Raqqa è stato formalizzato la scorsa settimana), purché non tolgano l’autorità a Damasco.

(Foto: Flickr,Kurdish YPG Fighters, combattenti curdi siriani)

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