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Un monito corale, che attraversa tutto il settore. Dalle multinazionali storicamente radicate nel Paese ai grandi gruppi globali che oggi decidono dove localizzare i prossimi investimenti, il messaggio è lo stesso. L’Italia resta un asset industriale rilevante per la farmaceutica, ma rischia di perdere il prossimo ciclo di investimenti e di sviluppo se non rimuove gli ostacoli strutturali.

L’allarme del settore

Negli ultimi giorni a dirlo sono stati, con toni diversi ma convergenti, i vertici italiani di Novartis, Roche e quello global di Eli Lilly. Non si tratta di annunci di disimpegno né di minacce esplicite di delocalizzazione. Il punto, spiegano, è più sottile e più insidioso, le “decisioni marginali” – nelle parole di Valentino Confalone, amministratore delegato di Novartis Italia – quelle che riguardano nuovi impianti, nuove linee produttive, nuovi studi clinici e nuove capacità di ricerca. Ed è proprio su queste scelte che l’Italia e l’Europa rischiano di essere superate. Proprio ieri su LinkedIn, Confalone ha sintetizzato il nodo politico-industriale: “Le Scienze della Vita non hanno bisogno solo di riconoscimento: hanno bisogno di una direzione chiara, di tempi certi e di un sistema che premi davvero l’innovazione. Perché il prossimo ciclo di investimenti si decide adesso”. Il settore, ricorda Confalone, ha dimostrato di saper crescere, esportare e innovare. Ma oggi è a un bivio.

Il fattore tempo

Per la farmaceutica il tempo è diventato un fattore competitivo cruciale, forse il più importante. L’accesso alle nuove terapie in Italia resta lento, tra autorizzazioni nazionali e passaggi regionali possono trascorrere fino a due anni prima che un farmaco approvato dall’Ema sia realmente disponibile per i pazienti. Un ritardo che pesa sull’attrattività del Paese quanto sull’equità di accesso alle cure. Lo stesso problema emerge sulla ricerca clinica. Se in altri Paesi europei uno studio si attiva in poche settimane, in Italia servono mesi. E in un contesto globale in cui Stati Uniti e Cina accelerano, chi parte prima finisce prima.

Troppa burocrazia

A sottolinearlo è anche il ceo di Eli Lilly, Dave Ricks, che dal Sole 24 Ore di mercoledì ha ribadito come l’Italia sia oggi un Paese in cui è più difficile investire rispetto a Germania o Olanda, nonostante eccellenze produttive come lo stabilimento di Sesto Fiorentino. Il problema, ha spiegato, non è la qualità industriale o delle competenze, ma la lentezza delle autorizzazioni, la molteplicità dei centri decisionali e un sistema regolatorio che spesso duplica controlli e passaggi, tradendo lo spirito stesso del mercato unico europeo.

Stefanos Tsamousis, general manager di Roche Italia, intervenuto sul Sole 24 Ore ieri, ha sottolineato l’impatto di Roche, realtà che ha investito nel nostro Paese 130 milioni di euro negli ultimi tre anni, finanziando 155 studi clinici e coinvolgendo oltre 200 centri. Ma, avverte, operare in Italia significa “navigare ogni giorno in un ambiente molto burocratico”, con procedure più complesse e onerose rispetto ad altri Paesi europei concorrenti. Il rischio è quello di una competizione interna all’Europa, in cui gli investimenti vengono progressivamente frammentati e riallocati dove il contesto è più favorevole.

Il nodo payback

C’è poi il capitolo del payback farmaceutico, indicato come uno dei principali freni strutturali. Il fatto che nel 2025, per la prima volta dal 2012, il suo ammontare non cresca è giudicato positivamente dall’industria, alla luce di un percorso avviato sotto l’attuale governo. Ma la stabilizzazione da sé non può essere il punto di arrivo. Si parla di circa 2,3 miliardi di euro di payback complessivo nel 2025 a carico delle aziende, un livello che rende difficile negare l’esistenza di uno svantaggio competitivo nelle decisioni globali di allocazione degli investimenti.

La risposta nei numeri

Qual è la posta in gioco? Per Farmindustria, la “risposta è nei numeri”. Lo ribadisce, sempre sul Sole 24 Ore, il presidente Marcello Cattani in un’intervista pubblicata oggi. L’export farmaceutico europeo vale complessivamente circa 320 miliardi di euro, di cui la componente italiana rappresenta quasi un quarto: oltre 70 miliardi nel 2025, con una crescita del 30% rispetto al 2024, “dieci volte la crescita media dell’export nazionale”, sottolinea Cattani, parlando di “numeri straordinari”. Ma, avverte il presidente di Farmindustria, questi risultati non mettono l’Europa al riparo dal rischio di un progressivo spostamento degli investimenti verso gli Stati Uniti: nei prossimi cinque anni la perdita stimata per il continente potrebbe infatti arrivare a 100 miliardi di euro. In questo contesto, le politiche industriali e commerciali statunitensi – dalla logica della most favored nation alle misure tariffarie dell’amministrazione Trump volte a riportare manifattura e valore dell’innovazione oltre Atlantico – stanno rafforzando ulteriormente l’attrattività del mercato americano. “Gli Stati Uniti restano il primo mercato mondiale e il più attrattivo”, osserva Cattani, mentre “l’Europa non tiene conto del valore effettivo delle terapie”.

Rivendicando il rapporto costruttivo con il governo Meloni, Cattani invoca infine un cambio di paradigma nella valutazione della spesa sanitaria: “Tutti puntano il dito sull’unica cosa che si riesce a misurare, i farmaci”, mentre per altre prestazioni mancano dati comparabili su qualità, quantità e outcome. Da qui l’invito a superare una logica puramente quantitativa per approdare a una valutazione realmente qualitativa del valore prodotto dal sistema.

Il settore farmaceutico ha dimostrato di saper crescere nonostante i vincoli. Ma la domanda che emerge dalle parole dell’industria è netta: fino a quando? Senza una strategia industriale coerente, senza un riassetto strutturale del payback e senza una drastica riduzione dei tempi di accesso, il rischio è perdere il prossimo ciclo di investimenti. E, come avvertono i manager, una volta perso quel treno, difficilmente passa una seconda volta.

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