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Una fonte regionale invita ad andare oltre alla superficie per non farsi distrarre da apparenze e posizioni di facciata: “L’Arabia Saudita considera ancora la normalizzazione dei rapporti con Israele come uno degli obiettivi strategici, sebbene non creda che Beniamin Netanyahu (il primo ministro israeliano, ndr) possa essere l’interlocutore adatto per questo processo”. Il ragionamento, confidenziale, segue la pubblicazione di uno statement durissimo con cui il ministero degli Esteri saudita ha (in)direttamente risposto all’idea di Netanyahu secondo cui l’Arabia Saudita potrebbe creare uno Stato palestinese nel proprio territorio. In un’intervista a Channel 14, l’israeliano ha effettivamente detto: “I sauditi possono creare uno Stato palestinese in Arabia Saudita, hanno molta terra laggiù”. Questa proposta è stata vista come una risposta alla condizione posta dall’Arabia Saudita per la normalizzazione dei rapporti con Israele, ovvero la creazione di uno Stato palestinese, secondo la nota “soluzione a due Stati”.

A questa è seguita un’altra dichiarazione — sabato 8 febbraio, due giorni dopo l’intervista — con cui Netanyahu ha detto che l’obiettivo di Israele è liberare Gaza da Hamas, indicando “l’espulsione” di tutti i suoi componenti come condizioni per ulteriori negoziati. L’affermazione è importante innanzitutto perché Netanyahu considera combattenti di Hamas quasi tutti (per non dire tutti) i palestinesi della Striscia, dato che li vede come collusi con il regime del gruppo islamista. Queste parole hanno inoltre peso perché stanno partendo le discussioni sulla Fase 2 e 3 della tregua, quella che dovrebbe andare oltre gli accordi attuali e costruire un percorso di stabilizzazione duratura. Netanyahu sa che l’obiettivo che fissa è irraggiungibile (per lo meno adesso, probabilmente mai), ma è possibile che alzi la posta dopo l’annuncio del sorprendente “Piano Trump per Gaza”. Il rischio è che l’equilibrio dei negoziati venga alterato per sempre e il tavolo di confronto salti del tutto.

Riad percepisce questo rischio, e decide di additare pubblicamente il primo ministro israeliano come responsabile. Il regno sostiene di apprezzare la “condanna, disapprovazione e totale rifiuto manifestati da vari Paesi arabi e musulmani nei confronti delle recenti affermazioni di Benjamin Netanyahu”, in merito allo spostamento forzato del popolo palestinese. I sauditi sottolineano la centralità della questione palestinese per il mondo arabo e islamico, ribadendo il proprio supporto alla causa, e denunciano con fermezza le dichiarazioni che tentano di “distrarre l’attenzione dai crimini continui commessi dall’occupazione israeliana contro i fratelli palestinesi a Gaza, compresa la pulizia etnica”. Riad evidenzia che questa “mentalità estremista e occupante” non comprende il significato profondo della terra palestinese per il suo popolo, sia dal punto di vista storico che emotivo. La dichiarazione menziona il devastante impatto dell’occupazione israeliana, che avrebbe “distrutto completamente la Striscia di Gaza, uccidendo e ferendo oltre 160.000 persone, per la maggior parte donne e bambini, senza il minimo senso di umanità o responsabilità morale”.

È già una posizione forte, ma poi lo statement attacca direttamente il primo ministro israeliano. Il governo saudita accusa i promotori di queste posizioni estreme di essere “coloro che hanno impedito a Israele di accettare la pace”, rifiutando “la coesistenza pacifica e le iniziative di pace adottate dai Paesi arabi”. Si sottolinea come questi abbiano “sistematicamente praticato ingiustizie contro il popolo palestinese per oltre 75 anni, con disprezzo per la verità, la giustizia e le leggi internazionali stabilite nella Carta delle Nazioni Unite”. La domanda è se quando viene usato il plurale nella frase “i proponenti di queste idee estremiste” si includa anche Donald Trump e il suo piano che include la deportazione dei gazawi mentre si costruisce la “Riviera del Medio Oriente”.

Il Regno conclude ribadendo che il diritto dei palestinesi “rimarrà fermamente stabilito e nessuno potrà sottrarglielo”, evidenziando che la pace duratura — tradotto: quella che potrebbe portare alla normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita — può essere raggiunta solo attraverso la “logica della ragione e l’accettazione del principio di coesistenza pacifica tramite la soluzione dei due Stati”.

Riad contro Netanyahu. La Palestina ancora conta (o serve)

In una durissima nota stampa, l’Arabia Saudita accusa Netanyahu, e chi con lui promuove “idee estremiste”, di impedire a Israele di accettare la pace e di sabotare i tentativi dei Paesi arabi per la stabilizzazione. Messaggio chiaro sul percorso della normalizzazione, che dovrà passare dalla soluzione a due Stati per la Palestina (o almeno così dice la narrazione ufficiale del regno)

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