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L’accordo sullo stadio della Roma rappresenta un indubbio successo di Virginia Raggi e del Movimento dei 5 stelle. Marca, dopo mesi e mesi vissuti pericolosamente, una svolta. Le cui dimensioni potranno essere valutate solo in futuro. Quel che è certo, fin da ora, è che si è trattato di un percorso accidentato. Segnato dalle dimissioni dell’assessore all’urbanistica Paolo Berdini. Dal conflitto interno al Movimento tra i “duri e puri” ed i “pragmatici”. Dall’intervento, resosi necessario, di Beppe Grillo, le cui tesi – è possibile realizzare lo stadio in un diverso quadrante della città – seppure solo ventilate, si sono dimostrate inconsistenti. Restano, comunque dei nodi, a partire dal parere della Sovrintendenza la cui cultura – il “cedernismo” – come sottolineato da Virman Cusenza, direttore del Messaggero, tanti guai ha procurato alla Capitale. Il riferimento è ad Antonio Cederna: urbanista ed ambientalista. Ma soprattutto il teorico di una città immobile e pietrificata. Ripiegata nella contemplazione del proprio ombelico urbano.

All’interno del Movimento sono stati sconfitti gli ortodossi. A dimostrazione che la sua trasversalità politica è solo un’utopia. Si può naturalmente insistere che destra e sinistra sono, in questo caso, categorie superate. Ma quando poi si tratta di scegliere, ecco allora, che i diversi valori di riferimento – riformismo versus conservazione – riemergono in tutta la loro forza. Altro, quindi, che decrescita felice e pauperismo: quando questi atteggiamenti configgono con gli interessi vitali della città, la loro resa é inevitabile. Percorso tutt’altro che lineare. Non si dimentichi che la fuoriuscita di Berdini, il sostenitore più determinato del “cedernismo”, fu originata da un incidente di percorso: la sua intervista contro la figura di Virginia Raggi. Ma questi sono gli accidenti della storia.

Tutto a posto, quindi? E’ stato compiuto solo il primo passo. Sarà necessario vedere le carte e ponderare, con la necessaria attenzione, il peso delle possibili modifiche che dovranno essere introdotte al progetto iniziale. Il taglio ipotizzato nei volumi urbanistici introduce interrogativi che richiedono una risposta. Il progetto è, ancora, economicamente sostenibile? Se così fosse, emergerebbero, con grande evidenza, gli errori di valutazione della Giunta Marino. Avrebbe autorizzato un progetto tutto a favore del costruttore, con margini di utili stratosferici. E così? Oppure il taglio dei volumi richiederà, specie per le opere di urbanizzazione, un forte intervento pubblico, per far quadrare alla fine il conto del dare e dell’avere?

L’interrogativo non è di poco conto, se si guarda alle caratteristiche urbanistiche della zona in cui dovrà sorgere il nuovo stadio. Il quadrante est della città di Roma è stato investito da anni da un intenso processo di cementificazione. Sono sorti interi quartieri: Tor de’ Cenci, il Torrino, Castel di Decima e via dicendo. Al punto che, oggi, l’offerta di immobili supera di gran lunga la domanda, determinando forti volumi di invenduto. I prezzi relativi hanno, di conseguenza, subito un crollo, superiore alle medie cittadine. L’inevitabile caduta della rendita fondiaria ha fatto venir meno le risorse indispensabili per le opere di urbanizzazione. Ne è derivato un panorama a macchia di leopardo: grandi quartieri dormitorio e scarse vie di comunicazione con il resto della città. L’esempio più clamoroso resta quello della Via Ostiense: una delle arterie più pericolose della fatiscente rete urbana della Capitale. Doveva essere da tempo razionalizzata, come aveva proposto Walter Veltroni, nel suo programma elettorale, più di una decina di anni fa. E’ rimasta tale e quale. Ed ora si affaccia nuovamente nel progetto dello stadio.

Il rischio di un’eventuale ulteriore incompiuta è quindi elevato. Vi si può provvedere, sempre che le stesse opere di urbanizzazione non siano a carico del bilancio comunale, chiedendo al costruttore adeguate fideiussioni. Sempre che vi sia qualcuno in grado di controllare che gli impegni siano, poi, rispettati. E qui entriamo in un grande cono d’ombra. Finora, infatti, l’opposizione è scomparsa. Da Forza Italia, il PD, Fratelli d’Italia non è venuto alcun contributo. La loro presenza è stata evanescente. Ognuno aveva i propri scheletri nell’armadio. L’imbarazzo del PD era evidente, a causa delle passate vicende legate alla Giunta Marino. Fratelli d’Italia doveva far dimenticare l’esperienza di Alemanno. Forza Italia, a sua volta, vive, da tempo, una crisi d’identità.

Il risultato di tutto ciò è stato quello di delegare alla sola magistratura romana il compito dell’opposizione. L’arresto di Marra, le indagini sulla Raggi e la Muraro, solo per citare i più recenti fatti di cronaca, ne sono la dimostrazione. Ma una città può vivere senza il pungolo propositivo dell’opposizione? Possono i soli temi della legalità – elementi importantissimi – annegare tutto il resto? Il compito insostituibile della magistratura è solo destruens. Roma ha invece bisogno di costruire una realtà diversa da quella che ci è stata consegnata dalla sua storia. Ed ecco allora l’auspicio che l’opposizione possa far sentire la sua voce. Non solo per criticare e controllare che all’ambizione dei progetti corrispondano poi i necessari risultati. Ma per contribuire, con le proprie idee e le proprie proposte a quei cambiamenti che sono indispensabili per mettere in sintonia Roma con la rete delle altre Capitali europee.

Beppe Grillo, nel suo intervento sul blog, ha dimostrato di essere aperto ad un confronto su questi temi. Non a caso ne abbiamo valutato positivamente i contenuti, proprio su Formiche.net. E’ necessario non far cadere quelle aperture. Sempre che le forze di opposizione, che siedono nell’Assemblea comunali, siano in grado di farlo. Ma, a ben vedere, proprio questo è uno dei tanti problemi che pesano sulla città eterna.

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