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Donald Trump ha per ora scelto parole caute sull’Iran abbassando la tensione proprio in un momento in cui i segnali militari nella regione suggerivano tutt’altro che una fase di alleggerimento. Il presidente statunitense ha detto di aver ricevuto rassicurazioni secondo cui il regime di Teheran avrebbe fermato le uccisioni dei manifestanti e accantonato i piani di esecuzioni contro gli arrestati delle proteste. Un’affermazione priva di dettagli sulle fonti, ma sufficiente a raffreddare temporaneamente i mercati energetici e a rallentare le speculazioni su un intervento militare imminente.

Le dichiarazioni sono arrivate nella nottata italiana (e iraniana) dopo ore segnate da movimenti che, letti nel loro insieme, avevano alimentato l’aspettativa di un’azione americana. Dallo spostamento di personale e assetti dall’hub del Comando Centrale statunitense di al-Udeid, in Qatar, alle evacuazioni preventive di alcune sedi diplomatiche occidentali, fino alla chiusura dello spazio aereo iraniano e al decollo di diversi tanker statunitensi, e persino al picco sugli ordini delle pizze attorno al Pentagono – ormai, dopo il blitz venezuelano di inizio gennaio, diventati un marker di operazioni in corso o imminenti. A questi segnali si è aggiunto l’ordine del Pentagono di riposizionare il gruppo da battaglia della USS Abraham Lincoln verso l’Oceano Indiano occidentale. L’attacco, almeno per ora, non c’è stato. Ma il condizionale resta d’obbligo: fonti americane ed europee continuano a descrivere l’opzione militare come ancora sul tavolo e l’arrivo della Lincoln – previsto nel giro di una settimana se il carrier strike group riuscirà a tenere una velocità da crociera adeguata – è tra i vari segnali che niente è ancora definitivo.

La linea della Casa Bianca sembra muoversi su un equilibrio instabile tra deterrenza e ambiguità. Trump ha collegato in modo esplicito la repressione delle proteste alla possibilità di un intervento, sospendendo formalmente ogni contatto con funzionari iraniani e minacciando “azioni molto forti” in caso di esecuzioni – ma contatti informali, anche tramite attori terzi regionali e non, continuano. In un’intervista, ha anche ipotizzato che l’ondata di proteste possa mettere a rischio la sopravvivenza del regime, pur senza indicare una strategia per gestire le conseguenze di un eventuale collasso.

Dal lato iraniano, la risposta è stata prudente. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha negato l’esistenza di esecuzioni imminenti parlando a Fox News, la più trumpiana delle emittenti americane, evitando però impegni verificabili. Al tempo stesso, Teheran ha fatto sapere di monitorare con attenzione i movimenti militari statunitensi e di essere pronta a misure di ritorsione in caso di attacco. Un messaggio indirizzato non solo a Washington, ma anche ai Paesi della regione che ospitano basi statunitensi.

È in questo contesto che si inserisce la posizione, più defilata ma non meno rilevante, del mondo arabo del Golfo. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman (gli ultimi due tra i principali canali di dialogo e mediazione tra Washington e Teheran) e altri attori regionali hanno intensificato i contatti diplomatici per evitare un’escalation. Pur non avendo interesse a un Iran forte, questi Paesi temono che un intervento americano diretto — soprattutto se mirato al regime e non limitato alle capacità nucleari o missilistiche — possa produrre instabilità duratura, ritorsioni iraniane e nuove tensioni sulle rotte commerciali che tagliano la regione tra Mediterraneo e Asia. Il risultato è una cautela che frena, almeno in parte, la libertà di manovra americana. Ieri, durante la fase di culmine delle tensioni, anche il ministro degli Esteri indiano, S. Jaishankar, ha fatto sapere di aver avuto una conversazione con il collega iraniano, per “discutere della situazione dentro e intorno” a Teheran. Obiettivo generale è evitare il caos.

Ed è proprio su questo sfondo fluido e delicatissimo che emerge la dimensione israeliana, decisiva per leggere ciò che potrebbe accadere nelle prossime ore o nei prossimi giorni. Colpisce il relativo silenzio del primo ministro Benjamin Netanyahu, tradizionalmente tra i più espliciti sostenitori di una linea dura contro Teheran. Al di là di un riferimento formale al “coraggio dei cittadini iraniani”, Israele ha evitato commenti pubblici sulle proteste e sulla repressione, con indiscrezioni che parlano che parlano di contatti, anche tramite canali russi, per rassicurare le due parti che si eviteranno attacchi e ritorsione reciproche.

Una scelta che riflette un calcolo strategico. Qualunque sia la forma dell’eventuale intervento statunitense — militare, negoziale sotto minaccia dell’uso della forza, o una combinazione di pressioni economiche e operazioni coperte — un Iran indebolito finirebbe per spostare l’equilibrio regionale a vantaggio di Israele. Se Washington puntasse apertamente al cambio di regime, significherebbe condividere una valutazione che a Gerusalemme circola da anni. Se invece l’obiettivo fosse più limitato, come la neutralizzazione definitiva dei programmi nucleari e missilistici iraniani, il risultato sarebbe comunque strategicamente favorevole.

Questo non elimina i rischi. Israele si prepara comunque a essere un possibile bersaglio di ritorsioni iraniane, come già avvenne durante la guerra del Golfo del 1991. Nonostante i successi militari dell’ultimo anno — dalla degradazione delle difese aeree iraniane all’eliminazione di figure chiave dell’apparato militare — restano capacità missilistiche non del tutto neutralizzate. Una parte di quello che, negli ambienti militari israeliani, viene definito “lavoro incompiuto”.

La percezione, spiegano fonti da Gerusalemme, è quella di trovarsi davanti a una finestra strategica rara: un presidente americano che nonostante tutto non si dimostra troppo ostile all’uso della forza per proteggere i propri interessi, un regime iraniano sotto pressione interna senza precedenti e un contesto internazionale che, pur prudente, appare meno disposto a sostenere “niente azioni” contro Teheran. Ma è una finestra fragile. La decisione di Trump — se e come intervenire — non determinerà solo l’evoluzione della crisi iraniana, ma definirà anche se questa fase si chiuderà con un riequilibrio duraturo o con una nuova instabilità destinata a protrarsi. Israele, per ora, osserva e si prepara. Sapendo che, comunque vada, il primo passo spetterà a Washington – e consapevole che, a differenza del Venezuela, l’Iran non è nel “Western Hemisphere”, ossia nello spazio geografico (e geopolitico) in cui gli Usa identificano il proprio interesse nazionale.

Iran, dopo una notte di tensioni le rassicurazioni di Trump (per ora)

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