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Jackpot pacifico. La Groenlandia torna al centro della geopolitica globale, non come boutade elettorale ma come tassello di una strategia che a Washington viene discussa da anni. Donald Trump, con il suo metodo ruvido e iper-politico, ha forzato il tavolo e portato a casa un accordo con la Nato che rafforza la presenza americana nell’Artico senza strappi formali con la Danimarca. Una mossa che dice molto non solo sugli equilibri transatlantici, ma anche sul futuro dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. È in questo quadro che si inserisce la riflessione che Lorenzo Castellani, politologo e docente della Luiss consegna alle nostre colonne. 

Castellani, sulla Groenlandia il presidente Trump ha davvero ottenuto quello che voleva?

Dal punto di vista strategico sì. La necessità della Groenlandia per gli Stati Uniti è chiara da anni ed è discussa anche con grande serietà negli ambienti militari e diplomatici. Trump ha usato il suo metodo: sparata, minaccia, pressione politica. Poi vede cosa riesce a ottenere. E quello che sembra accontentarlo è un nuovo trattato che consente agli Stati Uniti di avere porzioni di territorio a uso strategico, senza un passaggio formale di sovranità dalla Danimarca e senza aprire il tema dell’autodeterminazione della popolazione locale.

Quindi niente annessione, ma un rafforzamento sostanziale della presenza americana?

Esattamente. La Groenlandia è un terreno strategico fondamentale per le basi militari e per il controllo dell’Artico. Questa soluzione conviene a tutti. Trump, su questo, ha ragione: la Danimarca non ha una capacità difensiva paragonabile a quella degli Stati Uniti. Rafforzare la presenza americana significa aumentare la sicurezza dell’emisfero occidentale rispetto a Russia e Cina.

C’è mai stato davvero il rischio di un’azione militare americana?

No, non realisticamente. L’idea di un’invasione militare non è mai stata sul tavolo. Sarebbe stata una follia politica e strategica. Qui siamo davanti a una logica di accordo duro ma razionale, che rafforza la NATO e stabilizza un’area sempre più contesa.

Questo “modello Groenlandia” può diventare uno schema nei rapporti tra Usa e Unione europea?

In parte sì. È un approccio che rompe la tecnocrazia e rimette al centro la politica, anche in modo brutale. Trump agisce così, ma attenzione: questa linea resterà negli Stati Uniti anche se dovesse vincere un democratico. Cambierà il linguaggio, non la sostanza.

Veniamo ai dazi. Qui Trump sembra aver fatto un passo indietro. Perché?

Perché gli è stata riconosciuta una cosa. Macron è rimasto isolato, mentre Italia, Germania e Spagna – con Meloni, Merz e Sánchez – hanno costruito una proposta negoziale credibile anche per Washington. È una linea che Trump può accettare. Per questo non credo che i dazi sospesi verranno reintrodotti a breve.

Italia e Germania hanno giocato un ruolo chiave?

Assolutamente sì. Sono i Paesi che oggi hanno una linea di condivisione più forte con gli Stati Uniti. Il rapporto tra Merz e Meloni è ottimo, molto più solido di quello con Macron. Questo ha pesato nella mediazione.

Anche sulla Groenlandia ha prevalso una linea europea più atlantista?

Ha vinto l’idea di una soluzione interna alla NATO, sostenuta anche da Rutte. È una linea che ha prevalso rispetto alle posizioni di Costa, von der Leyen e dello stesso Macron. L’Europa, del resto, non può fare altro.

Perché dice che “non può fare altro”?

Perché l’Europa è il luogo del “vorrei ma non posso”. Ha pochi strumenti reali di potenza. L’unica strada è tenere insieme l’alleanza atlantica, anche accettando la rudezza del metodo americano.

Ultimo punto: la Nato e la spesa per la difesa. Il 5% del Pil è realistico?

No, per molti Paesi è molto complicato. Il 3% è un obiettivo raggiungibile per tutti. Anche qui ci sarà una mediazione con Trump. Come sempre, la politica troverà un punto di equilibrio tra ambizione e realtà.

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