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Perché scandalizzarsi della chiusura di Schengen tra Italia e Spagna, quando anche la Francia anni fa assunse la stessa decisione? Ė questo uno dei passaggi della lunga e articolata analisi che l’ambasciatore Gabriele Checchia affida a Formiche.net a proposito dell’asse Meloni-Frederiksen sul caso Ceuta. L’esperto diplomatico, già ambasciatore in Libano, presso la Nato, vicedirettore dell’Unità Russia e Paesi dell’area ex-sovietica alla Direzione Generale Affari Politici e Consigliere Diplomatico di vari ministri, ritiene che il vero jolly sia da ritrovare nell’unità di intenti e di visioni tra il pragmatismo di Palazzo Chigi e le esigenze europee (anche dopo l’allarme infiltrazioni jihadiste lanciato da varie intelligence), che stanno facendo aumentare la stima verso Giorgia Meloni anche all’interno del Ppe.

Migrazione, terrorismo e guerra stanno ridisegnando la mappa della sicurezza del Nord Africa: perché dunque l’asse Meloni-Frederiksen riguarda anche il terrorismo ed è utile all’Ue?

Direi che è un’azione congiunta, messa in pratica da parte di due figure femminili ai vertici dei rispettivi Paesi che si sono qualificate, a mio avviso, in maniera più che apprezzabile. È una presa di posizione importante perché è innegabile che il fenomeno migratorio, soprattutto dal Nord Africa, comporti rischi notevoli per la sicurezza: questo lo dicono alcuni dati di fatto. Per esempio noi sappiamo che i servizi di informazione europei dalla fine dello scorso giugno sono in allerta per monitorare il confine tra Spagna e Marocco. Sappiamo inoltre che nell’area del Sahel si giocano partite eterodirette in larga misura anche da parte russa, con movimenti pilotati anche di popolazioni. Sappiamo, grazie al rapporto Europol, che la Spagna ha registrato il maggior numero di arresti nel 2025, più di 100, per reati legati al terrorismo jihadista all’interno dell’Unione europea. Ultimo fattore che vorrei sottolineare è che ci risulta che Libia, Tunisia e Algeria stanno intensificando la cooperazione transfrontaliera anche in chiave di contrasto al terrorismo jihadista.

Quindi?

Quindi osservo tanti dati oggettivi che giustificano questa azione congiunta e trasversale perché non basata sulla omogeneità politica, ma su una percezione comune di pericolo rilevata da Meloni e dalla sua omologa danese, una presa di posizione comune che mi sembra molto articolata anche nel richiamo, con orgoglio, alle radici culturali cristiane dell’Europa e alla condivisa volontà di difenderle. Si tratta di un messaggio congiunto che entrambe hanno voluto indirizzare a tutti i Paesi europei in omaggio a quel principio di precauzione, cioè lavorare per scongiurare un pericolo prima che sia troppo tardi, che trova mansione esplicita nel Trattato sull’Unione europea anche se con riferimento soprattutto ai rischi ambientali. Aggiungo che è un principio che ormai fa parte dei dati fondatori del diritto europeo. Quindi una mossa preventiva che spiega, a mio avviso, anche la decisione di Giorgia Meloni di sospendere temporaneamente Schengen nei confronti della Spagna.

Che idea si è fatto sulla scelta del governo?

Un segnale chiaro. Io non voglio entrare nel merito nell’analisi tecnica della misura di regolarizzazione di circa 500.000 migranti irregolari adottata dal governo Sanchez. Ci sono letture contrastanti e non ho conoscenze sufficienti per entrare in una disamina giuridica. Quello che è certo, è che questo tipo di misure unite alla sentenza della Corte Suprema spagnola di regolarizzare la posizione, ha sicuramente creato un effetto di attrazione che è in parte all’origine di questo afflusso massiccio da Ceuta di migranti, in larga misura di origine subsahariana. Questo è un dato di fatto. Giorgia Meloni ha voluto rispondere con un segnale politico forte indirizzato a Sanchez, dicendo: “Al di là del merito delle tue scelte normative, sappi che non puoi giocare col fuoco delle regolarizzazioni di massa, perché causi grandi problemi all’Europa e non solo all’Italia”. E in questo senso la lettera congiunta con Frederiksen fa capire che non è una questione ideologica, perché sono due governi di orientamento politico diverso che si ritrovano, però, nella comune consapevolezza della necessità di bloccare le migrazioni illegali e, in qualche misura, i rischi terroristici legati a queste migrazioni. Tanto è vero e mi pare importante, anche se poco sottolineato, che nel post su Instagram si parla anche della necessità di tutelare i diritti dei migranti legali e dei lavoratori stranieri che già lavorano nei nostri Paesi. Ma poi c’è anche un dato di fatto, secondo me, non secondario ed è legato alla necessità per l’Europa di trovare una via d’uscita comune.

In che senso?

Il nuovo Regolamento sulle migrazioni entrato in vigore lo scorso 12 giugno contiene delle indicazioni importanti, ad esempio avallando a livello di accordo politico gli hub per il rientro in Paesi extraeuropei. È una richiesta italiana molto antica, se vogliamo, posta in essere dal governo Meloni sin dal suo insediamento, che mi sembra stia trovando crescente riscontro a livello europeo, anche se non c’è ancora una unanimità a 27, però è un processo in atto.

Germania, Paesi Bassi, Austria, Danimarca stanno guardando con interesse concreto al modello Albania avviato dall’Italia. È una rivoluzione metodologica per l’Ue, oltre che un elemento politico importante?

È una rivoluzione metodologica che nasce da una percezione condivisa di una minaccia di immigrazione illegale massiccia, con possibilità di infiltrazioni per il terrorismo. Questo non vuol dire che tutti i migranti irregolari sono potenziali terroristi, però noi sappiamo per i motivi che ho sopracitato, che ci sono state infiltrazioni dopo che sono state strumentalizzate queste dolorose migrazioni di massa da soggetti ostili al nostro mondo e alla nostra cultura, che possono essere Stati terzi. Ne ho già citato uno in particolare. Lo possono essere anche organizzazioni jihadiste che sappiamo non avere scrupoli e sappiamo mosse da un odio antieuropeo e contro tutto quello che l’Europa è e rappresenta. Inoltre riscontro un’attenzione molto importante da parte del Ppe che ha avallato il sistema degli hub extraeuropei, penso in particolare alla presa di posizione del tedesco Weber, la cui influenza negli ambienti del Partito popolare è notoria. Ciò questo fa sponda, se vogliamo, alle scelte del governo Meloni. Quindi c’è una convergenza progressiva di buona parte del mondo politico europeo, soprattutto di area moderata di centrodestra verso le politiche migratorie del nostro governo che non sono, ripeto, politiche discriminatorie nei confronti dei migranti. Tutt’altro.

Si tratta di un modus operandi, quello di Meloni-Frederiksen, replicabile ad altri dossier?

Intanto vedo un modo di deterrenza verso le immigrazioni illegali: tenere hub fuori dai confini è un modo per evitare di correre ai ripari quando già la situazione è compromessa. Quindi io ci vedo una logica: è un processo lungo che richiederà ulteriori contatti e negoziati con i Paesi europei affini, ma anche con chi non condivide le nostre visioni. Io mi auguro che il rapporto con la Spagna, indipendentemente dalla maggioranza al governo in quel Paese, sia possibile ricomporlo al più presto, perché Spagna e Italia sono due grandi Paesi europei che presidiano, se vogliamo, la frontiera meridionale dell’Unione.

Impegno europeo e governo italiano: quali i punti in comune?

Il primo è il potenziamento delle frontiere e il potenziamento dello strumento Frontex auspicato da Weber, che ha avuto l’importante avallo e sostegno, in secondo luogo la necessità di difendere le radici ed il patrimonio culturale cristiano contro chi di questo patrimonio si presenta come un oppositore e lo vuole mettere in discussione. Per quanto riguarda Schengen non è stata certo Meloni la prima sospenderlo temporaneamente, perché almeno otto Paesi europei, a quanto so, hanno fatto o stanno facendo ricorso a tale strumento, ciascuno per motivi diversi. Ma ovviamente lo strumento è adattato alle situazioni contingenti. Quindi l’Italia non è certo sola. La Francia lo ha fatto nei nostri confronti e non ricordo l’indignazione della sinistra italiana contro Macron, solo per non fare nomi. La scelta di Meloni invece mi sembra dettata dall’esercizio di un legittimo strumento previsto dai Trattati, quindi lei si è mossa all’interno della normativa europea avvalendosi di uno strumento che i Trattati consentono.

Precauzione e protezione dell'Ue. L'azione congiunta di Meloni e Frederiksen letta da Checchia

“Osservo tanti dati oggettivi che giustificano questa azione congiunta e trasversale perché non basata sulla omogeneità politica, ma su una percezione comune di pericolo rilevata da Meloni e dalla sua omologa danese”, spiega l’ambasciatore Gabriele Checchia a Formiche.net. Il messaggio ai Paesi Ue è basato sul principio di precauzione, per scongiurare un pericolo prima che sia troppo tardi

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