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L’andamento del dibattito in corso induce a formulare qualche osservazione sul prossimo referendum che in Italia conclude il complesso iter della riforma di taluni aspetti dell’ordinamento della magistratura.

Come appare evidente, le consultazioni referendarie, purtroppo, negli approfondimenti e negli orientamenti degli elettori tendono sempre più a “scollarsi” dall’effettivo oggetto del voto per assumere una dimensione prettamente politica favorevole o contraria al governo pro-tempore. Ciò, ove trattasi, come nella fattispecie, di materie opinabili, rende ancor più delicato ed oculato l’atteggiamento della Chiesa. Pertanto, mi azzardo ad osservare, non appare prudente la partecipazione di monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), al convegno promosso da Magistratura democratica il 13 marzo prossimo a Roma sul tema: “L’insofferenza per lo stato di diritto e il nuovo volto del capo”. È pur vero che recentemente è stato precisato come “la partecipazione a incontri promossi da associazioni o movimenti che portano avanti una delle opzioni referendarie può alimentare la percezione di uno schieramento. Ma la distinzione tra l’organismo collegiale della Cei e la libertà personale di un singolo pastore resta essenziale. Confondere i piani significa leggere la Chiesa come se fosse un partito, con disciplina interna e indicazioni vincolanti. Non è così” (Nota esplicativa Cei 17.02.2026). Per cui la Chiesa come tale resterebbe estranea alle tesi esposte dal singolo. È consueto il ricorso a tale “distinzione” quale risorsa esimente per l’organo di appartenenza in siffatte imbarazzanti circostanze rispetto alle opinioni del “singolo”, ma essa è argomento troppo debole se non addirittura valutabile – ove mi sia consentito – anche venato da ipocrisia. Varrebbe così per i diversi sacerdoti che abbiamo visto impegnatissimi nel temporale ma spogli di qualunque carica e talvolta anche  con tratti profetici, ma proprio per questo non ancora condivisibili, nel tempo dato, dalla Chiesa. Quando la partecipazione è però iniziativa di una alta personalità della Cei, il coinvolgimento della Chiesa diventa oggettivo perché il ruolo rappresentativo è incorporato nel soggetto rivestito dall’eminente funzione. E questi non può diventare altro da sè. Non si può trascurare che “la libertà personale” riconosciuta al “singolo pastore”  subisce limiti dalla appartenenza all'”organismo collegiale”, tanto più se preposti alla sua direzione.

Di modo che la sola presenza in certi luoghi marcatamente orientati e la partecipazione a dibattiti ivi promossi vengono captate, a ragione o a torto, come messaggio dell'”organismo”, dissonante però con il Codice canonico e la Nota sulla Dottrina della Fede richiamati dalla Cei sui temi “opinabili” (Nota esplicativa Cei febb. 2026).

Sicché, anche se per i raffinati esegeti ecclesiastici le parole della Cei potrebbero essere viste quale una levigata sconfessione di mons. Savino, per i comuni cittadini “non è così”: per essi mons. Savino mantiene tutto il suo peso rappresentativo. Di qui il possibile sconcerto di parte dei fedeli, specie in tempi purtroppo difficili per l’accentuato disimpegno dei giovani e della comunità in genere. Peraltro il Magistero deve fare i conti con attacchi del tipo di quelli lanciati da filosofi quali Karl-Heinz Deschner ed Herbert Schnädelbach.

Liturgia, ordinazione delle donne, celibato, sessualità, divorziati, omosessuali, “crescente disaffezione nei confronti della fede e della pratica religiosa” (Leone al Clero 21.02.2026), “il profondo disagio esistenziale dei giovani” (Leone al Clero 21.02.2026), la solitudine avvertita da tanti sacerdoti, sono inoltre alcuni dei temi che già comportano grande impegno per la Chiesa la quale non deve essere gravata da problematiche aggiuntive.

Potrei aggiungere che La Civiltà Cattolica ha rilevato come “il vero precedente logico della riforma attuale è il codice di procedura penale del 1988 che porta la firma del giurista e partigiano Giuliano Vassalli”. La riforma, prosegue Civiltà Cattolica, “introdusse un modello processuale accusatorio in un quadro ordinamentale che restava, di fatto, unitario”. E lo stesso Vassalli avvertì che “senza la separazione delle carriere sarebbe rimasta un’opera incompiuta”. Ma mi  addentrerei nel merito della questione, mentre la mia osservazione attiene alla opportunità che elevati esponenti della Chiesa, su temi opinabili ed altamente divisivi e già divenuti, come in questo caso, materia di aspra dialettica politica, si astengano dall’intervenire ad iniziative di parte.

Mons. Savino ha dichiarato al Corriere della Sera che andrà al convegno “solo per parlare della Costituzione”. Ma, con tutto il rispetto per la sua scienza giuridica, non è che in Italia manchino esperti del settore.

Pertanto, come ha affermato mons. Erik Varden nelle sue recenti meditazioni di quaresima per il Papa e la Curia Romana, “la strada da seguire è il parlare bene il proprio linguaggio”, ovvero “quello della Bibbia e della liturgia, dei propri padri e madri, poeti e santi, che nascono tuttora”, così esso “rimarrà capace di enunciare delle verità perenni noviter”.  E già i vescovi italiani nel gennaio scorso avevano evidenziato: “La trasmissione della fede, in un tempo in cui essa ‘non è più scontata’, resta dunque per i Vescovi una priorità: è necessario ricentrare l’annuncio sul kerygma, sul mistero dell’incarnazione, morte e risurrezione di Cristo, evitando che la Chiesa venga percepita solo come un’agenzia sociale”. Concorrerebbe ad evitare questa percezione un gesto di umiltà di mons. Savino rinunciando all’invito di Magistratura Democratica.

(Foto: Il cardinale Menichelli, l’arcivescovo Coccia e Giorgio Girelli a una commemorazione di De Gasperi)

 

 

Quando la partecipazione può diventare adesione. L'opinione di Girelli

Al convegno promosso da Magistratura democratica il 13 marzo prossimo a Roma sul tema: “L’insofferenza per lo stato di diritto e il nuovo volto del capo” parteciperà anche mons. Francesco Savino, vicepresidente della Conferenza episcopale italiana (Cei). L’opinione di Giorgio Girelli, coordinatore Centro Studi Sociali “A. De Gasperi”

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