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Alle minacce ibride si risponde in modo ibrido. La formula è ormai entrata nel lessico della sicurezza europea. Alla saturazione cognitiva e alla manipolazione dello spazio informativo si risponde intrecciando intelligence, monitoraggio digitale e tutela del processo democratico (Romania). Agli attacchi cyber si oppongono capacità tecniche e meccanismi di risposta rapida condivisi tra Stati (Cyber Rapid Response Teams dell’Ue). Alla vulnerabilità delle infrastrutture critiche si risponde integrando sorveglianza, intelligence, polizia e difesa (Baltico). Alle operazioni ostili sotto la soglia dell’aggressione militare si reagisce combinando attribuzione, sanzioni, diplomazia e sicurezza interna. Alle interferenze politiche si contrappongono sicurezza elettorale, contrasto ai finanziamenti illeciti, cybersicurezza e resilienza istituzionale (Moldova).

Sembra che l’Europa stia imparando a combinare e ricomporre strumenti appartenenti a domini tradizionalmente distinti – civile e militare, interno ed esterno, diritto e politica, guerra e pace – secondo configurazioni che mutano con la natura della minaccia.

Al momento, tuttavia, questa capacità si manifesta soprattutto quando la minaccia ha già prodotto effetti sufficientemente visibili da essere riconosciuta, attribuita e affidata agli apparati competenti.

Ma le minacce alle quali abbiamo reagito sono verosimilmente soltanto le manifestazioni più visibili di una pressione più ampia, coordinata e continuativa sulle democrazie europee. È una valutazione che emerge ormai con chiarezza sia nei documenti dell’Unione europea sia in quelli della Nato: sabotaggi, cyberattacchi, manipolazione dell’informazione, interferenze nei processi democratici e pressione sulle infrastrutture critiche vengono letti come componenti di campagne più ampie, condotte da attori statali e non statali e destinate a sfruttare proprio l’apertura e l’interconnessione delle nostre società.

A questo si aggiungono minacce ancora emergenti, come quella quantistica, nelle quali una vulnerabilità può essere accumulata oggi per essere sfruttata domani. Il punto comune è che la pressione non procede necessariamente secondo una sequenza lineare nella quale causa, effetto e responsabile risultano immediatamente riconoscibili. Si sviluppa attraverso interdipendenze, adattamenti e retroazioni, mentre i suoi effetti acquistano progressivamente una forma leggibile.

La capacità decisiva, allora, non è più soltanto quella di reagire quando la minaccia è ormai visibile. È riuscire a coglierne la configurazione mentre sta ancora prendendo forma.

La questione della sicurezza diventa, a questo punto, una questione di formazione.

Il rischio è contrapporre alla crescente complessità delle minacce una formazione sostanzialmente lineare degli analisti. Abbiamo aggiornato enormemente gli strumenti a loro disposizione: satelliti, sensori, Osint, big data, sistemi di intelligenza artificiale e capacità computazionali consentono di raccogliere ed elaborare quantità di informazioni fino a pochi decenni fa inconcepibili. Molto meno rapidamente abbiamo aggiornato le categorie attraverso le quali quelle informazioni vengono trasformate in conoscenza strategica.

Mai come oggi abbiamo potuto osservare tanto e con un simile livello di dettaglio. Ma vedere di più non significa necessariamente comprendere meglio. In alcuni casi l’eccesso di dati può saturare la capacità decisionale; nello stesso tempo, la stessa attività analitica può retroagire sullo scenario osservato, modificando comportamenti, aspettative e dunque il sistema che si cerca di comprendere.

Per questo inseguire la curva dei big data, dell’intelligenza artificiale, della realtà virtuale o dell’ultima tecnologia disponibile può rivelarsi persino controproducente, se all’aggiornamento degli strumenti non corrisponde un lavoro sulle categorie e sui metodi dell’analisi. Il rischio è costruire offerte formative destinate a invecchiare alla stessa velocità delle tecnologie che inseguono.

È una storia che abbiamo già visto. Si imparava il DOS e arrivava Windows. Non perché quelle competenze fossero inutili, ma perché si confondeva la formazione con l’addestramento a uno strumento.

La vera innovazione formativa non consiste dunque nell’aggiungere un corso sull’intelligenza artificiale, uno sui big data, uno sulla realtà virtuale e uno sull’ultima frontiera tecnologica. Significa formare analisti capaci di leggere sistemi complessi, riconoscere relazioni non lineari, distinguere il segnale dal rumore, lavorare nell’incertezza e soprattutto accorgersi quando le categorie disponibili non bastano più a organizzare ciò che stanno osservando.

Neppure la multidisciplinarità, da sola, risolve la questione. Mettere intorno allo stesso tavolo un esperto di diritto, uno di intelligence, un economista, un analista geopolitico e uno specialista di cybersicurezza è certamente necessario. Ma una task force multidisciplinare non produce automaticamente un pensiero multidimensionale.

Se ciascuno continua a leggere il fenomeno esclusivamente attraverso le categorie della propria disciplina, abbiamo aumentato il numero degli osservatori, non necessariamente la capacità di osservazione del sistema.

Perché l’integrazione non si riduca alla semplice giustapposizione delle competenze, serve allora un frame unitario. Qui la formazione filosofica – quella fondata sul confronto serio con i classici – acquista un valore strategico, in quanto esercizio critico sulle categorie attraverso le quali selezioniamo, ordiniamo e interpretiamo la realtà. Prima ancora di fornire risposte, la filosofia costringe a chiedersi se le domande che stiamo ponendo siano ancora adeguate all’oggetto che abbiamo davanti.

In questo quadro anche le competenze giuridiche assumono una funzione spesso sottovalutata. Il diritto, infatti, non si limita a descrivere la realtà: ha una dimensione performativa, perché qualificando fatti, soggetti e condotte contribuisce a determinarne lo statuto e le conseguenze. È continuamente chiamato a stabilire chi sia il soggetto di un’azione, a chi essa sia imputabile, quale spazio coinvolga, quale soglia abbia attraversato, quali competenze attivi e quali conseguenze produca. Proprio le minacce contemporanee rendono instabili queste coordinate: sfumano il confine tra interno ed esterno, civile e militare, pubblico e privato, pace e conflitto, e moltiplicano i casi nei quali l’attribuzione tecnica di un evento non coincide immediatamente con la sua imputazione politica o giuridica.

Filosofia e diritto possono allora svolgere una funzione che nessuna tecnologia può sostituire: la prima costringe a interrogare le categorie; il secondo a impiegarle per qualificare la realtà e orientare la decisione. Non forniscono all’analista una scienza universale, ma contribuiscono a costruire quella cornice entro la quale le diverse competenze tecniche possono trasformarsi in una capacità strategica unitaria.

Questo vale anche per l’intelligenza artificiale. La sua straordinaria capacità di elaborazione può indurre a pensare che basti acquisire più dati e aumentare la potenza di calcolo. Ma proprio l’aumento della risoluzione dell’osservazione rende ancora più importante la qualità delle domande che poniamo e delle categorie attraverso le quali interpretiamo le risposte.

La sicurezza contemporanea soffre sempre meno di scarsità d’informazione e sempre più della difficoltà di trasformare una quantità crescente di segnali, dati, correlazioni e anomalie in conoscenza operativa prima che lo scenario sia già cambiato. Per questo alle minacce ibride non bastano risposte ibride. Occorrono analisti capaci di pensare in maniera ibrida.

E se l’Europa vuole davvero costruire una propria cultura della sicurezza, la battaglia comincia anche da qui: dalle università, dai centri di ricerca, dalle scuole di alta formazione e dalle istituzioni in cui si preparano le persone che domani dovranno riconoscere una minaccia quando questa non avrà più la forma che abbiamo insegnato loro ad aspettarsi.

Minacce ibride richiedono risposte ibride. E la sfida è nella formazione di nuovi analisti

Di Ciro Sbailò

La sicurezza contemporanea soffre sempre meno di scarsità d’informazione e sempre più della difficoltà di trasformare una quantità crescente di segnali, dati, correlazioni e anomalie in conoscenza operativa prima che lo scenario sia già cambiato. Per questo alle minacce ibride non bastano solo risposte ibride. Occorrono analisti capaci di pensare in maniera ibrida. Il commento di Ciro Sbailò, professore ordinario di Diritto pubblico comparato, Unint Roma

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