Sarajevo – Everytime dell’austriaca Sandra Wollner, già premiato a Cannes nella sezione Un Certain Regard, si aggiudica il principale premio alla 32° Sarajevo Film Festival. Eccoci proiettati dentro la difficile elaborazione del lutto di una madre, all’indomani della morte di una figlia diciassettenne, attraverso la “soluzione” di una vacanza a Tenerife. Il viaggio – in compagnia degli altri due figli: una adolescente e un bambino -, subito anima un mosaico di ricordi di una felice famiglia, un tempo congelati in foto e spezzoni di video, ora liberamente fluttuanti tra le immagini (e le forti onde) di una “oggettiva” Tenerife, poco turistica. Questo “cammino”, anche fisico (i tre si arrampicano sulle alture dell’isola), che declina in un percorso laicamente “religioso”, è per la madre un inevitabile conflitto interno: tra senso di colpa, afasia, desiderio di un recupero terapeutico della memoria, voglia di vivere oltre il lutto. Everytime, nell’ibridare volutamente scelte formali documentaristiche (il sole, l’acqua, le rocce, il vento, le strutture alberghiere di Tenerife) con soluzioni non-logiche, quasi ioneschiane (alla Alain Resnais prima maniera: forse il viaggio non è mai avvenuto, è solo mentale) – stile molto apprezzato dalla critica -, ci pare saturi eccessivamente l’aspetto simbolico in alcuni momenti del racconto – questo l’unico appunto -, rischiando la ridondanza (per es., il neonato che siede sul pavimento da solo in un hotel deserto, è immagine troppo scopertamente buñueliana).
Le piccole cose della vita
Magari meritava un premio l’asciutto e poetico Small Things di Svonimir Jurić. Rara riflessione sul senso di famiglia, necessario per superare solitudine, vecchiaia, malattia, ma anche accompagnare nella crescita un adolescente. Due sorelle, Anica e Irena (esemplare la recitazione in sottrazione, costruita di gesti minimi e silenzi, di Marija Škarčić e Ivana Roščić), allontanate una dall’altra dalla vita, ora si riavvicinano per andare a trovare l’anziano padre (Izudin Bajrović: di una intensità felliniana). Questi vive su un’isola, e le ha chiamate perché ha deciso di vendere la proprietà, ma ha taciuto della sua malattia in fase terminale. Una delle sorelle ha con sé due figli pre-adolescenti, un maschio e una femmina. Il ragazzo instaura un feeling con il nonno, grazie al quale scopre un piccolo inopinato universo fuori dal cerchio incantato della sua pre-adolescenza: come seminare gli ortaggi in un fazzoletto di orto, piallare un pezzo di legno, riparare la gamba di una sedia, nel piccolo laboratorio-deposito accanto alla casa. È il mondo dei gesti misurati; delle piccole cose; del lavoro e dei movimenti di un anziano capace, tramite la lentezza, di donare nuova vita agli oggetti e nuovo senso alle azioni. Small Thing vive di iati, momenti di ascolto, pause, respiri silenziosi, sguardi timidi e rispettosi, desiderio di vivere, senza gridare, sapendo che la fine può essere gentile.
Adolescenza pensierosa
Quello raccontato dal film 17 (sono gli anni delle due ragazze protagoniste), della macedone Kosara Mitić, tratto da una storia vera, forse è accaduto in diversi Paesi. E tutti hanno tenuto la bocca chiusa. Intanto sono “cose di ragazzi”. La prima a tacere, e a soffrire, è la vittima. Stiamo parlando di quello che può “capitare” durante la nota “gita scolastica”. Si festeggia, si beve molto, ci si bacia, tra ragazzi e ragazze. I professori, naturalmente, nelle loro camere a chiacchierare. Qualcuna sotto l’effetto dell’alcol subisce una violenza sessuale davanti a tutta la classe, dal solito belloccio ragazzo-macho. È la timida Lina, tutta la vita ad attendere il romantico magico momento della prima volta: e, invece, eccola lì, sul pavimento con le gambe larghe, grida, stordita dall’alcol. Con sopra il maschio nudo, intento a dar prova da palestrato. Alcune compagne e compagni guardano distratti, come se fosse l’ennesimo annoiato video e non la realtà; c’è chi si bacia stordito dai fumi; altri conversano e bevono mescolando grida e musica dentro i timpani. Confesserà a Vera, la sua recente compagna di viaggio, “non mi aspettavo fosse così la prima volta”.
Ma la protagonista di 17 è appunto Vera. Da quando il pullman è partito dalla Macedonia per il viaggio culturale in Grecia, di questa classe del quarto anno, ella non parla con nessuno. Se ne sta rincantucciata al suo posto, quasi attaccata al finestrino. Lina le capiterà vicino. Si conoscono, ma tra le due non vi è molta confidenza. Solo quando Vera interverrà per interrompere la violenza sessuale, di quella notte folle in hotel, Lina avrà trovato una amica.
Vera, l’abbiamo vista, ad apertura film, salutare la famiglia, pensierosa, con un sorriso forzatamente abbozzato. Il padre la accompagna al pullman dove tutta la classe sta arrivando, alla spicciolata. Saluta, con il suo sguardo serio, il padre. L’uomo, “Appena arrivi telefona”, // “Sì, certo”. La camera (steadicam) è sempre su di lei, stretta, ossessivamente, quasi a cercare di capire che tipo sia questa adolescente ostinatamente silenziosa e appartata, nel gran casino di una gita scolastica, fatto di grida, risa sguaiate, battute pesanti, spiritosaggini varie. Repertorio ben noto a noi tutti.
Eva Kostic protagonista del film 17, regia di Kosara Mitić
E allora, il mulino della nostra curiosità muove le sue pale, alimentando una legittima suspense. Vera è semplicemente un’adolescente riservata, poco loquace, forse timida? O c’è dell’altro? Perché lo sguardo diretto della giovanissima talentata Eva Kostić, come buca! Va dritto come una lama di laser verso qualcosa che non vediamo/capiamo. Che si porti dietro un problema? Ha litigato con un compagno di classe, magari suo ex? È innamorata non corrisposta di una sua compagna? Si sente inadatta e brutta? È semplicemente depressa? Subisce violenze in casa? I suoi stanno per divorziare? Qui, script e regia, astutamente, ci tengono per un po’ sul filo.
Vera indossa più maglie, ha liquidato una compagna che, curiosa, le ha chiesto se non senta caldo nel pullman, “Ho la febbre.”/ “Influenza?” /“No, africana”, ironica e tagliente.
Ma la mattina dopo la violenza subita Lina confesserà a Vera, “se mia madre lo sapesse mi ammazzerebbe”. Vera la rassicura, “non lo saprà”. Ora Vera, improvvisamente, abbandona il suo sguardo di ghiaccio, la sua riservatezza di piombo: “Sai tenere un segreto?” / “Sì”. Vera si toglie un maglione, poi un altro, delle fasce che le tengono stretto il ventre. E mostra una tonda gravidanza. Quasi al termine.
Violenze ripetute
“Di chi è figlio?”, scocca naturale la domanda di Lina. “Non lo so. Erano in due.” Uno, il belloccio che ha violentato Lina, l’altro un suo amico. Vera non aggiunge altro. Lina non chiede. Lo spettatore capisce come le adolescenti possano finire ubriache in qualche festa, e i soliti ragazzi-machi approfittarsene senza farsi problemi. Trasformarsi in orrendi giovani orchi.
Partorirà da sola, nella toilette sull’autostrada, affrontando le dolorose, interminabili doglie (e qui Kostić e la regia, in un interminabile piano-sequenza, sono magistrali). Aiutata da Lina, taglia il cordone. Lina esce. Poi Vera: lasciando il neonato lì. È tornata sul bus, tra i rimproveri dei prof e dei compagni. “Ci hai fatto perdere un sacco di tempo!”. Il pullman riparte. Il suo volto sul finestrino. Il mezzo avanza lentamente. C’è fila alla seconda frontiera, quella con la Grecia. Accanto Lina. Con il suo silenzio supporta Vera, di nuovo lo sguardo fisso verso un punto.
Dopo interminabili minuti, resi in stile documentario, Vera ordina a Lina di farla passare. Lina balbetta con il suo corpo, vorrebbe fermarla, ma Vera grida. Esce dal suo posto, attraversa il corridoio del pullman con i soliti compagni spiritosi che galleggiano scherzando e sbraitando. Giunge accanto all’autista (che non vediamo) e chiede di scendere. I due insegnanti le ordinano di tornare a sedersi, di non fare l’isterica. “Fatemi scendere!” / “Debbo scendere!”. Grida ancora più forte “Devo scendere, è una bambina!”. Taglio. Eccola che corre sull’asfalto, accanto al bus verso di noi. Lina le corre dietro. Vera, corre, corre, corre: il back-travelling sembra infinito. Corre verso la vita.
Quando il judo ti aiuta
Pinea Matoshi in Dua, regia di Blerta Basholi
Se Vera ha diciassette anni Dua (la bravissima kosovara Pinea Matoshi) ne ha tredici. Bella e spesso imbronciata perché il ciclo tarda a venirle e il seno non cresce (Dua, 2026, Blerta Basholli). “Mamma, tutte le mie amiche lo hanno già avuto”. / “Tranquilla, ognuno ha il suo tempo”. In discoteca imbottisce il petto, soprattutto dopo l’impietosa sentenza delle amiche, “Tanto i ragazzi non ti guardano, non hai ancora ciò che a loro interessa”. Problemi adolescenziali, per quell’età, quasi insormontabili. Aggiungete che siamo a Pristina nei primi anni Novanta, in una situazione di guerra a macchia. L’esercito serbo ha occupato il Kosovo. Per strada può capitare che volgari soldati, o bande di collaborazionisti in jeans, aggrediscano le ragazze sole. Accade anche a Dua: riesce a salvarsi per caso. A scuola, abbiamo una sola aula disponibile, colma di rifugiati da altri villaggi in fiamme, una sorta di interclasse.
Dua entra in confidenza con una ragazza più grande, decisa, sicura di sé, Maki (perfetta: Vlera Bilalli), alla quale non fa paura attraversare le piccole vie isolate, poco curate, sporche e pericolose di Pristina: “Io faccio judo”, la secca risposta a Dua. Questa è accettata come amica da Maki, vede in lei il modello da seguire. Chiede ai genitori i soldi per iscriversi al corso di judo. “Il judo non è uno sport di violenza, si lavora con l’intelligenza. Ti difende”, le spiega Maki. La madre le cuce il kimono. Durante le lezioni Dua tecnicamente cresce, rapidamente, è talentata.
La rabbia di una ragazzina
Un giorno, in auto con il padre, vengono fermati da agenti della polizia serba. L’uomo trasporta benzina nelle taniche. Risponde che è per uso domestico, per la sua auto, ma non gli credono: in effetti l’uomo aiuta i combattenti della resistenza kosovara contro l’occupazione (il KLA). Viene picchiato violentemente. Dua immobile e rigida, come una lastra di marmo, sente i tonfi sordi delle manganellate contro il corpo del padre che cade a terra; colpito ancora con i calci. Quando rientra in auto, la testa e il collo pieni di ferite e rigoli di sangue, una sola frase: “Tutto a posto, andiamo a casa”.
Il fratello di Dua, l’adolescente Vegim (Andi Bagigora) vorrebbe unirsi al KLA ma il padre e la madre glielo impediscono, “Abbiamo bisogno di medici e architetti per ricostruire questo Paese, non di un ragazzo morto”, lo smonta il padre. E poi Dua lo seguirebbe. La ex pre-adolescente, ha avuto il ciclo, e ora si sente “adulta”, è una ottima judoista: la sua rabbia contro gli invasori, dietro il suo viso ancora di bambina, sta eruttando.
La Storia viene incontro a questa storia di una famiglia. Gli Usa hanno deciso di attaccare le truppe serbe in Kosovo se non si ritirano. Inizia il ritiro. Al contempo i serbi permettono, sotto il proprio controllo, lo svuotamento di parte della città, per meglio gestire il ritiro evitando una insurrezione contro le truppe. La famiglia, per lasciare Pristina senza destare irritazione nei controlli, decide di dividersi in due gruppi. Prendono il treno la madre, Dua e Vegim. Il padre e le altre due figlie grandi partiranno dopo.
In casa gli ultimi abbracci e lacrime. “Speriamo di riunirci”, dice il padre. Pristina si svuota. Donne, anziani e bambini vengono caricati sui treni verso l’Albania. Nei compartimenti, non ci si può neanche sedere, tutti in piedi, pigiati uno sull’altro, come bastoni umani. Dua a fatica guadagna il finestrino, poggiandoci le braccia e su queste la sua testa castana. Triste, guarda verso un punto. Il suo piumino azzurro rimanda a un pezzo di cielo della sua Pristina, che mai avrebbe voluto lasciare.
Al mercato delle mogli
La regista Dina Duma
Altra storia con una undicenne Adela (Efkjar Abaz) e sua sorella Zara (Džefrina Jašari), sedicenne (nella vita sono cugine: attrici non professioniste: impeccabili), nel macedone Skateboarding is Not for Girls (2026, regia di Dina Duma, già premiato al Tribeca Film Fest 2026), cui è andato il Premio speciale della Giuria del Sarajevo Film Festival.
Siamo a Skopie, ai nostri giorni. La madre delle due ragazze, da alcuni mesi, non riceve dal padre, emigrato in Svizzera, alcun invio di denaro. Va a chiedere dei soldi a sua cognata, da poco vedova. Le spiega come quel poco che guadagna facendo le pulizie in una casa di borghesi, non basta. Non pagano l’affitto da mesi. Rischiano lo sfratto e nel giro di pochi giorni, lo stacco della corrente. Il marito non le risponde. Lo chiami lei, del resto è suo fratello. Ma questa risponde, imbarazzata, che le deve confessare qualcosa. È dispiaciuta, si vergogna di dirle cosa è accaduto “alcuni mesi fa”: suo fratello si è innamorato di una donna svizzera: per questo non invia il denaro e non telefona più.
La cognata, dopo alcuni giorni, prospetta a sua cognata una ottima soluzione ai problemi economici. Un matrimonio combinato. Per Zara. La madre inizialmente si oppone, Zara è minorenne; e poi è contro il matrimonio combinato. La zia, delicatamente, “saggiamente”, insiste: è l’unico modo per uscire dalla situazione. Andrebbero a vivere in strada? Una madre con due figlie? La zia: “Ascolta. Ho conosciuto una facoltosa famiglia. Hanno un figlio, un ragazzo intorno ai vent’anni. Basta incontrarli alla festa dove si “comprano le mogli”. Pensaci. A te andrebbe una grossa somma. Le spese sono a carico dello sposo. Tu devi solo pensare al vestito per Zara. Per questo ti aiuto io”.
La bella Zara non ride più
Zara non vorrebbe, ma per salvare la famiglia, accetta in silenzio. Il bel volto ambrato improvvisamente non ride più, come accadeva sino a qualche giorno prima del contratto, quando scherzava e giocava con Adela. Chi si oppone alla “vendita” di Sara, è la piccola Adela, soprattutto dopo aver visto il ragazzo candidato sposo: “decisamente brutto”.
Da qualche mese Adela si esercita con lo skateboard per partecipare a una gara, con tutti gli altri ragazzi e ragazze più grandi. Lega questa sua scommessa al fatto che riuscirà a vincere e al contempo, per una sorta di magia, a liberare sua sorella dal triste matrimonio.
Ma il matrimonio avviene prima della gara e non si può fermare. La sposa è pronta. Nel bel vestito fucsia. È stata vestita da sua madre e dalla zia. Ma prima delle nozze deve confidare qualcosa a sua zia. “Non sono più vergine”. Capiamo che il ragazzo da lei frequentato di nascosto era, per lei, il vero amore. Comunque egli, nel frattempo, si è dileguato.
Il coltellino
La saggia zia, la tranquillizza. “Anche a me è successo tanti anni fa. Ecco la soluzione”. Le dona un coltellino. Deve semplicemente farsi un taglietto sulla coscia, per far uscire un po’ di sangue, durante la prima notte di nozze. Ossia di lì a poche ore. La zia lo nasconde nell’orlo basso del lungo vestito da sposa. Le ore passano. Tutti attendono nella piazzetta, sotto la finestra, mangiando e bevendo, durante la notte, che questa venga aperta e il lenzuolo, della prova della verginità, appeso. Arriva il momento: la finestra si apre, il giovane sposo appende il lenzuolo. È bianco e immacolato. Una voce grida, “Vergogna!”.
Nella scena successiva, l’explicit, ecco la mamma, sul cui volto è rifiorito il sorriso, nel grande letto, con Adela e Zara, ai suoi lati: le abbraccia. Tutte felici. Adela si alza, prende il velo di Zara, poggiato sul comodino, se lo pone in testa, e abbozza una danza nuziale ai piedi del letto: tutte e tre ridono.
Regia in movimento
Coincidenza di temi o scelte volute dei selezionatori del Sarajevo Film Festival 2026, sta di fatto che il cinema balcanico, soprattutto a firma di giovani registe donne, racconta storie di donne che si riconciliano aiutandosi (il ricordato Small Things; ma anche Everything That’s Wrong With You di Urša Menart); di donne coraggiose che non si piangono addosso se un uomo se ne è andato (Skateboarding is Not for Girls); ma, soprattutto, di ragazze spesso sole, in grado di trovare nell’amicizia la forza per affrontare gli “imprevisti” della vita (17) e, in senso lato, il delicato periodo della pre-adolescenza e della adolescenza, tra storie private e Storia ufficiale (17; Dua; Skateboarding is Not for Girls);
Questi ultimi tre film sono curiosamente uniti anche da uno stile simile, non dissimile da quello inaugurato da Lars von Trier, trenta anni fa, ma che nei Balcani e nel cinema slavo ha una radicata tradizione, da Juraj Jakubisko a Emir Kusturica: ossia una regia nervosa, “agitata”, in cui il codice del documentario-reportage si innesta con quello della fiction.
Kosara Mitic (17), Blerta Basholli (Dua) e Dina Duma (Skateboarding is Not for Girls), ricorrono alla camera sempre in movimento, costantemente addosso al personaggio, quasi a registrare i battiti dell’anima per far arrivare in sala le tensioni, le preoccupazioni, i pericoli che la vita, sia in pace come in guerra, dietro i minimi eventi o le grandi tragedie, non ci risparmia.
Diversi i temi emersi dal cinema balcanico alla 32esima edizione del Sarajevo Film Festival. Solitudine, lutti da elaborare, emigrazione, amori. Ma vince l’amicizia tra donne, soprattutto se adolescenti. La rivelazione di alcune giovanissime attrici: la serba Eva Kostić, le macedoni Efkjar Abaz e Džefrina Jašari, e la kosovara Pinea Matoshi. Miglior film “Everytime” di Sandra Wollner; premio Speciale della Giuria a “Skateboarding is Not for Girl” di Dina Duma. Il reportage di Eusebio Ciccotti
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