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Il 30 giugno la Casa Bianca, che diciotto giorni prima aveva interdetto l’accesso a Claude Fable 5 e Mythos, ha riaperto la porta. Chiuso con una lettera, riaperto con una lettera: simmetria perfetta. Ma per comprendere la vicenda, occorre riavvolgere il nastro. Il 9 giugno Anthropic rilascia Fable 5 come modello pubblico e Mythos in versione ristretta: i più capaci mai prodotti dall’azienda. Tre giorni dopo, una segnalazione, la cui origine il racconto ufficiale lascia tuttora nell’ombra, riferisce di un jailbreak: una sequenza di comandi capace di aggirare i vincoli di sicurezza e di sbloccare le capacità offensive del modello in ambito cyber. La sera stessa il segretario al Commercio Howard Lutnick firma una lettera che impone i controlli all’export su entrambi i modelli. Ad Anthropic restano pochi minuti, non giorni, per adeguarsi. Non potendo distinguere in tempo reale i cittadini stranieri dagli americani tra centinaia di milioni di utenti, l’azienda fa l’unica cosa possibile: spegne tutto. Entro la mezzanotte del 12 giugno il blackout è globale.

Poi il negoziato, condotto lontano dai riflettori. Il 26 giugno il governo riammette Mythos per un centinaio di istituzioni americane. Il 30 giugno ritira tutti i controlli e blocchi. Da quel momento l’accesso torna mondiale. Una segnalazione senza volto, una lettera segreta, uno spegnimento improvviso, una marcia indietro altrettanto rapida: gli ingredienti noir ci sono tutti. Ma ciò che deve interessare chi si occupa di diritto e regolazione non è il giallo della vicenda. È la norma utilizzata come strumento coercitivo.

Siamo sicuri fosse la base giuridica giusta?

La lettera inviata dal governo ad Anthropic poggia sul potere di effettuare controlli interinali per le tecnologie emergenti, riconosciuto dal 50 U.S.C. § 4817(b)(1) dell’Export Control Reform Act e citava, curiosamente, il rischio di possibili usi finali di military-intelligence (§ 744.22) da parte di una manciata di Paesi avversari, Russia, Cina, Venezuela, salvo poi estendere il divieto a tutti i cittadini stranieri del mondo. Prima incongruenza.

Ma siamo sicuri che l’export control fosse la base giuridica giusta? C’è chi, autorevolmente, sostiene il contrario. La norma in questione è in effetti, come molte altre, figlia di un mondo analogico, fatto di beni, macchinari, componenti che attraversano fisicamente le frontiere. Qui un modello non “attraversa” nulla nel senso letterale del termine. Il modello vive su server americani, i suoi pesi non lasciano mai il territorio statunitense; ciò che “viaggia” è soltanto un prompt inviato da qualcuno e la risposta che torna indietro via HTTP. Chiamare “esportazione” questo scambio è sicuramente improprio, quand’anche interpretativamente sagace.

Il Dipartimento del Commercio parla di deemed export (734.13(b)), facendo intendere che consentire a uno straniero di accedere a una tecnologia americana equivarrebbe a spedirla nel suo Paese di cittadinanza. Solo che – si perdonino i tecnicismi giuridici – concedere l’accesso non è necessariamente un rilascio. Lo stesso Bureau of Industry and Security ha chiarito in passato che l’accesso potenziale, o il semplice “vedere” fugacemente un item, non costituisce tecnicamente un rilascio, e che lo stesso cloud computing è un servizio, non soggetto all’Ear. L’utente di Fable in questo senso non vede i pesi, non vede l’architettura, non vede il codice sorgente: manda una domanda, riceve una risposta. Tutto qui. Trattare ciò come “rilascio” del modello è, a essere generosi, una forzatura — tanto che un ricorso depositato il 23 giugno sostiene esattamente questo.

Senza poi considerare che il 734.7 sottrae all’Ear il software ampiamente diffuso. Un modello già impiegato da centinaia di milioni di persone è, quasi per definizione, ampiamente diffuso — un principio che, nell’ordinamento americano, rima con i valori del Primo Emendamento sul libero accesso all’informazione. Se questa lettura tiene, il divieto non aveva fondamento, neanche su basi di sicurezza nazionale.

Allora perché questa norma?

Se la base giuridica era ed è così incerta, perché sceglierla come strumento per controllare i modelli di Anthropic? La risposta non ha niente a che vedere con la limitata finezza giuridica del Governo, ma è molto più banale: una simile norma è l’unica che garantisce all’amministrazione la massima flessibilità e discrezionalità sul vietare o ammettere a piacimento l’uso di modelli di IA generalista. Basta una lettera riservata, non si richiede alcun procedimento di rulemaking, non si passa per consultazioni pubbliche, si colpisce un destinatario nominato e si può fare marcia indietro anche domani. Facile no?

Le alternative plausibili erano tutte più rigide: inserire i modelli in una lista di classificazione — l’Eccn che avrebbe dovuto nascere con la legge Biden sull’AI Diffusion, revocata nel maggio 2025 — oppure la via delle sanzioni del Tesoro tramite Ofac, sbarrata però dal Berman Amendment, che vieta controlli sui “materiali informativi” (ivi inclusi modelli IA impiegabili a tali scopi).

Il governo, insomma, ha scelto lo strumento giuridicamente più contestabile soprattutto perché era il più agile.  Washington sa bene che la corsa all’intelligenza artificiale non si vince con norme che ingessano. E infatti: una lettera, zero motivazioni, tutto sottratto al general public — che pure dal divieto è stato toccato, e non poco. Imprese clienti di Anthropic, sviluppatori, centri di ricerca: spenti nel giro di una notte, senza spiegazioni, per effetto di un atto che non hanno mai potuto leggere.

Da questa parte dell’Atlantico avremmo già gridato allo scandalo. Invocheremmo l’assenza di garanzie costituzionali — e lo faremmo in entrambe le direzioni: nessun procedimento trasparente per approvare Mythos e Fable, e nessun procedimento motivato e pubblico per vietarli. Obbligo di motivazione dell’atto amministrativo, pubblicità, contraddittorio, proporzionalità: tutta la grammatica del diritto pubblico troverebbe applicazione e darebbe lavoro a molti avvocati. Negli Stati Uniti, invece, si sbaglia, si corregge il tiro, si fa retromarcia — e tutto questo senza lacci, perché l’innovazione vera, quella di frontiera, i lacci non li vuole.

La riflessione

Detto da uno che non è proprio un fervido sostenitore degli Stati Uniti – e che in più di un articolo ha criticato la deriva tecno-dirigista dell’amministrazione statunitense – tutto questo dovrebbe far riflettere. Questa volta però, sarà per l’esito pro-tecnologico e concorrenziale della misura o per la mia spassionata ammirazione per Dario Amodei, la vicenda mi ha colpito positivamente.

Il riflesso europeo — pretendere garanzie legislative, procedure, pubblicità prima di muovere un passo — è insieme la nostra forza e la nostra gabbia. L’impostazione americana — agire, sbagliare, aggiustare, senza alcuna rete di salvezza — è avventata, spericolata e, a tratti, invidiabile. La saga di Fable, se oggi si conclude con un lieto fine, non ci consegna un verdetto su chi avesse ragione o torto sul jailbreak. Ci mette ancora una volta davanti al brutale pragmatismo americano che fa sembrare l’immobilismo europeo una grottesca barzelletta. All’amministrazione statunitense vanno – in questo caso! – i miei più sinceri complimenti, con il solo suggerimento di aggiornare le norme prima di applicarle, togliendo all’infaticabile tecnicismo del giurista davvero ogni scusa per storcere il naso.

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