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Il filo che lega un ufficio consolare in Bielorussia a una pista aeroportuale tedesca è più corto di quanto si vorrebbe credere. A settembre 2026 le autorità investigative tedesche hanno attribuito alla Russia il tentato attacco con droni esplosivi contro lo scalo di Lipsia/Halle, che ha preso di mira aeromobili cargo DHL e infrastrutture critiche (1). Uno dei principali sospettati risultava in possesso di un visto Schengen turistico rilasciato dall’ambasciata d’Italia a Minsk: non è transitato fisicamente per il territorio italiano, ma la porta d’accesso all’area Schengen gli è stata garantita proprio dai canali consolari di Roma (2). Ursula von der Leyen e Mark Rutte hanno parlato senza mezzi termini di un atto di guerra ibrida condotto da Mosca; Berlino ha risposto chiudendo il consolato generale russo a Bonn e la “Casa russa” di Berlino, mentre l’Italia si è trovata al centro di pressioni internazionali per chiarire le falle nei propri controlli (3).

Non è un caso isolato. Un’inchiesta della Procura di Roma e della Guardia di Finanza ha portato all’arresto dell’ambasciatore italiano in Uzbekistan, Piergabriele Papadia de Bottini, al centro di un sistema di rilascio di visti pluriennali a cittadini russi in cambio di somme comprese fra i 4.000 e i 16.000 euro a pratica, con la complicità di ex funzionari come Tatiana Tarakanova, già in servizio al consolato di Mosca. Cifre fuori portata per un cittadino comune, ma non per oligarchi, faccendieri e uomini vicini agli apparati di sicurezza russi (4).

Il primato del Sud Europa

Questi episodi non nascono nel vuoto: si innestano su un sistema che, quattro anni dopo l’invasione dell’Ucraina, continua a mantenere aperti canali di ingresso ben più ampi di quanto la retorica della fermezza europea lasci intendere. Mentre i Paesi baltici e l’Europa orientale hanno chiuso quasi del tutto le frontiere ai cittadini russi, Italia, Francia e Spagna hanno coperto nel 2025 circa il 75% degli ingressi complessivi di cittadini russi nell’area Schengen. Solo l’Italia, nel 2024, ha ricevuto 161.401 domande di visto da cittadini russi, pari al 26,6% del totale europeo, approvandone il 94,3%; il trend si è confermato nel 2025 con 163.908 visti concessi. A questo si aggiungono i flussi da consolati periferici come quello di Minsk, che nel solo 2024 ha accolto 50.711 domande su 50.912 presentate (5).

Perché tre grandi democrazie del Sud Europa continuano su questa strada, mentre altrove in Europa si è scelta la linea della chiusura? Le ragioni indicate dagli analisti sono essenzialmente tre, e la prima ha un nome preciso: interesse economico. Settori come il turismo di lusso e il mercato immobiliare di pregio – Forte dei Marmi, la Sardegna, Portofino, la Costa Brava – dipendono in parte non trascurabile dalla presenza di cittadini russi benestanti, molti dei quali già proprietari di immobili in Europa. A questo si sommano vulnerabilità amministrative strutturali: la gestione dei visti in Paesi terzi come quelli del Caucaso, dell’Asia Centrale e della stessa Bielorussia sconta carichi di lavoro sproporzionati e controlli di primo livello meno rigorosi, un terreno fertile per pratiche corruttive come quella emersa a Tashkent. Infine pesa un orientamento politico: i governi del Sud Europa hanno storicamente difeso la necessità di non recidere del tutto i legami con la società civile russa e con i dissidenti, contrapponendosi alla linea intransigente di Paesi baltici e Polonia (6).

È una posizione difendibile in astratto. Il problema, come mostra il caso Lipsia-Minsk, è che la stessa infrastruttura pensata per non isolare i dissidenti russi può essere sfruttata, con relativa facilità, da chi lavora per Mosca.

Una storia già scritta

Chi si stupisce che un interesse economico legittimo possa trasformarsi in una falla di sicurezza nazionale dovrebbe guardare alla storia recente delle democrazie occidentali, che offre precedenti fin troppo eloquenti.

Il primo è tedesco, e riguarda proprio la Germania di oggi così severa con Roma. Dopo la riunificazione, la ‘Ndrangheta ha avviato una penetrazione economica sistematica nel Paese, concentrandosi su ristorazione, alberghi ed edilizia. Per anni gli apparati giudiziari e di sicurezza tedeschi hanno coltivato la convinzione che la mafia calabrese si limitasse a “investire capitali” in attività formali, senza esportare violenza né alterare l’ordine pubblico. Quel castello di illusioni è crollato il 15 agosto 2007, quando la strage di Duisburg – sei morti ammazzati davanti a un ristorante – ha rivelato quanto il radicamento criminale fosse profondo, e quanto a lungo fosse stato sottovalutato per convenienza economica (7).

Il secondo caso è britannico, ed è passato alla storia con un nome che dice tutto: Londongrad. Dagli anni Novanta e per tutti i primi Duemila la City si è trasformata nel principale centro mondiale di riciclaggio per capitali di oligarchi russi e reti post-sovietiche opache, attraverso strumenti compiacenti come i golden visas e una fitta rete di società offshore. Centinaia di miliardi di sterline di provenienza dubbia sono stati assorbiti dal sistema finanziario britannico nonostante gli allarmi, rimasti inascoltati, dell’intelligence interna. Il denaro sporco alimentava il mercato immobiliare di pregio e le casse degli studi legali della City, e la sicurezza nazionale è stata trattata, per anni, come una variabile secondaria (8).

Il terzo caso è svizzero, ed è il più antico: il segreto bancario elvetico ha rappresentato per decenni la destinazione d’elezione dei capitali di Cosa Nostra, dei grandi cartelli del narcotraffico internazionale e dell’evasione fiscale globale, con procedure di identificazione della clientela volutamente blande. Solo la pressione internazionale, in particolare quella statunitense dopo l’11 settembre e la crisi dei subprime, ha costretto Berna a smantellare parzialmente quello scudo (9).

Il quarto caso, infine, riguarda Cipro e Malta e i loro “passaporti d’oro”. Sull’onda della crisi finanziaria del 2013, le due isole hanno messo in vendita, di fatto, la cittadinanza europea attraverso programmi di residenza per investimento, permettendo a oligarchi russi e a esponenti del crimine organizzato di acquistare un passaporto Ue in cambio di investimenti immobiliari milionari – ignorando sistematicamente i moniti e le procedure d’infrazione della Commissione europea, perché quella vendita di privilegi era l’unico vero puntello di sistemi bancari locali prossimi al collasso (10).

Quattro storie diverse, un’unica logica: quando il vantaggio economico immediato appare più tangibile del rischio di sicurezza – remoto, probabilistico, difficile da comunicare all’opinione pubblica – i governi democratici tendono a scegliere il vantaggio, e a rinviare il conto.

Il compito scomodo di scegliere

Bilanciare interessi diversi è, e resterà sempre, un compito difficile per chi ha responsabilità pubbliche: la sicurezza nazionale, il gettito fiscale, l’occupazione in interi settori economici, i rapporti diplomatici con Mosca e con Bruxelles non sono variabili che si possano ottimizzare tutte insieme, e ogni scelta finisce inevitabilmente per scontentare qualcuno. Non esiste, in questa materia, una soluzione che accontenti tutti senza lasciare nulla sul tavolo.

Proprio per questo, però, la responsabilità di chi decide non può consistere nel nascondere il compromesso, ma nell’assumerlo apertamente. I casi di Duisburg, di Londongrad, del segreto bancario svizzero e dei passaporti ciprioti e maltesi non sono incidenti di percorso: sono il prodotto di scelte politiche precise, motivate da calcoli economici altrettanto precisi, che per anni sono state raccontate – a se stessi prima ancora che ai cittadini – come fatalità inevitabili anziché come decisioni assunte e assumibili. Lo stesso vale oggi per i visti Schengen rilasciati ai cittadini russi da Roma, Parigi e Madrid: la scelta di privilegiare il turismo d’élite e i legami con la società civile russa rispetto a un controllo più stringente può anche essere difendibile, ma va dichiarata come tale, con le sue conseguenze, e non lasciata scivolare nelle pieghe di una gestione amministrativa presentata come tecnica e neutrale. Le falle di sicurezza non accadono per volontà divina: accadono perché qualcuno, con nome e cognome e con un mandato democratico, ha deciso che il rischio valesse la pena di essere corso. Chiamarle con il loro nome è il primo passo per poterle, eventualmente, correggere.

1 – Rapporto “Visti Schengen e Sicurezza Europea”, settembre 2026, sez. 3 — attribuzione dell’attacco con droni contro lo scalo di Lipsia/Halle da parte delle autorità investigative tedesche.

2 – Ibid. – il sospettato risultava titolare di un visto Schengen turistico rilasciato dall’ambasciata d’Italia a Minsk.

3 – Ibid. – dichiarazioni di Ursula von der Leyen e Mark Rutte; misure diplomatiche tedesche (chiusura del consolato generale russo a Bonn e della “Casa russa” di Berlino).

4 – Rapporto “Visti Schengen e Sicurezza Europea”, sez. 4 – inchiesta della Procura di Roma e della Guardia di Finanza sul caso Papadia de Bottini e Tatiana Tarakanova.

5 – Rapporto “Visti Schengen e Sicurezza Europea”, sez. 2 – dati sulle domande e concessioni di visto 2024-2025 (Italia, consolato di Minsk).

6 – Rapporto “Visti Schengen e Sicurezza Europea”, sez. 5 – fattori economici, amministrativi e politici dietro l’approccio permissivo di Italia, Francia e Spagna.

7 – “Economia Cieca e Sicurezza Ignorata”, Documento di Sintesi Comparata, sez. 2A – penetrazione della ‘Ndrangheta in Germania e strage di Duisburg (15 agosto 2007).

8 – Ibid., sez. 2B – il caso “Londongrad”: golden visas, capitali russi e allarmi inascoltati dell’MI5.

9 – Ibid., sez. 2C – il segreto bancario svizzero e i capitali di Cosa Nostra e del narcotraffico internazionale.

10 – Ibid., sez. 2D – i “golden passports” di Cipro e Malta dopo la crisi finanziaria del 2013

Il visto di Minsk? Se l'interesse economico mette alla prova la sicurezza. L'opinione di Pagani

Episodi come il visto rilasciato dall’ambasciata d’Italia di Minsk a uno dei principali sospettati del tentato attacco con droni esplosivi contro lo scalo di Lipsia non nascono nel vuoto. Si innestano su un sistema che, quattro anni dopo l’invasione dell’Ucraina, continua a mantenere aperti canali di ingresso ben più ampi di quanto la retorica della fermezza europea lasci intendere. L’opinione di Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna, esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva

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