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Camillo Ruini non merita un congedo formale, un fervorino intinto nella retorica e condito al massimo da qualche ricordo personale. Il Cardinale è stato una figura immensa nella storia della Chiesa e della politica italiana: non ho i fondamentali per analizzare la prima parte, mentre sono stato testimone del ruolo politico di quello che nel Palazzo tutti chiamavano don Camillo.

Non ho avuto con Ruini straordinari rapporti personali: lui era arrabbiato coi democristiani, e con onestà non dobbiamo dargli torto. Ci rimproverava di non aver saputo gestire la transizione dalla Dc a qualcosa di nuovo, di cui fu incapace l’ultima dirigenza democristiana, e che la storia appaltò a Silvio Berlusconi.

Ruini si arrabbiò (o finse di farlo) quando una volta dichiarai che lui era il nostro presidente del Consiglio mancato. C’era del vero nella mia provocazione: Ruini era democristiano, e la politica lo appassionava, se l’avesse scelta il suo cursus honorum sarebbe stato massimo.

E quanto ne capiva di politica, quel cardinale di Reggio Emilia. A differenza dei capi democristiani, Ruini aveva capito la legge elettorale maggioritaria, e ben prima di Berlusconi aveva spiegato a Martinazzoli la necessità di una scelta di campo contro la sinistra. Ruini non agiva in autonomia, la sua linea era totalmente coperta da Giovanni Paolo II che voleva salvare la Dc, come rivelò Martinazzoli nel suo ultimo libro (‘Santità ci lasci andare’ rispose Mino al Pontefice che invocava la salvezza democristiana).

Ruini spiegava che il partito di destra e di sinistra finiva col proporzionale, che la Dc doveva scegliere, e che – se non lo avesse fatto – qualcuno avrebbe rappresentato al suo posto l’elettorato cattolico. I dirigenti democristiani non credettero a don Camillo, e portarono il partito sugli scogli.

Così nacque il ruinismo, definizione buona per i fanatici e per i detrattori del nuovo corso politico della Chiesa dopo la fine della Dc. Ruini fu il teorico di una Chiesa non schierata, custode dei valori non negoziabili, esigente ed attenta a entrambi gli schieramenti. Ma il rapporto preferenziale della Chiesa di Ruini fu col centrodestra e con Berlusconi: ‘il solo premier’ dirà Ruini nell’ultima intervista ‘che mi ha chiesto cosa potesse fare per la Chiesa’.

Ruini aveva rapporti anche con Romano Prodi, inizialmente calorosi, poi conflittuali: al pari di Helmut Kohl, Ruini pensava che il professore bolognese volesse rifare la Dc, invece lui inventò l’Ulivo e si giocò il sostegno di don Camillo.

Il mancato leader politico costruì da Cardinale la linea politica alla quale ci siamo uniformati: bando a iniziative nostalgiche, abbiamo rinunciato a rifare la Dc, custodendone lezione e memoria, e cercandone le coordinate dove approssimativamente si potevano ritrovare. E da ultimo Ruini ha indicato in Giorgia Meloni la sintesi accettabile per il presente.

E in questa giornata mesta e afosa, ci appare ancora più chiaro il peso politico di questo prete, autore del canovaccio del cattolicesimo politico nella transizione dalla prima alla seconda repubblica.
Siamo stati tutti ruiniani, ma a sua insaputa.

Siamo stati tutti ruiniani, ma a sua insaputa. La riflessione di Rotondi

Don Camillo era arrabbiato coi democristiani, e con onestà non dobbiamo dargli torto. Ci rimproverava di non aver saputo gestire la transizione dalla Dc a qualcosa di nuovo. Mancato leader politico, costruì da Cardinale la linea politica alla quale ci siamo uniformati: bando a iniziative nostalgiche, abbiamo rinunciato a rifare la Dc, custodendone lezione e memoria, e cercandone le coordinate dove approssimativamente si potevano ritrovare. Il ricordo di Gianfranco Rotondi

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