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Quando ieri Dan Scavino, vice capo di baronetto della Casa Bianca e storico assistente del presidente Donald Trump, aveva postato su X um video di un bombardiere B2 statunitense si era temuto il peggio: sembrava un messaggio che anticipava la ripresa dei bombardamenti sull’Iran, anche quello stesso video era stato postato da Scavino nelle ore che hanno preceduto l’attacco di Usa e Israele alla Repubblica Islamica. È noto che Trump sia in una fase di difficoltà: non c’è alcun modo di raccontare la guerra contro Teheran come una vittoria, ma il presidente ha necessità di arrivare velocemente a una qualche conclusione del conflitto – il peso sul consenso inizia a farsi sentire e rischia di compromettere i risultati delle elezioni di metà mandato che ci saranno a novembre.

È questa complessa situazione – soprattutto interna, ma con importanti dimensioni internazionali – la ragione per cui l’amministrazione americana starebbe lavorando alacremente per un’intesa temporanea con l’Iran che potrebbe congelare per almeno 60 giorni l’attuale fase di escalation regionale, riaprire completamente lo Stretto di Hormuz e riattivare parte delle esportazioni petrolifere iraniane. Secondo fonti americane, “siamo vicini”. Per Axios, sempre ben informato, il memorandum d’intesa – ancora non finalizzato e suscettibile di saltare nelle ultime ore – potrebbe essere annunciato già oggi.

L’accordo rappresenta il concreto tentativo di evitare un ulteriore allargamento del conflitto, e conseguentemente scarica Trump della pressione prodotta dalla guerra all’Iran sul mercato energetico globale, in un momento in cui il rischio di interruzioni marittime nel Golfo continua a preoccupare governi e mercati. Ma soprattutto segnala un possibile ritorno di Trump a una logica negoziale fortemente transazionale: pressione massima, ma accompagnata dalla disponibilità a offrire benefici economici concreti in cambio di concessioni verificabili.

I punti chiave dell’intesa

Secondo la bozza circolata tra i mediatori, il memorandum avrebbe una durata iniziale di 60 giorni, prorogabile con consenso reciproco. Durante questo periodo, l’Iran si impegnerebbe a garantire la piena riapertura dello Stretto di Hormuz, inclusa la rimozione delle mine navali piazzate nelle ultime settimane, consentendo la ripresa senza restrizioni del traffico commerciale.

In cambio, gli Stati Uniti alleggerirebbero il blocco sui porti iraniani e concederebbero alcune deroghe sanzionatorie per permettere a Teheran di tornare a esportare petrolio. Un passaggio che rappresenterebbe un sollievo importante per l’economia iraniana, ma che Washington giustifica anche come misura necessaria per stabilizzare il mercato energetico globale.

La formula utilizzata dalla Casa Bianca viene descritta come “relief for performance”: nessun alleggerimento permanente immediato, ma benefici economici progressivi legati all’effettiva implementazione degli impegni iraniani.

Il nodo nucleare resta aperto

La parte più delicata resta però quella nucleare. La bozza include un impegno iraniano a non perseguire armi nucleari e ad avviare negoziati sulla sospensione dell’arricchimento dell’uranio e sulla gestione delle scorte altamente arricchite.

Teheran avrebbe già fornito tramite i mediatori indicazioni verbali sulla disponibilità a discutere limiti più stringenti al proprio programma nucleare. Tuttavia, nessuna misura definitiva verrebbe implementata immediatamente: durante i 60 giorni si negozierebbe un possibile accordo finale, mentre le principali sanzioni e i fondi congelati resterebbero formalmente in vigore fino a verifiche concrete.

Parallelamente, le forze americane rafforzate negli ultimi mesi resterebbero dispiegate nella regione. Il messaggio è chiaro: Washington vuole mantenere la deterrenza militare anche mentre apre uno spazio diplomatico.

La dimensione regionale: Libano, Israele e Hezbollah

Uno degli elementi più sensibili della bozza riguarda il teatro libanese. L’intesa prevedrebbe infatti anche la fine della guerra tra Israele e Hezbollah, inserendo di fatto il dossier libanese dentro un più ampio schema di de-escalation regionale.

Per quanto noto, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, avrebbe espresso forti preoccupazioni durante una telefonata con Trump, soprattutto rispetto al rischio che Hezbollah possa sfruttare una tregua per riarmarsi. La posizione americana, tuttavia, sarebbe quella di consentire a Israele di intervenire qualora emergessero tentativi concreti di riarmo o nuove provocazioni.

Dietro questa impostazione emerge anche una differenza di priorità strategiche tra Washington e il governo israeliano. Per Trump, la stabilizzazione regionale e il contenimento dell’impatto economico globale della crisi sembrano oggi avere un peso crescente accanto agli obiettivi securitari tradizionali.

Il ruolo dei mediatori arabi e del Pakistan

L’accordo è il risultato di una intensa attività diplomatica regionale. Nelle ultime ore Trump avrebbe consultato diversi leader arabi e musulmani, ottenendo sostegno da Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Turchia e Pakistan.

Particolarmente rilevante il ruolo di Islamabad: il principale mediatore sarebbe stato il capo dell’esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir, impegnato direttamente a Teheran per cercare di chiudere l’intesa. L’obiettivo è anche salvare la faccia del Paese, dopo che il Pakistan si era lanciato in un’avventura diplomatica rischiosa e piena di vulnerabilità sistemiche. Fonti regionali contattate da Formiche.net sostengono che sono stati ”alcuni Paesi del Golfo” a giocare un ruolo più decisivo nel dossier.

Anche questo elemento segnala un’evoluzione geopolitica significativa: il dossier iraniano viene gestito sempre più attraverso una rete regionale e mediorientale, con gli Stati Uniti che cercano di coordinare alleati arabi sunniti, partner pragmatici e attori musulmani dotati di canali aperti con Teheran.

Una tregua fragile ma strategicamente importante

Resta altamente incerto se il memorandum possa davvero trasformarsi in un accordo duraturo. Gli stessi funzionari americani ammettono che la tregua potrebbe interrompersi rapidamente qualora Washington ritenesse Teheran non realmente intenzionata a negoziare sul nucleare. Ma il fatto stesso che Trump sembri orientato, almeno per ora, verso una soluzione diplomatica rappresenta un passaggio importante. Negli ultimi giorni il presidente americano aveva oscillato tra la possibilità di sostenere un’ondata di attacchi contro l’Iran e quella di perseguire una via negoziale.

La scelta di puntare su un’intesa temporanea suggerisce che la Casa Bianca ritenga ancora possibile utilizzare la pressione economica e militare come leva per ridefinire il rapporto con Teheran senza entrare in una guerra regionale su larga scala.

L’obiettivo finale, secondo i consiglieri di Trump, resta ambizioso: ottenere concessioni strutturali sul nucleare iraniano e, in cambio, aprire la strada a una graduale normalizzazione economica. Una prospettiva che l’attuale leadership iraniana potrebbe considerare necessaria, anche alla luce della grave crisi economica interna.

Tregua Usa‑Iran. Obiettivo riaprire Hormuz e congelare l'escalation

Trump sarebbe vicino a un’intesa temporanea con l’Iran per congelare l’escalation regionale: riapertura dello Stretto di Hormuz, ripresa delle esportazioni petrolifere iraniane e avvio di nuovi negoziati sul nucleare. L’accordo, mediato anche da Pakistan e monarchie del Golfo, includerebbe una tregua parallela tra Israele e Hezbollah, ma resta fragile e pieno di incognite

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