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Con la conferenza stampa di Berlino di ieri, la vicenda del drone esplosivo trovato il 4 agosto scorso all’aeroporto di Lipsia/Halle ha smesso di essere un caso di cronaca giudiziaria per diventare un atto politico di portata europea. Il ministro dell’Interno tedesco Alexander Dobrindt, affiancato dal ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul (nella foto), ha attribuito formalmente alla Russia la responsabilità dell’attacco, parlando esplicitamente di attacco ibrido e annunciando le prime contromisure: la chiusura del consolato generale russo di Bonn e la fine dell’accordo che regolava le attività della Casa Russa a Berlino. È una svolta che merita di essere letta non come un episodio isolato, ma come l’ultimo tassello di una campagna sistematica che Mosca conduce da tempo sul fianco orientale e centrale dell’Alleanza atlantica.

La dinamica dei fatti, ricostruita nelle settimane successive al ritrovamento, è indicativa della sofisticazione dell’operazione. Il drone, imbottito di esplosivo e dotato di detonatore, era stato indirizzato contro un aereo cargo ucraino in sosta in uno scalo che, pur essendo un hub logistico civile, viene utilizzato anche per il transito di materiali a supporto dello sforzo bellico di Kyiv. Solo un difetto tecnico ha impedito la detonazione. È proprio questo livello di sofisticazione a orientare la valutazione degli inquirenti verso una regia statale: Dobrindt aveva già anticipato, prima dell’attribuzione formale, che la costruzione dell’ordigno e l’integrazione tra i suoi componenti tradivano un approccio professionale, incompatibile con l’ipotesi di un gesto isolato o dilettantesco, e più coerente con uno scenario di minaccia ibrida costruito da un attore dotato di risorse tecniche e capacità operative non alla portata di singoli individui. Le indagini, secondo quanto riportato dalla stampa tedesca, indicherebbero inoltre che il drone non fosse un semplice segnale dimostrativo, bensì un ordigno concepito per uccidere, fallito soltanto all’ultimo passaggio.

Il quadro in cui Berlino colloca l’episodio è quello, ormai familiare agli analisti di sicurezza, della saturazione a bassa intensità delle infrastrutture critiche europee. Lo stesso Dobrindt ha ammesso che la Germania affronta attacchi ibridi — cyber, economici, di sabotaggio — su base quotidiana, con l’obiettivo dichiarato di destabilizzare il Paese o di danneggiarlo direttamente. I numeri confermano la tendenza: le intrusioni di droni nei quindici principali scali tedeschi sono passate da 101 nel primo semestre 2025 a 166 nello stesso periodo del 2026. Lipsia, peraltro, non è un caso isolato nemmeno sul piano della logistica aerea: il processo tuttora in corso in Lituania per i pacchi esplosivi imbarcati su un volo cargo diretto dalla stessa città nel 2024 — attribuito al Gru, l’intelligence militare russa — mostra come il target degli hub aeroportuali dual-use sia ricorrente nel modus operandi dei servizi russi.

Alla domanda se le valutazioni tedesche siano fondate, la risposta che viene dalla comunità di intelligence occidentale è convergente. Non si tratta di un giudizio isolato di Berlino: la Commissione europea, per bocca della presidente Ursula von der Leyen, ha garantito piena solidarietà alla Germania preannunciando una risposta comune, mentre le agenzie statunitensi avrebbero corroborato in modo indipendente l’attribuzione a un servizio russo. A rendere solido il quadro probatorio concorrono tre elementi che gli esperti di controspionaggio considerano dirimenti: la natura degli esplosivi — tracce compatibili con materiali di grado militare, non reperibili al di fuori dei circuiti della difesa; la scelta del bersaglio, un nodo logistico dual-use funzionale a colpire le catene di rifornimento verso l’Ucraina restando sotto la soglia di una crisi militare aperta; il metodo, coerente con il ricorso russo a manovalanza reclutata online o ad agenti occasionali, una tecnica che consente al Cremlino di conservare una negabilità plausibile pur lasciando intatta la firma strategica dell’operazione.

È qui che si inserisce la lettura più utile per comprendere l’episodio: Lipsia rientra nella logica della zona grigia, lo spazio d’azione che Mosca ha costruito apposta per restare sotto la soglia che farebbe scattare una risposta militare convenzionale o l’invocazione dell’articolo 5 del Trattato Nordatlantico. È la stessa logica teorizzata nella dottrina attribuita al generale Valerij Gerasimov, capo di stato maggiore delle forze armate russe, secondo cui il confine tra pace e guerra si è ormai dissolto e gli strumenti non militari — sabotaggio, cyber, disinformazione, azioni coperte — possono raggiungere obiettivi strategici restando al riparo da una risposta simmetrica. Il calcolo del Cremlino non è casuale ma cumulativo: ogni episodio — dal sabotaggio ferroviario, agli incendi dolosi in depositi logistici, ai tentati omicidi su suolo europeo, fino agli attacchi informatici — serve a mappare le vulnerabilità reali delle infrastrutture critiche occidentali, a misurare i tempi di reazione delle autorità locali e la cooperazione tra i servizi dei diversi Paesi alleati, e infine a saggiare la tenuta psicologica e politica dell’opinione pubblica europea rispetto al sostegno di lungo periodo a Kyiv. Non è un’azione dimostrativa né un avvertimento isolato: è un sondaggio incrementale e sistematico, condotto per ridefinire in tempo reale quanto rischio l’Occidente sia disposto a tollerare prima di reagire in modo compatto.

La reazione tedesca, per quanto simbolicamente rilevante, resta contenuta entro il perimetro diplomatico e di intelligence — la chiusura di un consolato, l’irrigidimento dei controlli, il varo di una task force congiunta con gli alleati baltici della Nato annunciata da Dobrindt il 28 agosto per contrastare la minaccia dei droni. È esattamente la reazione che Mosca prevede e, in un certo senso, tollera: sufficientemente dura da apparire come una risposta, sufficientemente calibrata da non offrire un pretesto per un’escalation che nessuna delle due parti ha oggi interesse a innescare. Il rischio, semmai, è opposto: che l’accumularsi di episodi a bassa soglia produca un’assuefazione dell’opinione pubblica, o al contrario un logoramento della coesione tra alleati chiamati a rispondere in modo sempre più frequente a provocazioni che, singolarmente, non giustificano una reazione militare.

Per l’Italia il caso di Lipsia non è un problema lontano, ma la conferma di una tendenza che riguarda direttamente il Paese. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli episodi su cui l’intelligence nazionale sospetta una regia russa, senza ancora poterla sempre provare: l’esplosione nello stabilimento di munizioni di Colleferro, che riforniva anche l’Ucraina; l’ondata di sabotaggi ferroviari — dalla linea Roma-Napoli in giù — che nei primi mesi del 2026 ha già eguagliato gli episodi dell’intero 2025; gli attacchi cyber del collettivo filorusso NoName057(16) contro Farnesina, banche e aeroporti; l’anomalo blackout radar sui cieli del Nord Italia; e sul versante dello spionaggio più tradizionale, dalla condanna dell’ufficiale di Marina Walter Biot allo smascheramento dell’agente del Gru Olga Kolobova nell’orbita della base Nato di Napoli, fino agli arresti di luglio di due ex funzionari dell’Aisi e quattro militari per spionaggio a favore di Mosca.

Nessuno di questi episodi, preso isolatamente, costituisce una prova definitiva; è la concentrazione temporale e la ricorrenza del bersaglio a renderli parte dello stesso disegno individuato a Lipsia. La protezione delle infrastrutture dual-use, il rafforzamento dei sistemi anti-drone e l’integrazione tra i servizi restano il terreno su cui si giocherà la capacità dell’Alleanza di rispondere a una minaccia disegnata per non offrire mai un bersaglio netto. La domanda che la vicenda tedesca lascia aperta non è se la Russia stia testando la Nato — su questo la convergenza di giudizio è ormai ampia — ma quanto a lungo l’Alleanza potrà permettersi di rispondere caso per caso, senza una strategia comune di deterrenza per la zona grigia.

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