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Le bolle di calore estive ci ricordano che la situazione climatica del pianeta continua a peggiorare. Lo dicono milioni di misurazioni della temperatura in tutte le parti del globo di cui non è possibile dubitare (a parte il folklore dei racconti degli elefanti di Annibale e di articoli improbabili di quotidiani del 1960 che girano in rete). Ed è questo il primo motivo per il quale (come già affermava papa Francesco nella Laudato sì) dobbiamo accelerare nella transizione muovendo dal carbone e le fonti fossili a quelle fonti, come le rinnovabili, che hanno un impatto fino a 200 volte minore in termini di emissioni climalteranti.

Per fortuna il resto del mondo cammina a passo spedito verso le rinnovabili (91,5% dei nuovi impianti) e Trump si sta rivelando uno straordinario promotore della transizione ecologica (stessa percentuale di nuovi impianti da rinnovabili anche negli Stati Uniti nonostante le sue intemerate fuori dalla storia). I suoi pasticci in Medio Oriente hanno infatti provocato continue fibrillazioni dei prezzi di petrolio e gas facendo capire a tutti, se ce ne fosse stato bisogno, che non conviene dipendere da una fonte di energia che, oltre ad essere dannosa per il contrasto all’emergenza climatica, rende famiglie, imprese e intere nazioni dipendenti dai rischi di conflitto e dai capricci dei leader dei paesi produttori.

Il motivo per cui le rinnovabili corrono dunque è molto semplice e triplice: indipendenza strategica, contrasto all’emergenza climatica e convenienza di mercato. Le rinnovabili sono una tecnologia matura, produrre energia da esse costa meno che farlo da altre fonti ma soprattutto consentono una vera rivoluzione dal basso che toglie il controllo dell’energia a pochissimi potenti e lo redistribuisce a una miriade di prosumer (cittadini produttori e consumatori). Non spariscono ovviamente i grandi impianti (ci mancherebbe) ma la distribuzione della produzione cambia e molto.

L’Italia che dovrebbe essere in prima linea in questa direzione si conferma invece una sorta di Jurassic Park. Abbiamo il più alto tasso di dipendenza dalle fonti fossili, ovvero dipendenza dall’estero che ci ha prodotto le tre tragedie inflazionistiche dell’ultimo mezzo secolo (dall’Opec, all’Ucraina allo stretto di Hormuz). Un disastro per le bollette delle famiglie e i costi di produzione e la competitività delle imprese. Non servono soldi pubblici per avanzare. Basta sbloccare i colli di bottiglia delle autorizzazioni e liberare da lacci e lacciuoli la creatività degli italiani perché ci sono migliaia di progetti in attesa di valutazione presso la commissione di Valutazione d’impatto ambientale (Via) e 48mila richieste di autorizzazione di comunità energetiche presso il Gse.

Nonostante le ripetute pressioni del presidente di Confindustria Orsini il collo di bottiglia non si blocca. Si continua invece imperterriti come gli struzzi a mettere la testa nella sabbia e a varare misure tampone con le quali il governo aiuta i cittadini a pagare le bollette ai produttori di fonti fossili. Abbiamo buttato in questo modo decine di miliardi che sarebbero stati risparmiati fossimo stati più avanti nella transizione. Esiste una malattia seria con tre sintomi gravi (dipendenza energetica, febbri inflazionistiche, contributo negativo all’emergenza climatica). La medicina esiste e costa poco. Ma il dottore continua a somministrare aspirine. La speranza è che gli italiani si sveglino dall’incantesimo chiedendo alle forze politiche di ogni colore di agire rapidamente

Il clima è malato ma la politica prescrive solo aspirine. L'opinione di Becchetti

Esiste una malattia seria con tre sintomi gravi: dipendenza energetica, febbri inflazionistiche, contributo negativo all’emergenza climatica. La medicina esiste e costa poco. Ma il dottore continua a somministrare aspirine. La speranza è che gli italiani si sveglino dall’incantesimo chiedendo alle forze politiche di ogni colore di agire rapidamente. Il commento di Leonardo Becchetti

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