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Recentemente è stato organizzato all’Istituto Sturzo a Roma un incontro fra alcune associazioni cattoliche sul tema importante e decisivo della democrazia, della rappresentanza democratica e anche, e soprattutto, sulla riforma della legge elettorale. Un’iniziativa degna di nota che, però, è stata conclusa da due leader dell’attuale sinistra italiana.

Il capo del partito populista dei 5 Stelle, Giuseppe Conte e la segretaria del Pd, Elly Schlein. Nulla in contrario, come ovvio ed evidente. Ma è curioso, nonché singolare, che una importante e significativa iniziativa di un segmento rappresentativo del mondo cattolico italiano venga conclusa da due leader politici che, al di là di ogni polemica od osservazione critica, sono quasi antropologicamente alternativi rispetto alla storia, al pensiero, alla cultura e alla tradizione del cattolicesimo politico italiano, seppur variegato e composito al suo interno.

Perché quello che stupisce, e che inquieta, è che si corre il concreto rischio che in una fase politica dove vige un radicato ed inequivocabile pluralismo politico ed elettorale dei cattolici, dove la tesi dell’unità politica fa parte di un passato ormai improponibile – anche se nella Dc nessuno, ripeto nessuno per 50 anni, ha mai sostenuto il dogma dell’unità politica dei cattolici perché si votava la Dc per ragioni esclusivamente politiche e perché si era in un determinato contesto storico – e dove i cattolici si distribuiscono in modo equo ed omogeneo lungo l’intero scenario politico, si riaffermi un nuovo ed inedito neo collateralismo. Un collateralismo che non parte più dal partito – o dai partiti – nei confronti del mondo associazionistico ma si manifesta al contrario. E cioè, dai movimenti verso i partiti. Che, nel caso specifico, sono anche partiti la cui ragione sociale – e del tutto legittimamente – è lontanissima da tutto ciò che è anche solo genericamente riconducibile al cattolicesimo democratico, popolare e sociale.

Ora, e senza alimentare ulteriori polemiche, credo che almeno su un punto non si può non concordare. Movimenti, gruppi, laici impegnati nel sociale e cattolici direttamente presenti nell’agone politico. E cioè, nessuno, ma proprio nessuno, può intestarsi in modo arrogante ed esclusivo la rappresentanza politica del mondo cattolico. O, peggio ancora, la parte che qualcuno ritene essere più responsabile, più accorta, più coerente e più matura come sostengono i cosiddetti “cattolici adulti” di prodiana memoria. Perché i cosiddetti ed intramontabili “catto comunisti” – una categoria che esiste da sempre, addirittura era già presente prima della fine della dittatura fascista – non esauriscono affatto l’universo cattolico nel nostro Paese. E questo perché le molteplici sensibilità religiose, spirituali, etiche, culturali, sociali e politiche presenti nella galassia cattolica vanno rispettate rigorosamente e quasi dogmaticamente tutte.

Insomma, per dirla in breve, nessuno può vantare di essere “più cattolico degli altri” e né, tantomeno, di essere più titolato per ragioni misteriose e sconosciute sul terreno della coerenza nella dimensione pubblica e quindi politica. I “sepolcri imbiancati” per dirla con Carlo Donat-Cattin nella prima repubblica o i ”cattolici professionisti”, per usare una felice espressione di Mino Martinazzoli nella seconda repubblica, sono categorie che oggi non hanno semplicemente più cittadinanza. Né attiva e né passiva. Con buona pace di chi continua a sentirsi o a ritenersi tale.

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