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Tutte le guerre, da sempre, si combattono su due piani: non solo sul terreno, mare e spazio, ma anche attraverso la comunicazione. Oggi, tuttavia, questo secondo fronte ha assunto un peso senza precedenti. Nei conflitti più recenti – dall’Ucraina a Gaza, fino all’attuale crisi nel Golfo – la dimensione mediatica è diventata pervasiva, amplificata dall’uso dei social network e dalla diffusione incontrollata di fake news, sempre meno verificabili.

In questo contesto, la manipolazione delle informazioni ha raggiunto livelli estremi. Le parti in causa tendono a minimizzare le proprie perdite e a enfatizzare quelle del nemico, contribuendo a creare una «cortina fumogena» che rende estremamente difficile distinguere i fatti dalla propaganda. Non è un caso che, ancora oggi, sia impossibile determinare con precisione il numero delle vittime nei principali teatri di guerra. Probabilmente, solo a distanza di anni sarà possibile ricostruire un quadro attendibile delle vittime ucraine e russe, o dei gazawi rimasti uccisi durante gli scontri tra Israele e Hamas.

Il caso dell’Iran è emblematico. Durante il recente conflitto, si è parlato della distruzione della capacità di arricchimento dell’uranio e della dispersione delle scorte già accumulate, oltre che di una rivoluzione alle porte per rovesciare il regime, con migliaia di vittime civili innocenti, queste ultime purtroppo spaventosamente reali.

Attorno a questi temi si sono sviluppate narrazioni spesso contraddittorie, se non del tutto infondate, a partire dalla «distruzione totale» del programma nucleare iraniano annunciata da Donald Trump, che sarebbe stata compiuta dagli attacchi della scorsa estate durante la cosiddetta «Guerra dei dodici giorni». E proseguendo con il presunto trasferimento del materiale radioattivo in Paesi terzi, fino alla sua collocazione in siti segreti e inaccessibili. Eppure, dal punto di vista tecnico, l’uranio arricchito non è facilmente trasportabile come hanno lasciato intendere le dichiarazioni di Trump di questi giorni, secondo cui «l’Iran consegnerà il proprio uranio agli Stati Uniti». Sempre che ciò avvenga, di sicuro non ci saranno passaggi di valigette alla James Bond, e non sarà facile risolvere le questioni più pratiche.

In questo quadro, legare eventuali accordi di tregua o di pace alla consegna del materiale nucleare appare, allo stato attuale, poco realistico. Più plausibile è l’ipotesi di un negoziato informale tra i principali attori coinvolti, volto a costruire una soluzione di compromesso che consenta a ciascuna parte di salvare la faccia e dichiararsi vincitrice. Per l’Iran, questo significherebbe respingere i tentativi di cambio di regime, mantenendo una struttura di potere che potrebbe evolvere nel tempo verso una diluizione della componente religiosa a vantaggio di quella militare, sempre nel quadro di un regime di tipo autoritario. Una rinuncia definitiva al programma nucleare a scopi militari sembra invece una condizione inaccettabile per il regime: si negozierà quindi per uno stop di alcuni anni all’arricchimento dell’uranio, in modo da prendere tempo in attesa di un quadro internazionale più disteso. Per gli Stati Uniti, invece, un accordo rappresenterebbe un risultato politico utile anche in vista delle prossime scadenze elettorali, giustificando gli enormi costi – economici e umani – sostenuti. Di sicuro, nessuna delle parti in causa può permettersi di portare avanti un conflitto ad alta intensità ancora per lungo tempo. Basti pensare che gli Usa hanno speso circa 13,7 miliardi di dollari in intercettori e 9,7 miliardi di dollari in bombe e missili per colpire obiettivi, e che ai ritmi di produzione attuali non sarebbe per nulla semplice rimpiazzare le armi utilizzate fino a ora. Insomma, al momento non siamo – e si spera che non lo saremo – in un’economia di guerra come negli anni Quaranta, con i cantieri navali della California che erano arrivati a consegnare fino a venti navi da guerra al mese. Non è escluso che, in prospettiva, si possa assistere a un tentativo di riconversione industriale, anche sfruttando i profitti derivanti dall’aumento dei prezzi delle materie prime ed energetiche. Tuttavia, si tratta di processi complessi, che richiedono tempo e visione strategica.

In questo scenario già fragile, si inserisce la variabile rappresentata da Israele, il cui attuale governo persegue obiettivi che non sempre coincidono con quelli degli Stati Uniti e degli altri alleati occidentali. La strategia israeliana sembra orientata alla neutralizzazione definitiva delle minacce rappresentate da Iran, Hezbollah e Hamas, attraverso la creazione di una cintura di sicurezza estesa ben oltre i confini immediati. Non è un caso se la riapertura intermittente dello Stretto di Hormuz dipende dalla debolissima tregua imposta in Libano da Trump a Netanyahu. Un cessate il fuoco che sembra appeso a un filo, come dimostra l’uccisione di un casco blu di nazionalità francese – e il ferimento di altri tre – avvenuta nella giornata di sabato 18, con responsabilità ancora da chiarire e con evidente sfruttamento mediatico da parte di tutte le parti coinvolte.

L’Italia, da parte sua, continua a muoversi come potenza regionale attenta agli equilibri del Mediterraneo allargato, cercando di sostenere le iniziative diplomatiche più moderate e di favorire soluzioni negoziali. È senz’altro positiva la partecipazione della premier Meloni – di persona e con un’accentuata manifestazione di amicizia con Macron a fini televisivi – al vertice dei cosiddetti «volonterosi» a Parigi, segno di una linea sempre prudente ma orientata a un maggiore europeismo, rafforzata dall’azione del vicepresidente e ministro degli Affari esteri Tajani.

Una scelta ormai inevitabile, pur se poco in sintonia con il recente passato, vista la volubilità dell’inquilino della Casa Bianca.

Resta, infine, una speranza: che all’uscita di questo «tunnel» di conflitti la luce che si vede non sia quella di un treno che si muove a tutta velocità in direzione opposta – ovvero il rischio di un’escalation verso uno scontro su larga scala – ma che si intraveda, al contrario, l’opportunità di costruire un accordo che garantisca almeno una tregua temporanea. Un tempo prezioso, che potrebbe essere utilizzato per maturare quella volontà politica necessaria a definire un assetto più stabile e duraturo per l’intera area, nell’interesse di tutte le parti coinvolte e anche dell’economia globale.

Almeno fino alla prossima crisi, dato che sulla «lista della spesa» di Trump continuano a esserci Cuba e la Groenlandia, il futuro della Nato e il multilateralismo del secolo scorso.

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