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Dallo Stretto di Hormuz al viaggio del direttore della Cia a Mosca, il filo è l’assenza di una regia condivisa tra Stati Uniti, Europa e partner del Golfo. Brian Katulis, senior fellow del Middle East Institute, avverte in questa conversazione con Formiche.net che nessun cessate il fuoco, iraniano o ucraino, regge senza mezzi militari credibili e una leadership americana meno imprevedibile. Mentre Russia e Cina a incassano i dividendi delle scelte di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump.

A sei mesi dal suo inizio, quale percorso occorre seguire per arrivare a una svolta nella crisi di Hormuz?

Il percorso più efficace consiste nel costruire una coalizione diplomatica inclusiva con i principali partner mediorientali, europei e asiatici, orientata a una soluzione della questione. L’approccio diplomatico frammentario e improvvisato dell’amministrazione Trump non ha prodotto risultati duraturi perché non ha saputo coordinare la propria strategia con gli attori chiave, in particolare con i partner del Golfo, che dai diversi approcci adottati sono stati danneggiati.

La crisi ha rivelato che il vero deterrente dell’Iran non è mai stato il programma nucleare o l’arsenale missilistico, ma la “geografia”?

Il principale strumento di deterrenza dell’Iran è il ricorso continuo alla potenza e alla forza asimmetriche su molteplici teatri: terrorismo, mezzi militari convenzionali, guerra informativa e guerra economica. La guerra del 2026 ha consegnato al regime iraniano una leva di cui non disponeva prima del conflitto, ossia il controllo dello Stretto di Hormuz. Teheran ha sfruttato la propria posizione geografica per imporre costi al resto del mondo, minacciando il traffico marittimo nello Stretto con modalità che in precedenza non aveva mai adottato.

E per quanto riguarda la guerra in Ucraina, che va avanti ormai da quattro anni?

La guerra in Ucraina prosegue perché l’Europa e gli Stati Uniti non dispongono di una strategia e di un’agenda proattive capaci di sfruttare le debolezze della Russia. Le divisioni interne all’alleanza transatlantica vengono sfruttate dalla parte più debole, cioè la Russia. Il fatto che il direttore della Cia John Ratcliffe si sia recato a Mosca per avvertire la Russia di non attaccare la Nato è un segnale di debolezza e di disperazione, l’indicazione che l’impostazione politica di Trump sul dossier russo non ha migliorato la posizione americana.

L’aumento dei prezzi ha favorito la Russia proprio nel momento in cui le sanzioni mordevano di più. Washington ha di fatto salvato il bilancio russo?

L’amministrazione Trump ha inavvertitamente contribuito a rafforzare sia la Russia sia la Cina, attraverso politiche di sicurezza nazionale sbagliate che hanno fatto salire i prezzi globali dell’energia.

Cosa pensa del viaggio a Mosca del direttore della Cia? È uno sviluppo rilevante o non bisogna aspettarsi troppo?

Come detto, è un segnale di debolezza e di disperazione, non di forza negoziale.

Tutti i cessate il fuoco dal 2014 in poi sono saltati. Quale architettura di monitoraggio renderebbe diverso un cessate il fuoco nel 2026?

Un cessate il fuoco duraturo, su qualunque di questi fronti globali, sarà possibile soltanto in presenza di due elementi: una strategia di sicurezza sostenuta dai mezzi militari necessari a imporre costi a chi lo viola, e una leadership americana più stabile, meno assuefatta all’imprevedibilità e all’incertezza.

Le divisioni transatlantiche fanno il gioco di Mosca e Teheran. Conversazione con Katulis (Mei)

Hormuz e Ucraina raccontano lo stesso problema, avversari più deboli che sfruttano le divisioni dell’Occidente. Per Brian Katulis (Middle East Institute) manca su entrambi i fronti una strategia proattiva capace di seguire lo stesso approccio nei confronti di Teheran e Mosca

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