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Circondata, o quasi. La Cina è sempre meno padrona di quella parte di mondo che ha bisogno di minerali critici per competere sui settori strategici e, quindi, sopravvivere. Certo, ad oggi il Dragone possiede ancora oltre il 70% dei giacimenti, oltre alla quasi totalità della raffinazione. Ma, come raccontato da questo giornale da diverso tempo, qualcosa sta cambiando, seppur lentamente. Prima gli Stati Uniti, poi a cascata l’Europa, hanno preso coscienza dell’impossibilità di continuare a dipendere in tutto e per tutto dalle catene di approvvigionamento cinesi. E così sono stati messi a terra una serie di accordi, specialmente per parte americana, volti a consentire una progressiva emancipazione da Pechino.

Un esempio fatto suo anche dal Giappone della premier Sanae Takaichi (che il prossimo 19 marzo sarà proprio alla Casa Bianca da Donald Trump) sempre più convinta che la dipendenza cinese sia poco conveniente e molto asfissiante. Tra Tokyo e Pechino, poi, tira una brutta aria da tempo. Solo poche settimane fa la Repubblica popolare ha messo al bando alcune delle più importanti aziende nipponiche attive nella Difesa, tagliando di fatto le gambe al Sol Levante sul mercato cinese. Adesso il Giappone e gli Stati Uniti hanno fatto un passo in avanti, concordando la creazione di un meccanismo di cooperazione per affrontare eventuali interruzioni nelle forniture di minerali critici, con l’obiettivo di garantire l’approvvigionamento di risorse strategiche come le terre rare.

L’intesa è stata annunciata dal ministro giapponese dell’Economia, del Commercio e dell’Industria Ryosei Akazawa al termine di una riunione ministeriale di due giorni sulla sicurezza energetica nell’Indo-Pacifico organizzata da Giappone e Stati Uniti. Alla riunione hanno partecipato rappresentanti di 18 Paesi, che in una dichiarazione congiunta hanno ribadito l’impegno a garantire forniture energetiche stabili nella regione indo-pacifica. Nel dettaglio, per garantire un approvvigionamento stabile di minerali critici, i governi giapponese e statunitense dovrebbero cooperare nello sfruttamento dei fanghi di perforazione abissali contenenti terre rare al largo della costa dell’isola di Minami-Torishima, vicino a Tokyo.

Solo tre settimane fa, infatti, il governo giapponese aveva annunciato la potenziale scoperta di uno dei più grandi giacimenti di terre rare sul fondo dell’Oceano Pacifico, a circa 6000 metri di profondità, nei pressi dell’isola-atollo di Minamitorishima. Le stime si aggirano intorno a 16 milioni di tonnellate di terre rare, una quantità in grado di soddisfare l’industria tecnologica giapponese per oltre 700 anni, garantendo non solo una significativa riduzione della dipendenza dalle importazioni di queste risorse dall’estero, ma anche una posizione strategica nel contesto geopolitico e tecnologico globale.

Quanto all’imminente visita della premier nipponica in terra americana, al centro del vertice, il pacchetto di investimenti giapponesi da 550 miliardi di dollari negli Stati Uniti, focalizzato su semiconduttori, farmaceutica, minerali critici, cantieristica navale, energia e intelligenza artificiale. I primi tre progetti concreti del fondo sono già stati annunciati: il più grande impianto a gas della storia in Ohio, un terminal petrolifero nel Golfo del Messico e un impianto per la produzione di diamanti sintetici in Georgia, il tutto per un valore iniziale di 36 miliardi di dollari.

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