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La Cina continua a crescere, ma meno di prima. Investe miliardi, certo, nelle tecnologie strategiche e allo stesso tempo punta a consolidare il proprio ruolo di superpotenza globale. Stampa moneta, come non ci fosse un domani. Eppure al suo interno, nei meandri della società, si nasconde un pericoloso e potenziale male oscuro. Il mercato del lavoro, soprattutto quello giovanile, rappresenta oggi una delle maggiori vulnerabilità del Dragone. Come si spiega?

L’espansione economica senza precedenti della Cina, all’incirca dal 1980 al 2020, è stata sostenuta dalla migrazione di centinaia di milioni di persone dalle zone rurali povere dell’entroterra verso le fabbriche e i cantieri edili sorti intorno alle città. E fin qui tutto bene. Ma in un contesto di prolungato crollo del mercato immobiliare, calo della spesa dei consumatori e persistente spettro di deflazione, queste opportunità di lavoro sono ora diminuite. Al loro posto, una precaria economia dei lavoretti occasionali, fatta di autisti di servizi di trasporto condiviso e corrieri per le consegne, sta assorbendo la manodopera in eccesso in Cina.

Il mercato del lavoro, non a caso, è da tempo al centro del contratto sociale tra il governo cinese, desideroso di mantenere la stabilità, e una vasta popolazione che aspira a un miglioramento delle proprie condizioni economiche. Oggi è sottoposto a una pressione senza precedenti. Se da un lato il lavoro flessibile ha rappresentato una valvola di sfogo economica, dall’altro rischia ora di essere sovraccaricato da un numero di persone superiore alla sua capacità di offrire posti di lavoro. L’economia, in sintesi, nel suo complesso fatica a riprendere slancio. La fiducia dei consumatori è debole da anni e un indice ufficiale che la monitora è stato trascinato al ribasso dal pessimismo sulle prospettive occupazionali. Mentre il rallentamento del mercato immobiliare cinese si protrae per il quinto anno, diversi indicatori, dagli investimenti alle vendite al dettaglio, hanno registrato tassi di crescita scesi ai livelli raggiunti durante i lockdown del 2022.

Lavoretti, si diceva. Secondo le stime del China New Employment Forms Research Center, un think tank affiliato alla Capital University of Economics and Business di Pechino, nel 2025 oltre 53 milioni di persone lavoravano come autisti per la consegna di cibo a domicilio o per servizi di trasporto passeggeri in Cina, con un aumento di 10 milioni in due anni. “Credo che ci sia sicuramente una vasta espansione dei lavori a chiamata”, afferma Frederic Neumann, capo economista per l’Asia presso Hsbc. “Potenzialmente abbiamo molti più lavoratori a chiamata impiegati di quanti ce ne siano effettivamente bisogno.”

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