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Alla fine, l’attacco all’Iran che tutti aspettavano  è avvenuto. I dubbi non erano più relativi al “se”, ma piuttosto al “quando” e al “come”.
Del resto, dopo aver mobilitato e spostato una flotta così grande, sarebbe stato inimmaginabile per Donald Trump tornare sui suoi passi nonostante la parvenza dei negoziati a Ginevra.
A questo punto, la scelta è ricaduta su un’operazione di portata generale e non “chirurgica”, con il chiaro obiettivo di rovesciare il regime in un piano di guerra preventiva che agli occhi dell’opinione pubblica dei due Paesi coinvolti – Usa e Israele – ha giustificato un attacco unilaterale.
Prima di analizzare le possibili conseguenze e i possibili scenari, non si può non constatare che questa guerra  abbia inferto un’altra “picconata” al diritto internazionale e al multilateralismo, ed all’Onu oramai ridotto al ruolo di svogliato ed impotente notaio.
Gli esempi recenti (dall’Afghanistan alla Libia, passando per l’Iraq ma anche per lo stesso Iran dato che l’arrivo di Khomeini nel 1979 fu favorito dallo stesso Occidente), non inducono all’ottimismo su quello che avverrà dopo che il fumo degli attacchi missilistici si sarà diradato.
Negli Usa invece oltre alle scontate critiche dei democratici contro Trump per non aver avvertito il Congresso ed ecceduto ai suoi poteri presidenziali e la scelta sospetta sui tempi in vista delle elezioni di midterm e la necessità di rafforzare il consenso interno scosso dalla situazione economica e dalle conseguenze del caso Epstein, la stessa ala Maga del partito repubblicano lo accusa di aver dimenticato le promesse elettorali di evitare il coinvolgimento militare fuori dell’area di stretto interesse nazionale.
Passando ad una rassegna dei possibili scenari, una prima opzione è quella della continuità dell’attuale regime con una successione più o meno ordinata ad Ali Khamenei.
La morte della Guida Suprema ha decapitato il regime nella parte più esterna e visibile ma al momento il sistema appare ancora saldo.
L’eliminazione del vertice, per quanto di forte impatto mediatico, non cambia il regime alle fondamenta anche perchè la morte di Khamenei da tempo  malato e indebolito era comunque ritenuta nell’ordine delle cose ed erano dunque già state preparate le linee di successione.
Non va infatti dimenticato che il sistema istituzionale iraniano è pervasivo e complesso e la nomina della nuova Guida Suprema (che non è il capo del Governo ma il leader religioso degli sciiti) non passa per elezioni pubbliche ma attraverso la decisione del Consiglio degli Esperti, composto da 88 membri di matrice religiosa.
Il successore a Khomenei va dunque scelto tra una stretta cerchia di persone che siano in grado di presentare credenziali religiose impeccabili e accettate da tuti gli altri suoi simili (in maniera non del tutto diversa, con le dovute proporzioni, all’elezione del Papa cristiano).
Ad oggi, il candidato più forte sembra sembra essere Ali Larijani, appartenente ad una antica famiglia di ayatollah di Qom molto nota in Iran e attuale capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale.
Larijani è una figura di grande esperienza e ha vissuto diverse fasi, da quelle più moderate a quelle più oltranziste nella gestione degli affari interni e soprattutto dei rapporti internazionali.
Se invece il regime dovesse collassare sotto gli attacchi israelo-statunitensi, si apre una serie di scenari ancora da identificare che possono far emergere al suo stesso interno una figura non necessariamente religiosa che porti ad un ruolo delle forze armate e dei pasdaran più importante, a seconda che prevalga l’ala più moderata o quella più radicale.
Nel primo caso si potrebbe aprire un negoziato con l’Occidente che porti alla rinunzia del nucleare ed all’apertura sulle altre richieste poste dagli Stati Uniti.
L’altra ipotesi è che riesca a imporsi un leader esterno al regime, anche se questo dipenderà dalla forza dei vari movimenti che tenteranno di prendere la successione, dai monarchici fino ai movimenti più fondamentalisti con la prospettiva di una guerra civile sanguinosa all’interno del Paese e la partizione del paese come è accaduto in Afghanistan, in Iraq ed in Libia.
Tutti questi movimenti sono probabilmente già presenti e pronti a intervenire ai confini del paese ed all’interno se si dovesse davvero verificare un’implosione del regime che potrebbe avvenire nel caso di defezioni di massa da parte dei militari ed una spinta della popolazione e di manifestazioni di massa
È evidente che un Iran libero, in grado di rientrare nel consesso internazionale e di creare una cornice di sicurezza allargata nell’intero Medio Oriente, sarebbe un obiettivo gradito non solo da Israele ma in tutta l’area mediorientale e mediterranea.
Questo scenario porterebbe allo sviluppo di un’area popolosa di circa 90 milioni di persone su di una superficie quasi sei volte più grande dell’Italia, negli ultimi cinquant’anni chiusa ai consumi a causa delle sanzioni, ricca di risorse naturali ma soprattutto di persone, uomini e donne caratterizzati da un livello di istruzione molto elevato, decisamente superiore alla media della regione e culturalmente portate verso l’Occidente.
Anche per l’Europa questa situazione potrebbe essere estremamente vantaggiosa, consentendo di riallacciare rapporti economici che una volta erano strategici per entrambe le parti.
È ovvio che l’Italia sarebbe in prima linea alla luce degli storici rapporti amichevoli del nostro Paese con l’Iran, e così dunque si spiegano la prudenza della premier Meloni e del ministro degli Esteri Tajani in questa fase così delicata.
Dall’altra parte, va detto che un Iran più forte e più ricco aperto all’Occidente non sarebbe visto di buon occhio dai Paesi vicini della regione, dalla Turchia ai Paesi del Golfo che potrebbero perdere influenze, investimenti ed opportunità economiche.
Insomma, siamo solo agli inizi di un processo che potrebbe essere molto lungo e dagli sviluppi imprevedibili sui quali i due grandi alleati dell’Iran, Cina e Russia, non si sono ancora chiaramente pronunziati. 

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Un Iran libero, in grado di rientrare nel consesso internazionale e di creare una cornice di sicurezza allargata nell’intero Medio Oriente, sarebbe un obiettivo gradito non solo da Israele ma in tutta l’area mediorientale e mediterranea. Anche per l’Europa questa situazione potrebbe essere estremamente vantaggiosa, consentendo di riallacciare rapporti economici che una volta erano strategici per entrambe le parti. Gli scenari di Giovanni Castellaneta, già ambasciatore in Iran e poi Stati Uniti

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