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Il Board of Peace (BoP) nasce – con l’approvazione della Risoluzione del CdS 2803(2025) – come  amministrazione di transizione con personalità  internazionale per coordinare la ricostruzione di Gaza e  stabilire una Forza di Stabilizzazione Internazionale (ISF).

Il Board è stato ipotizzato in tali termini nel punto 9 del “President Donald J. Trump’s Comprehensive Plan to End the Gaza Conflict” che è annesso alla citata risoluzione Onu emanata con l’astensione di Russia e Cina: il Piano prevede anche che il Presidente Trump sia a capo del BoP.

Le funzioni del BoP si sfumano tuttavia nello Statuto (Charter)  che è stato firmato lo scorso 22 gennaio a Davos dai Paesi aderenti, nel senso che nel documento non si fa riferimento a Gaza, quasi si ipotizzasse un’organizzazione internazionale con compiti universali. Di qui i dubbi della sua compatibilità con le NU espresse da chi, come l’Italia, si è riservato di verificarne l’aderenza alle proprie norme costituzionali, anche con riguardo al ruolo che il Presidente Trump si è ritagliato nel nuovo organismo.

Legittimi quindi i dubbi del nostro Paese che però potrebbe egualmente sottoscrivere lo Statuto con una dichiarazione condizionata da precisi paletti, da ripetere al momento del deposito della ratifica parlamentare.

Certo è che l’Italia non dovrebbe autoescludersi dal Piano di pace e ricostruzione di Gaza. Per far questo potremmo prendere le distanze solo dal carattere universale del BoP che andrebbe considerato pragmaticamente per quello che è: un foro privilegiato a guida statunitense di cooperazione tra volenterosi per interventi di peace-keeping, caso per caso, nel quadro dell’Onu.

Il ruolo italiano nella stabilizzazione del Medio Oriente è infatti oramai consolidato ed apprezzato, come prova la partecipazione ad Unifil o al contingente navale della Multinational Force and Observers (Mfo) che dal 1982 opera nello Stretto di Tiran. Sicché tutte le parti coinvolte nella vicenda palestinese paiono aspettarsi una riaffermazione del nostro impegno.

La vicenda della costituzione della Mfo presenta peraltro sorprendenti analogie con quella del BoP. La Mfo è un’organizzazione internazionale con propria personalità giuridica creata nel 1981 da Stati Uniti, Egitto ed Israele per dislocare una forza di pace nella penisola del Sinai secondo le intese raggiunte da Israele ed Egitto con mediazione degli Stati Uniti, con il Trattato di Pace del 1979 discendente dagli Accordi di Camp David del 1978.

Il Protocollo istitutivo della Mfo, pur configurando l’Organizzazione come indipendente, precisa che essa è stata costituita nel rispetto dei principi delle NU dopo che il Presidente del Consiglio di sicurezza aveva dichiarato l’impossibilità di stabilire una Forza sotto proprio comando.

Da notare infine che la direzione generale della Fmo è svolta, sin dalla sua fondazione, da un diplomatico statunitense. La sede della Fmo è in Italia come stabilito da un accordo del 1982. Egualmente disciplinata da accordo ratificato con legge è la missione del nostro contingente navale che garantisce la libertà di navigazione per l’accesso al Golfo di Aqaba.

 

L’Italia e il Board di Gaza. Il precedente della Mfo raccontato da Caffio

Qualcosa non torna nello Statuto del Board of Peace (BoP) a cominciare dal suo carattere di organizzazione internazionale con funzioni globali, nonostante l’approvazione ricevuta dal Consiglio di sicurezza sia legata alla crisi di Gaza. Più che legittime le perplessità italiane. Eppure, per certi versi il Board ripete la vicenda della creazione della Multinational Force and Observers (Mfo), operante con successo in Sinai dal 1982, unica Forza di peace-keeping svincolata dall’Onu, con cui noi collaboriamo dall’inizio

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