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Foglie di fico politiche, l’agenda cinese di Trump, i missili nucleari della Corea del Nord e l’uso della forza. Ci sono quattro problematiche distinte ma interconnesse che alimentano l’attuale offensiva retorica cinese contro il Giappone sul tema di Taiwan. L’isola è de facto indipendente ma de jure parte di “una sola Cina”, ossia della Repubblica di Cina (Roc), che quindi rivendica ufficialmente la sovranità su tutta la terraferma cinese. È un nodo giuridico e politico che potrebbe soffocare l’Asia e il mondo.

1. La dichiarazione del Giappone

La premier giapponese, Sanae Takaichi, ha detto il 7 novembre che un intervento militare cinese a Taiwan o un blocco navale costituirebbero una minaccia esistenziale per il Giappone. Non è chiaro se la dichiarazione sia stata dettata dall’impulso del momento o fosse calcolata. Di fatto, però, ha scoperto una gigantesca foglia di fico esistenziale: la convinzione cinese che senza l’uso della forza o la sua minaccia Taiwan non si riunificherà ma scivolerà verso la completa indipendenza. Takaichi, infatti, non si è mai opposta alla riunificazione in sé, sebbene anche una riunificazione pacifica sarebbe problematica per il Giappone. Si è opposta all’uso della forza, cosa che dovrebbe essere normale.

Nessuno è a favore dell’uso della forza per risolvere questioni internazionali o nazionali. Taiwan sta sul confine fra nazionale e internazionale, quindi è naturale opporsi all’uso della forza. Ma affermarlo innesca una catena di ragionamenti che mostra che il re era nudo. Implica che la Cina non crede che una vera riunificazione pacifica sia possibile perché ritiene il proprio sistema poco attraente.

Molti a Pechino ricordano che durante le proteste di Tiananmen del 1989 ci furono manifestazioni spontanee di solidarietà a Taiwan che chiedevano la riunificazione con una Cina democratica. Non è mai più successo e la repressione delle proteste a Hong Kong del giugno 2019 è un amaro promemoria che una Taiwan riunificata potrebbe correre lo stesso rischio.

In definitiva, ciò comunica alla popolazione cinese e al mondo che il Partito Comunista (Cpc) al governo della Repubblica Popolare Cinese (Prc) crede di rischiare di perdere il potere senza l’uso della forza o la sua minaccia. La Cina dovrebbe ammettere che perseguirà la riunificazione solo con mezzi pacifici. Ma ciò presupporrebbe la fiducia che il loro sistema sia “attraente”, cosa che essi consciamente o inconsciamente non credono.

2. La carta Trump

Perciò la Cina raddoppia lo sforzo per spaventare chiunque nella regione, evitare che esprimano le stesse preoccupazioni e per mettere con le spalle al muro gli Stati Uniti, impostando il tono in vista della visita del presidente Usa Donald Trump. Trump non dovrebbe appoggiare la dichiarazione di Takaichi, perché incoraggerebbe molti governi regionali a manifestare analoghe preoccupazioni. Pechino ha bisogno di ristabilire la finzione; pertanto il dramma in corso potrebbe continuare fino alla visita di Trump. Potrebbe fermarsi se la visita andasse bene.
La Cina ha sopportato Tienanmen e quasi la ha cancellato dalla memoria collettiva; potrebbe pensare di poter fare lo stesso con la dichiarazione di Takaichi.

3. La svolta nordcoreana

C’è però una svolta. Il Korea Institute for Defense Analyses della Corea del Sud ha affermato recentemente che il mondo ha sottovalutato il programma nucleare nordcoreano. La Corea del Nord avrebbe tra 127 e 150 armi nucleari (non 50-60). Entro il 2030 ne avrà 200, raggiungendo 400 entro il 2040. Questo massiccio accumulo avviene sotto l’occhio vigile della Cina e molto probabilmente con il sostegno attivo della Russia, che paga con trasferimenti tecnologici ciò che Pyongyang ha dato in truppe combattenti in Ucraina. La Corea del Nord potrebbe aver inviato circa 50.000 soldati in Ucraina.

Questo significa che, forse, l’effetto più importante dell’invasione ucraina è stato un incremento delle tensioni in Asia. Una “vittoria” russa in Ucraina potrebbe spostare l’attenzione di Mosca verso Oriente. Nella Seconda guerra mondiale è successo proprio così: la Russia dichiarò guerra al Giappone solo dopo la vittoria sulla Germania nazista; spostò le truppe a est, attaccò il Giappone in Manciuria e Corea e aiutò i comunisti locali a prendere il potere. Senza l’intervento russo, Tokyo avrebbe comunque perso la guerra, ma molto probabilmente non ci sarebbero mai state una Cina o una Corea comunista.

Ora Mosca potrebbe seguire uno schema simile con i suoi alleati asiatici. È già improbabile che abbandoni la Cina, e ancora meno probabile che abbandoni la Corea del Nord. Quindi, una “vittoria russa” in Ucraina estenderebbe l’influenza di Mosca verso Ovest e verso Est.

4. La forza

La minaccia della forza è il problema chiave. Se la Prc minaccia la forza su Taiwan, può minacciarla su chiunque. Gli Usa non minacciano l’uso della forza contro i loro alleati, o anche contro Paesi “normali”, se non contro i paesi “cattivi”. E il processo di etichettare un paese come “cattivo” è generalmente laborioso e complicato.

La Cina non ha alleati né Paesi “normali” o “cattivi”. C’è solo la Cina e il non-Cina, e la Prc può minacciare l’uso della forza (diretta o indiretta) contro chiunque. Gli Usa usano la forza; non si limitano a minacciarla. La Prc finora non ha usato la forza, ma la sua postura è spesso bellicosa e intimidatoria. Ciò crea un’atmosfera diversa nella politica internazionale. Sebbene con il presidente Xi Jinping ci sia stato uno sforzo crescente di conquistare amici tramite argomentazioni, gli strumenti preferiti della politica estera sono stati incentivi economici o minacce, più o meno sottili. Questo sottolinea la mancanza di fiducia cinese nel proprio sistema.

I comunisti che lottavano per l’Urss spesso non erano russi (Stalin stesso era georgiano) e credevano nel sogno sovietico. La postura cinese mostra che i cinesi non credono nel loro sistema. È tutto difficile per la Cina senza attrattiva internazionale, con un richiamo solo interno nella difesa della nazione. Ora la Prc cerca di usare strumenti legali per rafforzare le sue rivendicazioni su Taiwan. Ma è difficile districarsi nel pantano legale. I trattati del dopoguerra furono firmati dalla Roc, che esiste ancora, ed estrometterla senza riavere Taiwan spingerebbe l’isola verso l’indipendenza. La forza cinese è nuda.

Gli Usa potrebbero aiutare a coprirla, ma solo fino a un certo punto. Il ritiro di Trump dagli affari internazionali ha spinto i Paesi asiatici a cavarsela da soli nella regione, e quindi potrebbero essere meno inclini ad ascoltare l’America.

Inoltre, se l’America dà una mano qui, che cosa vorrà in cambio? Forse supporto per fermare la Russia in Ucraina? Una drastica riduzione del suo surplus commerciale? Qualcos’altro? E i Paesi asiatici saranno solo spettatori silenziosi nel patto? La Cina ha bisogno di qualcos’altro per uscire da questo angolo, che col tempo potrebbe diventare sempre più scomodo.

(Articolo pubblicato su AppiaInstitute)

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L’isola è de facto indipendente ma de jure parte di “una sola Cina”, ossia della Repubblica di Cina, che quindi rivendica ufficialmente la sovranità su tutta la terraferma cinese. È un nodo giuridico e politico che potrebbe soffocare l’Asia e il mondo. L’analisi di Francesco Sisci, direttore di Appia Institute

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