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Che l’Europa si trovi sopra la media globale (+17%) per utilizzo dell’intelligenza artificiale avanzata è sicuramente un’ottima notizia. Il problema è che nell’Unione europea ci sono Paesi che la utilizzano tanto di più rispetto ad altri. Il gap è importante e ancor di più è provare a ridurlo, se non addirittura ad azzerarlo. È un discorso centrale per lo sviluppo europeo. Le previsioni per il futuro sono tutt’altro che rosee, a cominciare da un invecchiamento della popolazione preoccupante da cui, a cascata, derivano conseguenza sulla produttività. L’Ia è un argine a questa caduta: come sottolinea la Banca Centrale Europa, la tecnologia ha già provveduto ad aumentare il 4% della produzione europea.

Occorre però viaggiare tutti alla stessa velocità, o perlomeno che la distanza tra i vari Stati non sia così ampia. In particolare, come emerge dall’EU Economic Blueprint 2.0 pubblicato da OpenAI, sono i 9 paesi che si trovano indietro. Parliamo di Finlandia, Paesi Bassi, Svezia, Germania, Lussemburgo, Irlanda, Malta, Austria e Danimarca. In questa classifica, l’Italia è sesta in Europa. Il motivo di questo divario, si legge nel report che cerca di trovare delle soluzioni al problema, è che l’IA viene utilizzata in tre modi distinti.

Il primo è che un piccolo gruppo di Paesi unisce l’adozione a una diffusione delle capacità tra la popolazione. In altre parole: l’IA viene usata e spiegata. Lituania e Lettonia sono l’esempio perfetto. Il secondo approccio prevede una bassa penetrazione tra i cittadini ma un elevato utilizzo dell’IA. Fanno parte di questa cerchia paesi come Polonia, Grecia e Italia, dove solo una parte della popolazione si può ritenere alfabetizzata. Al contrario, ci sono realtà dove c’è un’alta conoscenza tecnologica tra la gente ma un utilizzo estremamente limitato degli strumenti di IA. Paesi Bassi, Lussemburgo e Malta rientrano in questo terzo approccio.

Va da sé quindi che, come sottolinea il documento, “la sola diffusione dell’IA non è sufficiente”. Bisogna approfondire, scavare, incentivare le persone ad utilizzare la tecnologia non soltanto per funzioni superficiali. Devono padroneggiarla in modo molto più ampio. “L’obiettivo non è l’uniformità, ma l’equilibrio: potenziare ciò che già funziona ed estendere deliberatamente le capacità dell’IA a settori dell’economia in cui l’adozione o l’uso efficace rimangono limitati”, aggiungono gli autori.

Un esempio concreto del divario digitale arriva dalle aziende. Il 20% di quelle europee dichiara di utilizzare l’IA, ma nel momento in cui si va a osservare il dettaglio ci si accorge che si parla soprattutto di grandi imprese. Rispetto al 2024, l’adozione degli strumenti di intelligenza artificiale è passata dal 41% al 55%. Al contrario, poco più del 17% delle piccole e medio imprese li utilizza (due anni fa era l’11%). Nel momento in cui nell’Ue l’ecosistema delle pmi rimane centrale, è indispensabile formare al meglio – e al più presto – le persone. “L’istruzione e il miglioramento delle competenze sono quindi fondamentali per la transizione dell’Europa verso l’IA”.

Lo dimostra ChatGPT. I lavoratori che se ne servono raccontano di risparmiare tra i 40 e i 60 minuti di tempo al giorno. Quelli che ne fanno un uso superiore arrivano addirittura a 10 ore in meno di lavoro a settimana. Il 75% degli utenti ammette anche che grazie al chatbot riesce a portare a termine delle mansioni che prima erano impossibili. Tutto questo dimostra che, se messe nelle giuste condizioni, tutte le persone possono digitalizzarsi. E tutti i paesi possono progredire nello sviluppo.

L’intelligenza artificiale, in sostanza, va considerata come una delle politiche per la produttività. Se non la politica principale. Quelle che investono nelle competenze pratiche “dovrebbero essere considerate come componenti fondamentali dell’agenda europea per la competitività e la crescita”.

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