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Il grande patto non scritto tra destra e sinistra per ritrovarsi in un salto di sistema, in quella che è stata definita “seconda repubblica” e che dopo tre decenni si può ritenere un fallimento, si è fondato di fatto sul disfacimento (e suicidio di una classe dirigente ancora ottima nel “mestiere” come visto nelle sopravvivenze uti singuli successive ma ben lungi da una resilienza ideale come i democristiani tedeschi nello stesso periodo) della Democrazia Cristiana, ossia del centro, tra rivoluzione giudiziaria a cui hanno dato pieno sostegno i convergenti giustizialismi missino e comunista, sulla cancellazione della legge elettorale proporzionale, su una idea leaderistica e verticistica della politica tra elezione diretta di sindaci che sembrano podestà e presidenti di regione che si illudono di essere “governatori” statunitensi, liste bloccate e collegi uninominali, riduzioni dei numeri delle assemblee elettive, “capi” di coalizione segnati sulle schede elettorali, ecc…

Tutto questo è avvenuto a Costituzione invariata creando una evidente torsione nella democrazia italiana – che ha inciso anche nell’economia del paese se pensiamo ad esempio all’introduzione del vincolo esterno per sfiducia verso il popolo – che è andata perdendo quel dinamismo ad essa necessario come ben spiegato da Aldo Moro: il mondo che più ha creduto e si è diviso ideologicamente, a questa polarizzazione è stato quello cattolico che, storicamente vincente nella difesa dell’umanità contro le perversioni ideologiche fasciste e comuniste e i loro cascami successivi, è stato sconfitto nella politica lasciandosi dividere malamente tra “cattolici della morale” e “cattolici del sociale” in perenne battibecco tra loro, perdendo rappresentanza, incidenza, capacità di prospettiva e visione complessiva pur rimanendo un mondo che potrebbe ritrovare un’unità possibile perché ancora capace di riflessione, analisi della complessità, senso del limite, con quest’ultimo che potrebbe essere analizzato opportunamente, affiancando la lezione di Mino Martinazzoli e le parole di Papa Leone XIV nell’enciclica “Magnifica humanitas”, per sterilizzare demagogia e populismo di ogni colore.

È evidente l’importanza del passaggio sulla legge elettorale che ha bisogno dell’inserimento in Costituzione, che destra e sinistra hanno bistrattato per anni al netto di retoriche difese, del principio proporzionale per rendere esplicito ciò che è implicito ed innescare davvero il travaglio verso un sistema più stabile, flessibile, integralmente democratico ed europeo non schiacciato dall’artefatta preoccupazione della governabilità che, negli anni, è stata un grimaldello per ridurre spazi di confronto democratico.

Ciò detto c’è un altro elemento che appartiene specificatamente alla tradizione del miglior pensiero di cattolici in politica, il popolarismo, non ridotto alla caccia per uno o due posti ottriati a seguito dei soliti convegni fintamente pre politici, vale a dire il metodo programmatico.

Questo non significa disegnare cose che vanno bene a chiunque su un modello meramente consulenziale ma aprire ad un confronto vero anche con pensieri e posizioni diverse per definire la propria e ricostruire contemporaneamente una politica e partiti di programma, riandando al metodo di don Luigi Sturzo, che non è solo elemento necessario per la messa a terra delle idee ma anche strumento per definire l’alleabilità tra posizioni senza dogmatismi sulle alleanze.

In questo senso va segnalato un pregevole lavoro di un giovane studioso calabrese, assistente sociale specialista, specializzato in direzione e diritto della salute, Gennaro Ponte che, su tre parole, politica, cultura, sviluppo, ha costruito il testo “21 idee per stare bene. Verso un’agenda politico-culturale”, Santelli editore, Milano 2024: l’indicazione agli autori dei diversi saggi che compongono la collettanea è stata quella assai concreta di porsi innanzitutto una domanda: cosa si intende per benessere.

Lo stare bene, l’aspirazione ad esso, non rappresenta una questione straordinariamente politica che i politici sembrano abbiano timore ad affrontare?

Ponte mette insieme un gruppo variegato, idealmente diverso e costruisce uno strumento non ipocrita né di parte che non nasconde le diversità ma le fa dialogare e di fatto confrontare, anche sapendo che in qualche caso non potrebbero amalgamarsi ma riconoscendo, come fa nella prefazione il prof. Maurizio Franzini, già presidente dell’Istat, che è nel legame tra le tre parole/dimensioni che si gioca il futuro: sembra così far capire che esistono due livelli necessari, quello programmatico di parte e quello della sintesi che serve per governare i processi sociali, economici, politici stessi, insieme democraticamente non schiacciati dalla polarizzazione e dalle ideologie.

Al sottoscritto è toccato un contributo dal titolo “lo sviluppo umano tra dottrina e laicità”, la conclusione può essere ripresa da questo scritto per trovare il legame tra il metodo del programma, che proprio Gennaro Ponte sturzianamente riprende e la necessità di uscire da una crisi di sistema in cui i cattolici potrebbero risvegliarsi: “Politicamente è la chiarezza dell’ispirazione che determina pensiero da cui scaturisce una triplice autonomia di analisi, valutazione e azione e non è sfaldabile dentro la mera geografia politica: solo se si incontrano pensieri definiti è possibile occuparsi della vera felicità, perché presuppone un innamoramento capace di rendere disponibili alla testimonianza e al sacrificio”.

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