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L’acceso, per non dire quasi violento, confronto sul prossimo referendum costituzionale sulla giustizia, evidenzia in modo plastico che la radicalizzazione del conflitto politico con la conseguente polarizzazione ideologica sono diventati gli assi portanti ed esclusivi della vita pubblica nel nostro Paese. Una deriva che, purtroppo, non ha più confini e non ha più limiti. È appena sufficiente, al riguardo, registrare quotidianamente le diverse prese di posizione in vista del voto di marzo per rendersene conto.

Campi politici molto diversi e alternativi tra di loro ma accomunati da una violenza e da una virulenza verbale dove se le danno di santa ragione, come si suol dire. E non solo tra i rispettivi campi politici. Perché, come tutti possono verificare, si tratta di due eserciti ben corazzati e ben attrezzati dove tutto è possibile ed ammesso tranne alcuni tasselli. E mi riferisco, nello specifico, a quei tasselli che storicamente hanno caratterizzato e contraddistinto quella cultura che i grandi leader e statisti democratico cristiani e cattolico popolari chiamavano semplicemente “politica di centro”. Una cultura politica, una postura istituzionale ed uno stile personale che rifuggivano quasi antropologicamente da quella radicalizzazione e da quella demonizzazione che erano e restano all’origine della crisi della politica, della caduta di qualità della democrazia e della stessa scarsa credibilità delle istituzioni democratiche. Per non parlare della crisi profonda e strutturale dei partiti, diventati progressivamente o strumenti nelle mani di una sola persona o meri e grigi cartelli elettorali. Due eserciti, l’un contro l’altro armati, che contano al proprio interno politici, anche e soprattutto magistrati sempre più politicizzati, giornalisti e conduttori di talk televisivi, opinionisti di riferimento e uno stuolo di combattenti da tastiera che sono in prima linea nel demolire l’irriducibile nemico politico.

Per queste ragioni, semplici ma essenziali, ogni qualvolta si leva una voce – autorevole e qualificata – che recupera quella cultura, quella postura e quello stile sembra veramente di uscire dal coro e di sintonizzarsi su un altro canale. O in un altro registro. È il caso, nei giorni scorsi, dell’intervento breve ma altamente significativo del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di fronte al Csm.

Ora, però, e pur senza scomodare il gradino più alto delle istituzioni civili del nostro Paese, è altrettanto indubbio che sino a quando questa “politica di centro” non ridiventa centrale e protagonista – e mi scuso per la ripetizione del termine ma è voluto – nel dibattito pubblico del nostro Paese, forse dovremmo continuare ad assistere a questo imbarbarimento della politica italiana. Ed è anche per questi motivi, e alla luce del concreto dibattito referendario, che diventa sempre più necessario ed indispensabile ricreare e dare forza ad un luogo politico che non assecondi le spinte violente ed irresponsabili della radicalizzazione del conflitto politico da un lato e della contrapposizione ideologica dall’altro. E questo è, oggi, forse l’unico tassello che può ridare qualità alla democrazia italiana uscendo dal pantano della delegittimazione morale prima e dell’annientamento politico poi dell’avversario. Che, nel caso specifico, è sempre e solo un nemico da abbattere a tutti i costi e senza esclusione di colpi.

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