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Chiamatelo sistema. I flussi finanziari apparentemente leciti, la guerra cognitiva e la saldatura tra attivismo radicale e terrorismo. L’inchiesta su Hannoun, emersa anche grazie al monitoraggio israeliano sui canali di finanziamento di Hamas, riporta al centro una zona grigia che da anni attraversa l’Europa: associazionismo caritatevole, propaganda politica e reti transnazionali che operano sotto copertura formale. Formiche.net ne ha parlato con Claudio Bertolotti, direttore di Start Insight, direttore dell’Osservatorio ReAct e membro esperto della Commissione europea per il contrasto al terrorismo.

Che cosa ci dice il caso Hannoun, al di là dell’esito giudiziario?

Il punto centrale non è solo l’esito processuale, quanto il modello che viene contestato. Non siamo di fronte a una struttura clandestina classica, ma a un sistema che utilizza infrastrutture formalmente lecite: associazioni regolarmente registrate, campagne di donazione pubbliche, conti correnti ufficiali. È un paradigma che Hamas utilizza da tempo e che ho analizzato anche nel mio libro Gaza Underground: la guerra si combatte nella dimensione sotterranea, ma con strumenti apparentemente trasparenti.

Quindi la raccolta fondi non avviene nell’ombra?

Esattamente. Spesso parliamo di bonifici tracciabili, donazioni pubbliche, flussi che transitano attraverso canali bancari ordinari. Il problema è che verso queste associazioni non c’è un livello di attenzione adeguato. Il primo passaggio è la raccolta, il secondo è il trasferimento dei fondi verso soggetti riconducibili ad Hamas, anche con passaggi diretti dall’Italia verso l’estero.

Lei parla di due “pilastri” del sistema. Quali sono?

Il primo è finanziario. Si lega all’associazionismo caritatevole, spesso facendo leva su crisi umanitarie reali o enfatizzate dalla propaganda di Hamas. Dopo determinati eventi si registrano picchi di raccolta fondi. Poi c’è la riallocazione: rotte bancarie complesse, passaggi multipli, transiti frequenti dalla Turchia, che riconosce Hamas come soggetto politico. Una commistione anomala di contante e bonifici rende difficile risalire alla destinazione finale.

E il secondo pilastro?

È quello organizzativo e politico. Serve a garantire una copertura istituzionale attraverso reti ombrello e relazioni transnazionali. In Europa esistono associazioni che costruiscono una narrazione funzionale alla legittimazione di Hamas, mascherandola come sostegno alla causa palestinese. Qui entra in gioco la guerra cognitiva, nella quale Hamas beneficia anche del supporto iraniano.

La procura di Genova ha contestato in particolare il canale del contante. Milioni di euro. Perché è così rilevante?

Perché è il più opaco. Nella fase iniziale dell’inchiesta si parla di denaro raccolto in contanti e trasferito illecitamente, brevi manu, per sostenere Hamas. È il canale che sfugge maggiormente ai controlli ed è quello che, storicamente, porta i fondi direttamente all’organizzazione terroristica.

Quanto pesa il contesto politico e militante occidentale in questo schema?

Molto. Sono preoccupato dal fatto che una parte della sinistra occidentale abbia progressivamente sposato frange estremiste, facendole diventare parte integrante del movimento pro Pal. Askatasuna è un emblema: vecchio e nuovo antagonismo che si saldano con lotte locali, dal No Tav alle mobilitazioni pro Palestina.

Non tutta la sinistra ha assunto queste posizioni però. 

C’è una sinistra moderata che mantiene una posizione coerente di tutela, dialogo e amicizia verso ebrei e Israele. Ma la sinistra progressista tende spesso a convergere con le frange più rivoluzionarie e violente. In Italia questo è evidente: il Pd e il centrosinistra mostrano derive che io definisco senza ambiguità antisemite. Il caso di Torino è allarmante: l’amministrazione ha di fatto sposato le istanze politiche di Askatasuna, fortemente legate al mondo pro Pal.

Esiste un legame tra il movimento pro Pal e quelli che sono scesi in piazza a sostegno del dittatore venezuelano Maduro?

Certo che c’è una convergenza di intenti tra movimenti pro Pal e pro Maduro. La Cgil ha aderito a una manifestazione proclamando uno sciopero generale su richiesta dell’Associazione Palestinesi Italia (Api). A quello sciopero hanno aderito i centri sociali, e da lì sono scaturite violenze: danneggiamenti a treni, aeroporti, infrastrutture.

Questo è dissenso o qualcos’altro?

Questo è terrorismo. Non è dissenso. È uno scenario estremamente preoccupante per la sicurezza interna. Abbiamo visto anche il coinvolgimento dei cosiddetti “maranza” nelle spaccate durante le manifestazioni: azioni mirate, non casuali. Sullo sfondo c’è l’Iran, con la sua propaganda e la sua capacità di influenzare e orientare questi movimenti.

Come si contrasta tutto questo?

Serve una risposta multilivello: intelligence finanziaria più efficace, maggiore attenzione sull’associazionismo, contrasto alla propaganda e alla guerra cognitiva. Ma serve soprattutto chiarezza politica: distinguere tra legittimo sostegno umanitario e supporto, diretto o indiretto, a un’organizzazione terroristica. Senza ambiguità.

Così la propaganda di Hamas ha fatto breccia a sinistra. L'analisi di Bertolotti

L’inchiesta su Hannoun riaccende i riflettori sui canali di finanziamento di Hamas che operano attraverso associazioni formalmente lecite e campagne di donazione pubbliche. Claudio Bertolotti analizza il doppio pilastro finanziario e organizzativo del sistema, tra bonifici tracciati, contante e reti transnazionali, evidenziando il ruolo della propaganda e della guerra cognitiva sostenuta dall’Iran. Preoccupano la saldatura tra movimenti pro Pal e frange estremiste della sinistra europea e le ricadute sulla sicurezza interna, con episodi di violenza che vanno oltre il dissenso politico 

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