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Il Venezuela ancora sotto choc per il terremoto, devastante, di due settimane fa è finalmente pronto ad abbracciare il libero mercato. Tutto era, come raccontato da questo giornale, stato deciso qualche mese fa quando Delcy Rodriguez, reduce dalla fine traumatica del regime di Nicolas Maduro, decise che per l’economia del Paese sudamericano era tempo di entrare in una nuova era. Le prime pedine, però, le aveva mosse Donald Trump, quando nei giorni della cattura di Maduro, ai primi di gennaio, aveva invitato del grandi compagnie occidentali, tra cui Eni, a prendere possesso delle infrastrutture petrolifere venezuelane, per rilanciarne produttività ed efficienza. Palla colta al balzo, con lo stesso Cane a sei zampe che ha firmato la scorsa primavera con il ministro degli Idrocarburi e con Pdvsa, la compagnia statale di Caracas un accordo programmatico per rilanciare la produzione petrolifera, a cominciare da campo a olio pesante che contiene 35 miliardi di barili in posto certificati.

Adesso, c’è l’ufficialità. Il Venezuela ha promulgato il regolamento della legge sugli idrocarburi organici, approvato in via prelimanare lo scorso 29 gennaio, con l’obiettivo di attrarre investimenti stranieri dopo due decenni di nazionalizzazione del settore. Secondo quanto dichiarato dalla stessa presidente Rodríguez durante la cerimonia di firma, il regolamento mira non solo a snellire le operazioni nel settore degli idrocarburi e a facilitare l’afflusso di capitali, ma anche a generare risorse per la ricostruzione delle infrastrutture nazionali colpite dai terremoti del 24 giugno.

Terremoti a causa dei quali l’Ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio di catastrofi ha stimato i danni materiali diretti in 37 miliardi di dollari, una cifra che comprende edifici e infrastrutture ma esclude le perdite economiche indirette, le interruzioni della produzione e dei servizi, i costi di emergenza, l’impatto sulle catene di approvvigionamento, gli effetti sociali e ambientali, nonché le risorse necessarie per una ripresa completa e il consolidamento strutturale. Rodríguez ha sottolineato che l’emanazione del regolamento mira ad adeguare il quadro normativo alla nuova legislazione, con l’obiettivo di trasformare le riserve energetiche del Venezuela in una fonte sostenibile di sviluppo economico.

Adesso, in seguito all’approvazione della riforma della legge sugli idrocarburi organici, accompagnata da una nuova normativa mineraria volta anch’essa a incentivare gli investimenti privati, gli Stati Uniti hanno allentato le sanzioni energetiche attraverso una licenza generale. Ciò ha consentito una maggiore esportazione di petrolio venezuelano. Certo, il futuro del greggio di Caracas è tutto da scrivere (Chevron prevede di aumentare fino a 300 mila barili al giorno le esportazioni di petrolio dal Venezuela verso gli Stati Uniti), ma nel mentre c’è una prima certezza: l’oro nero di Caracas non se ne va in Cina. La quale, privata del greggio, peraltro a prezzi scontati del Venezuela, è costretta a rivolgersi a quello, più caro, di altri Paesi.

Petrolio e minerali, il Venezuela abbraccia il libero mercato (per davvero)

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