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Il recente attacco jihadista avvenuto al Pride di Berlino lo scorso 25 luglio, che ha causato la morte di una sessantacinquenne polacca, oltre che al ferimento di altre 29 persone, ha fatto ricadere l’intelligence europea nel timore di una nuova serie di attentati del terrorismo cosiddetto “homegrown”, dove individui radicalizzati prevalentemente sul web, si attivano per compiere attentati in contesti prevalentemente urbani.

Oltre al fattore comune di prediligere i soft target, cioè obiettivi civili rispetto alle forze dell’ordine, militari, o luoghi politicamente simbolici (di solito protetti), gli homegrown colpiscono di solito con armi poco sofisticate ma non per questo meno letali, siano esse coltelli, ovvero veicoli. Inoltre, il successivo attacco all’arma bianca di Parigi del 27 luglio, dove sono state ferite tre donne, ha riacceso la spia sulla minaccia degli “attentati emulativi”. Tale fenomeno è definito come un episodio dove un individuo, già radicalizzato, si attiva ed agisce in seguito a un precedente attentato, ispirato dalla sua ideologia o dal modus operandi. Gli attentati più semplici, come quelli col coltello o con veicoli, data la loro facilità di esecuzione (anche senza necessità di specifico addestramento) e di reperibilità di armi, sono quelli più idonei ad essere emulati. Inoltre, nel XXI secolo, l’effetto emulativo è incrementato anche dalla risonanza data dai mass media e dai social. Grazie a tali attentati, la galassia jihadista è in grado di mantenere “massa critica” in Occidente, anche senza più una capacità reclutativa ed organizzativa di livello.

Il terrorismo jihadista contro la comunità Lgbtq 

Gli attacchi contro la comunità Lgbtq che si rifanno all’ideologia dello Stato Islamico non sono nuovi in Occidente e nella stessa Europa. Il più famoso e il più brutale di tutti risale ad un decennio fa, quando Omar Mateen uccise 49 persone al Pulse, locale gay di Orlando (Florida). In questo caso, l’attentatore dichiarò direttamente la sua fedeltà (bay’ah) allo Stato Islamico e all’allora califfo al-Baghdadi durante la presa degli ostaggi nel locale, telefonando alla televisione locale. È probabile che nel caso di Mateen, la campagna aerea americana contro lo Stato Islamico in Siria e Iraq (Operation Inherent Resolve – iniziata da Obama nell’estate 2014) sia stata una delle cause scatenanti dell’attacco. Infatti, lo stesso terrorista descrisse l’attentato come una specie di vendetta per i civili caduti in Medio Oriente sotto le bombe Usa. Secondo gli esperti dell’Fbi che hanno studiato il suo percorso di radicalizzazione, Mateen aveva già in passato dimostrato il suo odio verso la comunità Lgbtq, rimanendo sempre però confinato alle parole. Un fattore interessante evidenziato dagli analisti del Bureau è il fatto che l’attentatore non avesse una profonda conoscenza dell’ideologia jihadista, facendo fatica a differenziare fra Stato Islamico, al-Qaeda e anche Hezbollah, tutti gruppi citati da Mateen. La mancanza di uno studio approfondito della dottrina, insieme ad una chiara connotazione di appartenenza ad uno specifico gruppo jihadista, sono tutti elementi che ritorneranno nei casi di molteplici radicalizzati degli ultimi anni, anche nel nostro Paese.

Per quanto riguarda l’Europa, nel giugno del 2022, un cittadino norvegese di origine curda uccise due persone durante il Pride di Oslo, sempre in nome dello Stato Islamico. Così come Mateen, anche l’attentatore di Oslo aveva dimostrato pubblicamente il suo odio verso la comunità Lgbtq in questo caso anche postando minacce sui social. L’attentatore, catturato dopo la sparatoria (anche grazie al pronto intervento dei passanti) venne condannato a 30 anni di reclusione. Inoltre, un complice dell’attentatore, estradato dal Pakistan in Norvegia è stato anch’esso condannato a trent’anni, per il suo ruolo di facilitazione logistica.

Attentati di matrice jihadista contro la comunità Lgbtq sono avvenuti anche lontano dall’Occidente. In Bangladesh, cellule affiliate allo Stato Islamico hanno compiuto diversi omicidi di attivisti gay, oltre ad aver ucciso anche appartenenti alle minoranze religiose come gli sciiti o gli ahmadiyyah. Gli esponenti dello Stato Islamico in Bangladesh sono purtroppo noti nel nostro Paese per aver condotto attentati contro nostri connazionali. Nel 2015 venne assassinato a Dhaka il cooperante Cesare Tavella. L’anno successivo, un commando di jihadisti fece irruzione in un noto ristorante del quartiere diplomatico della capitale, l’Holey Artisanal Bakery, uccidendo nove italiani nell’attacco iniziale e nel successivo confronto a fuoco con la polizia bengalese. Negli scorsi mesi, invece, un diciannovenne radicalizzato sul web, che stava pianificando un attacco con coltello contro gli studenti omosessuali della sua scuola, è stato arrestato dall’intelligence interna di Singapore (Internal Security Department). Circa nello stesso periodo, l’ISD è intervenuta per fermare anche il piano terroristico di un quattordicenne, anch’egli pronto a pianificare un attentato contro studenti e docenti della sua scuola. Oltre ad idolatrare diversi terroristi di estrema destra (come l’Australiano Brenton Tarrant) e diversi autori di sparatorie scolastiche negli Usa, il teenager si ispirava dichiaratamente anche ad Omar Mateen, il jihadista che colpì il locale gay in Florida nel 2016.

Gli elementi prima dell’attacco

Il recente attentato di Berlino, così come i casi di Omar Mateen e dei due teenager di Singapore sono anche accomunati dal fatto che gli individui radicalizzati avevano, in molteplici occasioni, pubblicamente manifestato la propria deriva estremista nei mesi che hanno preceduto i loro piani criminali (realizzatisi o meno). Nel caso dell’attentatore del Pride in Germania, la sua ideologia jihadista lo aveva già portato all’attenzione delle forze di sicurezza, che avevano messo sotto controllo il suo telefono cellulare. Inoltre, egli aveva già manifestato in precedenza la sua volontà di diventare un foreign fighter per lo Stato Islamico, tant’è che era già stato condannato per aver tentato di recarsi in Siria, tramite la Turchia, in due separate occasioni negli scorsi anni. Mateen, invece, aveva un passato di esternazioni violente, sia fra colleghi che in famiglia. Per quanto riguarda i due casi di Singapore, entrambi i teenager radicalizzati sul web avevano reso note le proprie derive estremiste ai propri amici, anche tramite la condivisione di video dello Stato Islamico. Tali fattori sono stati determinanti per i loro arresti, grazie alle segnalazioni fatte dagli amici alla stessa ISD. Questi episodi confermano una recente ricerca realizzata dalla Psychologische Hochschule di Berlino. Secondo gli psicologi tedeschi, che hanno analizzato le carte giudiziarie degli ultimi attentati islamisti compiuti in Germania, la maggior parte degli attentatori (il 96%), comunica le proprie intenzioni violente, sia tramite dichiarazioni dirette o comportamenti osservabili, che si discostano dai loro atteggiamenti precedenti. Sebbene non si arrivi spesso alla totale rivelazione del piano terroristico sul piano tattico, è molto importante prestare attenzione a tali indicatori. Pertanto, è necessario un dialogo fra amici e parenti dei radicalizzati (di norma le persone con cui essi si confidano) e le forze dell’ordine, oltre che il personale dei servizi socio-sanitari, visti i problemi di natura psicologica/psichiatrica scoperti in diversi casi di terrorismo avvenuti su suolo europeo.

Il continuo appeal dei foreign fighters

Come già menzionato in precedenza, l’attentatore di Berlino era già stato condannato per ben due volte per aver tentato di raggiungere la Siria in due occasioni separate, nell’ottica di unirsi personalmente allo Stato Islamico. Nonostante la sconfitta territoriale del califfato nel 2019, oltre alla presa di potere dei miliziani di Ahmed al-Sharaa, rivali dei jihadisti di IS, il gruppo terrorista è ancora presente nel Paese.

Infatti, secondo il Consiglio di Sicurezza Onu, l’organizzazione disporrebbe ancora di qualche migliaio di uomini, perlopiù localizzati nelle remote zone al confine con l’Iraq, oltre a dozzine di cellule presenti nelle maggiori città siriane. Mentre i primi sono responsabili per l’attività di guerriglia e contrabbando, le cellule hanno il compito di pianificare attentati in ambienti urbani, spesso contro le forze di sicurezza del nuovo governo siriano, ma anche ai danni di obiettivi internazionali, nell’ottica di screditare l’operato di al-Sharaa. Anche il già citato diciannovenne di Singapore aveva manifestato l’intenzione di diventare un foreign fighter, prima a Gaza, insieme ad Hamas, e poi in Somalia, dove lo Stato Islamico continua ad operare in diverse zone del Paese. Il suo obiettivo originario era quello di diventare un martire nei territori dell’Islam, prima di optare per un attentato nel proprio Paese di origine. L’interesse dimostrato per due gruppi molto differenti fra loro, come Hamas e lo Stato Islamico in Somalia certifica la già menzionata scarsa attenzione dottrinale ed ideologia dei più recenti casi di radicalizzazione online. Il Corno d’Africa era stato selezionato come destinazione anche per un gruppo di radicalizzati arrestati nel dicembre 2024, poco più che maggiorenni e residenti fra Bologna, Milano, Udine e Perugia.

Anche un arresto avvenuto in Italia lo scorso anno certifica come il fenomeno dei foreign fighters, sebbene lontano anni luce dal massiccio esodo verso il califfato di un decennio fa, rimanga una problematica securitaria. Nel 2025, il Ros di Perugia ha arrestato un cittadino di origine marocchina, che si era dichiarato disponibile a recarsi in Afghanistan e ad entrare nella filiale locale dello stato Islamico, ISKP. Tale organizzazione è nota in Occidente soprattutto per l’attentato del Crocus City Hall di Mosca del marzo 2014, dove un commando di 4 terroristi tagiki uccise più di centocinquanta persone. Nonostante la distanza geografica e culturale (il gruppo arruola prevalentemente etnie locali o dell’Asia Centrale), il giovane era disposto ad intraprendere il lungo viaggio per addestrarsi al jihad armato. Lo scopo ultimo del terrorista arrestato a Perugia non era però quello di combattere in Afghanistan, dove il gruppo è impegnato contro i Talebani, bensì quello di ritornare in Europa e realizzare un attentato con le competenze paramilitari acquisite.

La stessa propaganda via web dello Stato Islamico ha da diversi anni equiparato, per importanza, il ruolo del foreign fighter a quello che compie attacchi nel proprio Paese. Ciò è avvenuto per un motivo molto pratico, dato che il gruppo terrorista ha dovuto prendere atto delle difficoltà logistiche legate al recarsi in Medio Oriente a causa della costante attenzione dell’antiterrorismo globale. Tuttavia, i recenti casi rivelano come sia sempre necessaria la collaborazione internazionale, anche con Paesi che non risultano fra i principali teatri del jihad, oltre che con i Paesi di transito, meno sospetti rispetto a quelli dove sono in corso conflitti armati.

Cosa rivelano gli attentati jihadisti a Berlino e Parigi. L'analisi di Dambruoso e Conti

Di Stefano Dambruoso e Francesco Conti

Gli ultimi episodi hanno fatto ricadere l’intelligence europea nel timore di una nuova serie di attentati del terrorismo cosiddetto “homegrown”, dove individui radicalizzati prevalentemente sul web, si attivano per compiere attentati in contesti perlopiù urbani. L’analisi di Stefano Dambruoso, magistrato, e Francesco Conti, dottorando presso Ntu-Singapore

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