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I ben informati ipotizzano come deadline subito dopo l’estate. Da una parte c’è il premier Giorgia Meloni che glissa su quando effettivamente si andrà a elezioni. Dall’altra il ministro leghista Giancarlo Giorgetti che, difendendo le battaglie identitarie del partito, dice che si arriva a scadenza naturale del mandato (ottobre 2027). Una cosa è certa: se davvero la maggioranza intende mettere mano alle regole del voto, il tempo a disposizione si sta assottigliando. Sullo sfondo c’è un quadro politico in continua evoluzione, con un centrodestra alle prese con nuove tensioni interne – ed esterne, leggasi Vannacci – e un centrosinistra ancora impegnato nella ricerca di una formula competitiva. Per il politologo Paolo Pombeni, però, il vero nodo non è soltanto il sistema di voto, bensì la capacità della politica di recuperare consenso e partecipazione.

Professore, legge elettorale. È davvero il momento giusto per affrontare una riforma?

È una strada piuttosto tortuosa. L’idea era nata in un contesto politico diverso, quando la coalizione di centrodestra appariva molto più solida. Oggi quello scenario è cambiato. La maggioranza è attraversata da tensioni, basti pensare al rapporto tra la Lega e Vannacci, mentre dall’altra parte il centrosinistra continua a non trovare una sintesi stabile.

Quanto pesa questa instabilità sulla possibilità di trovare un’intesa?

Moltissimo. Nel centrosinistra permane il caos perché, per avere concrete possibilità di vittoria, serve una gamba di centro. Il problema è che oggi questa gamba è composta da una somma di gambette. E ciascun leader del cosiddetto campo largo tende a scegliere gli interlocutori che possano risultargli più utili in vista di eventuali primarie per la premiership. D’altra parte, come detto, il centrodestra ha diverse problematiche anche inedite in parte. Per cui, la strada la vedo piuttosto in salita.

Che giudizio dà dell’impianto della riforma di cui si discute?

Come spesso accade, la legge elettorale viene pensata soprattutto con l’obiettivo di costruire un marchingegno che favorisca chi la propone quando si andrà al voto. È un’impostazione che presenta almeno due problemi molto seri.

Quali?

Il primo riguarda l’astensionismo. Se si vuole mettere mano alle regole del voto bisognerebbe interrogarsi su come riportare i cittadini alle urne. Invece si continua a ragionare su un sistema che consente ai partiti di scegliersi i propri rappresentanti. Questo non aumenterà la partecipazione. Se l’affluenza dovesse scendere sotto il 50%, diventerebbe sempre più complicato legittimare politicamente chi sarà chiamato a guidare il governo.

E il secondo problema?

Il rischio è favorire una frammentazione del centro. Si vorrebbe rafforzare il bipolarismo, ma con una costellazione di piccoli partiti destinati inevitabilmente a pesare negli equilibri parlamentari. Il risultato sarebbe una stabilità solo apparente, non una stabilità reale.

A proposito di centro, che prospettive vede?

L’incognita è rappresentata da Onorato, che ha provato a mettere insieme il mondo dei movimenti civici. Se quell’esperimento dovesse consolidarsi qualcosa potrebbe nascere. Azione, invece, ha una sua stabilità e Calenda è un leader che conosce bene il proprio mestiere, ma continua ad avere difficoltà nell’aggregare consenso sui territori. Molto dipenderà dal risultato elettorale che riuscirà a ottenere.

Calenda potrebbe guardare al centrodestra?

Lo considero difficile. Potrebbe esserci un armistizio benevolo, ma non credo che il suo elettorato sia disponibile a sostenere questo centrodestra. Politicamente avrebbe più senso un dialogo con il centrosinistra, anche se lì il suo peso viene guardato con una certa cautela proprio perché Calenda resta un leader in grado di incidere sugli equilibri della coalizione.

Alla fine la riforma si farà?

Credo di sì. La legge elettorale il centrodestra dovrà approvarla per forza. Probabilmente rappresenta l’ultima grande iniziativa politica che questa maggioranza può realisticamente portare a compimento prima della conclusione della legislatura.

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