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Le imprese statali cinesi non si limitano a costruire strade e ferrovie in Africa. Stanno ridisegnando i mercati e, sempre più, l’ambiente politico dei Paesi in cui operano. È questo il messaggio centrale di un rapporto pubblicato di recente dall’Africa Center for Strategic Studies, istituto finanziato dal governo americano e dedicato all’analisi della sicurezza continentale.

Secondo gli autori, le imprese statali cinesi funzionano come strumenti di potere nazionale: assicurano l’accesso alle risorse minerarie, costruiscono corridoi alternativi verso l’economia cinese e plasmano l’influenza di lungo periodo Centre d’Études Stratégiques de l’Afrique nei paesi in cui si insediano. La loro capacità di sfumare il confine tra obiettivi commerciali e geopolitici è, secondo il rapporto, qualcosa che nessun concorrente privato americano può replicare.

La “cattura del mercato”: come funziona

Il meccanismo è relativamente semplice nella sua logica. Le imprese statali cinesi entrano nei settori strategici – miniere, energia, infrastrutture di trasporto – con finanziamenti agevolati garantiti da banche di policy come la China Development Bank o l’Export-Import Bank of China. Una volta consolidato il controllo commerciale su un settore, quel dominio diventa leva politica.
I casi concreti abbondano. La Repubblica Democratica del Congo produce l’80% del cobalt mondiale, e le imprese statali cinesi e le banche di policy controllano l’80% della produzione totale. Council on Foreign Relations In Zambia, il quadro è simile per rame e altre materie prime critiche. In Kenya e in Etiopia, le imprese cinesi hanno finanziato, costruito e tuttora in parte gestiscono le ferrovie a scartamento normale – opere che, nelle intenzioni originali, avrebbero dovuto trasferire capacità tecnica ai Paesi ospiti.

Le imprese statali cinesi detengono partecipazioni in fino a 78 dei 231 porti africani Africa Defense Forum, una presenza che solleva interrogativi sull’autonomia decisionale degli stati e sulle possibili ricadute militari. Le imprese cinesi sono coinvolte in 62 progetti portuali africani: 33 in Africa occidentale, 17 in Africa orientale, 9 in Africa settentrionale e 3 in Africa meridionale. Africa Center

Il rapporto chiama tutto questo “market capture”: la dominanza commerciale, mantenuta abbastanza a lungo, si trasforma in leva politica.

Non solo infrastrutture: il porto come asset duale

Uno degli aspetti più discussi nel rapporto riguarda l’uso dei porti. Il Piano quinquennale cinese 2021-2025 delinea un “quadro di connettività di sei corridoi, sei rotte e molteplici paesi e porti” per avanzare nella costruzione della Belt and Road. Tre di questi sei corridoi attraversano l’Africa, sbarcando in Africa orientale (Kenya e Tanzania), in Egitto e nella regione del Canale di Suez, e in Tunisia. Africa Center La vocazione strategica non è separabile da quella commerciale: i porti sono nodi logistici, ma possono diventare anche piattaforme per esercitazioni militari congiunte – come già accaduto in Egitto.

Washington corre ai ripari, Roma ci prova

Il rapporto dell’Africa Center for Strategic Studies arriva in un momento in cui Washington è impegnata in una corsa per recuperare terreno attraverso investimenti statali strategici nel continente. Ma non è solo la Casa Bianca ad avere l’Africa sul tavolo delle priorità.

Il Piano Mattei per l’Africa è un piano di interesse nazionale varato dal governo italiano con l’obiettivo di costruire partenariati su base paritaria, superando la logica donatore-beneficiario e generando benefici e opportunità reciproche. Governo Italiano Presentato al Vertice Italia-Africa del gennaio 2024, il Piano si propone esplicitamente come alternativa a modelli che — pur non citando mai la Cina direttamente – ricalcano esattamente la logica descritta dall’Africa Center: infrastrutture in cambio di concessioni, senza reale trasferimento di capacità e potere decisionale.

Il governo ha individuato inizialmente 9 paesi pilota – Egitto, Tunisia, Algeria, Marocco, Costa d’Avorio, Mozambico, Repubblica del Congo, Etiopia e Kenya – a cui se ne sono aggiunti altri 5 nel gennaio 2025: Angola, Ghana, Mauritania, Tanzania e Senegal. Ministero dell’Università e della Ricerca

Sul fronte della competizione infrastrutturale, un caso emblematico è il Corridoio di Lobito: un’infrastruttura di 1.600 chilometri che collegherà l’Africa dall’Angola allo Zambia e alla Tanzania passando per la Repubblica Democratica del Congo, finanziata dal Global Gateway europeo e dagli Stati Uniti, in ottica alternativa rispetto alla ferrovia Tazara costruita dalla Cina per collegare le miniere dello Zambia con la Tanzania. AIOM L’Italia è parte di questa architettura più ampia, e il Corridoio di Lobito è diventato uno dei simboli della fase di internazionalizzazione del Piano Mattei avviata con il summit di Roma del giugno 2025.

La domanda che il Piano Mattei non può eludere

La sfida posta dal rapporto americano non è solo per Washington. È una domanda che riguarda chiunque voglia costruire un’alternativa credibile alla presenza cinese in Africa: come si compete con un attore che non distingue tra logica commerciale e interesse di stato?

Il Piano Mattei ha scelto un approccio che mescola cooperazione allo sviluppo, diplomazia energetica e investimenti privati con garanzie pubbliche. Lo scenario geopolitico fluido in cui si muove il Piano invita a flessibilità e apertura anche nell’impegno con altri partner non europei attivi in Africa – incluse le monarchie del Golfo e l’India – con i quali, a seconda del settore, si potrebbe trovare terreno comune in termini di obiettivi, rischi e costi.

Ma la vera domanda rimane aperta: riuscirà questo approccio a produrre una presenza abbastanza radicata da costituire un’alternativa reale – non solo sul piano retorico, ma su quello della penetrazione economica e della fiducia politica? Il rapporto dell’Africa Center suggerisce che la Cina ha costruito il suo vantaggio in decenni di paziente accumulo di posizioni. Chi arriva dopo deve fare i conti con mercati già orientati, infrastrutture già costruite, e dipendenze già consolidate.

Imprese di Stato cinesi e cattura dei mercati africani. Ecco cosa significa per il Piano Mattei

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