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Quella dello scorso luglio poteva sembrare una vittoria italiana. In parte lo è stata. L’Europa due mesi fa ha finalmente messo mano al famigerato Ets, il meccanismo di tassazione delle emissioni che influenza i costi finali dell’energia. Le imprese, anche energetiche, che inquinano di più sono tenute ad acquistare più certificati europei, andando incontro a una maggiorazione di spesa che poi si ripercuote inevitabilmente sul costo per il consumatore. Dopo settimane di pressing italiano, a luglio l’Europa ha avviato una prima vera revisione del sistema per la tassazione del carbone, che nel gergo comunitario risponde al nome di Ets. Scardinando almeno in parte il meccanismo che forma il prezzo sul mercato all’ingrosso, modificando il sistema per cui i produttori di energia termica aggiungono il costo degli Ets nel prezzo a cui offrono la loro energia in Borsa.

Qualcosa, va detto, era già stato tentato con il decreto Bollette dello scorso febbraio, quando nel provvedimento varato dall’esecutivo per dare un po’ di ossigeno a famiglie e imprenditori, Palazzo Chigi aveva previsto la possibilità di scorporare le tasse dovute da chi inquina di più dal prezzo finale dell’energia. Ma serviva l’avallo dell’Ue, visto che il meccanismo è affare dell’Unione e non di un singolo Stato. Adesso qualcosa si è mosso. Ma non basta, come ha fatto chiaramente intendere il ministro per le Imprese, Adolfo Urso, intervenuto al Meeting di Rimini.

Per il quale è necessario “rivedere il meccanismo infernale del sistema Ets, che gonfia in modo artificiale il prezzo dell’elettricità, con effetti distorsivi tra i Paesi europei”. Revisione che è stata presentata dalla Commissione europea il 17 luglio. La proposta però non ha scaldato i cuori italiani. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, aveva infatti dichiarato di accogliere “la scelta di rafforzare gli strumenti a sostegno degli investimenti nella decarbonizzazione industriale, anche se permangono aspetti di cruciale importanza che dovranno essere affrontati nel corso del negoziato, a partire dalla definizione dei benchmark e dal sistema di assegnazione delle quote gratuite”.

Molto più critico era stato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che aveva definito la proposta di revisione dell’Ets “per l’industria italiana, insoddisfacente, come dimostra l’andamento odierno del prezzo delle quote sul mercato, che sono in aumento. Segno che ci si attendeva una revisione profonda che invece non c’è stata. La proposta della Commissione si limita a interventi con effetti solo marginali nel breve termine e non affronta le criticità strutturali del sistema nel contesto globale”.

Tornando a Rimini, tra le soluzioni indicate da Urso, quella di aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili, superando i blocchi autorizzativi degli enti locali e, in prospettiva, realizzando anche nel nostro Paese gli Smr, piccoli reattori nucleari di nuova generazione, sicuri e a basse emissioni, a supporto del sistema industriale. Quanto alle rinnovabili, “molto dipende dall’atteggiamento delle Regioni che, purtroppo, soprattutto al Sud, si oppongono a nuovi insediamenti. In ogni caso, occorre investire anche sui sistemi di accumulo e sulle batterie perché la produzione di energia rinnovabile non è continuativa e dipende da fattori atmosferici e, per ottimizzarne le prestazioni, occorre conservarla”.

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