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La riflessione sul valore geoeconomico e geopolitico dell’acqua sta acquisendo, in questi anni, un’importanza progressivamente crescente.
In fondo, si sta replicando la stessa parabola storica che portò l’energia ad essere considerata, a partire dalla crisi petrolifera del ’73, da semplice commodity, bene strumentale per la produzione, a componente essenziale per la sicurezza nazionale.

La rilevanza dell’elemento acqua, peraltro, è ancora maggiore se si pensa che le risorse idriche, oltre ad essere essenziali per la produzione di cibo, l’industria e la vita degli ecosistemi, sono alla base della produzione dell’energia stessa (secondo UN World Water Development Report, circa il 90% della produzione energetica mondiale si basa su processi che utilizzano acqua).

Questa crescente consapevolezza è passata per alcune tappe importanti del dibattito internazionale: nel 1977 a Mar del Plata, per la prima volta, il tema “acqua” viene affrontato attraverso una specifica conferenza mondiale dell’ONU; nel 2015 il tema della tutela e dell’accesso alle risorse idriche viene consacrato con due specifici obiettivi (il numero 6 per l’acqua dolce e il numero 7 per il mare) nell’Agenda internazionale dello sviluppo sostenibile; nel 2023 le Nazioni Unite riprendono a organizzare una conferenza mondiale disattesa per una quindicina d’anni.
Sotto il profilo geoeconomico, già nel 2016, la Banca mondiale pubblicava il report “High and Dry: Climate Change, Water and the Economy” che segnalava come la scarsità idrica, aggravata dal cambiamento climatico, avrebbe potuto provocare perdite fino al 6% del PIL entro il 2050, oltre ad alimentare migrazioni e aumentare il rischio di conflitti.

L’acqua finisce così di essere un tema solamente ambientale mentre si inizia a delineare il più ampio concetto di “water security”, articolato in almeno tre dimensioni.

La prima riguarda l’acqua come vera e propria infrastruttura di trasporto. Al pari di reti ferroviarie o autostrade, il Canale di Suez, quello di Panama, gli Stretti di Hormuz, Gibilterra e Bosforo, sono alcuni dei “chokepoint” principali del commercio mondiale, vie d’acqua essenziali che evidenziano la rilevanza della sicurezza del mare e delle rotte commerciali, riproponendo il tema del “dominio marittimo”.
Anche le acque interne sono utilizzate, in molte regioni del mondo, come vie di comunicazione. Alla fine di luglio, il sistema tedesco di controllo dei fiumi indicava livelli estremamente bassi nel 44 per cento delle stazioni di misurazione del Reno e nel 78 per cento di quelle del Danubio, due dei fiumi europei più grandi e importanti, con conseguenze sui costi e i tempi di trasporto, a causa dell’interruzione della navigabilità e della sua stessa possibilità. Siccità, cambiamento climatico, riduzione della portata dei corsi d’acqua diventano elementi di fortissima insicurezza economica ed estrema vulnerabilità per ogni Stato, incidendo sulla praticabilità delle sue vie di comunicazione commerciali.

Una seconda dimensione riguarda il tema dell’”acqua condivisa”: secondo il rapporto UNECE-UNESCO/UN-Water del 2024, nel mondo sono 313 i bacini fluviali e lacustri transfrontalieri e 468 gli acquiferi transfrontalieri. Eppure, solo 43 Paesi su 153 hanno accordi operativi che coprono almeno il 90% delle proprie acque transfrontaliere e appena 26 Paesi hanno accordi operativi che coprono tutte le loro acque condivise. Il tema costituisce ormai un nodo geopolitico essenziale accanto a quello della regolamentazione dell’uso dei corsi d’acqua tra i Paesi a monte (“possessori e gestori” dell’acqua prima che arrivi agli altri) e paesi a valle (esposti completamente alle decisioni dei primi). Nel Mediterraneo allargato questa “asimmetria geopolitica naturale” riguarda bacini idrografici di primaria importanza quali quelli del Nilo, Giordano, Tigri-Eufrate, Oronte, Drin e Sava.

Infine, la terza dimensione riguarda il tema della disponibilità e dell’accesso alle risorse idriche, l’aspetto più evidentemente legato alla sicurezza dei cittadini e alla difesa delle loro condizioni di vita. Oggi è necessario trovare nuovi equilibri nei “bilanci idrici territoriali”, messi in crisi da una sempre maggiore pressione demografica, dall’incremento dell’utilizzo dell’acqua per le attività industriali, da una preoccupante “asincronia” tra periodi di ricarica delle falde, precipitazioni sempre più randomiche e periodi di picco nell’uso civile, agricolo e industriale della risorsa.

Il sistema nevralgico di gestione integrata dell’acqua ha bisogno di cura e investimenti per garantire accesso, distribuzione e qualità dell’acqua con una manutenzione costante delle infrastrutture strategiche per lo stoccaggio di acqua e l’aumento di impianti per la depurazione e il riuso.
Oltre 500 milioni di persone dipendono dalle principali infrastrutture idriche del Mediterraneo. Più del 60% delle risorse idriche disponibili nella sponda sud e orientale è gestito tramite grandi infrastrutture artificiali: la Diga di Assuan, il sistema di trasferimento idrico della Great Man-Made River, i grandi desalinizzatori di Israele, le dighe anatoliche del progetto GAP in Turchia, nonché gli acquedotti che alimentano città come Roma, Algeri, Tunisi, Amman e Il Cairo.

Acquedotti, dighe, impianti di desalinizzazione, sistemi di pompaggio, reti di distribuzione e impianti di trattamento delle acque reflue sono oggi l’ossatura invisibile che sostiene la vita economica e sociale di centinaia di milioni di persone. Quando viene colpita una centrale elettrica, si interrompe la fornitura di energia. Quando viene colpita un’infrastruttura idrica, si mette a rischio la sopravvivenza stessa delle comunità. Le conseguenze di un danneggiamento, difatti, vanno dall’interruzione dell’approvvigionamento di acqua potabile all’aumento del rischio di epidemie e malattie idrotrasmesse; dalla riduzione della disponibilità di acqua per l’agricoltura con conseguente incremento dell’insicurezza alimentare a sfollamenti forzati della popolazione con conseguente aggravamento delle tensioni sociali e politiche.
Sebbene esplicitamente protette dalle Convenzioni internazionali (Convenzione di Ginevra, Protocolli Aggiuntivi a partire dall’art.54 del I) le recenti vicende a Gaza, nel Golfo a Queshm, in Kuwait, a Bemani hanno mostrato più volte come le infrastrutture idriche rientrino, illecitamente, tra gli obiettivi militari. Resasi evidente la loro nevralgica centralità hanno iniziato anche ad essere oggetto di cyber-attacchi terroristici, come i sette subiti da infrastrutture idriche statunitensi ad inizio estate e riportati dal Guardian.

Nonostante la sempre più riconosciuta centralità dell’elemento acqua, la governance della risorsa a livello internazionale continua ad essere debole e frammentata mentre il tema spesso non ha una sua identità e specificità nei grandi summit internazionali ambientali, a partire dalle Cop.
Eppure, come visto, la sicurezza dell’acqua coincide sempre più con la sicurezza umana e occorrerebbe promuovere, a partire dal Mediterraneo, mappe condivise delle infrastrutture idriche critiche, protocolli di protezione civile e militare dedicati, sistemi di monitoraggio satellitare delle opere strategiche, meccanismi di cooperazione regionale per la risposta alle emergenze, riconoscimento internazionale delle principali infrastrutture idriche mediterranee come beni essenziali per la stabilità regionale.

Sotto il profilo del necessario cambio di paradigma a livello internazionale, appare molto suggestiva l’idea, avanzata dalla Global Commission on the Economics of Water (GCEW) che, nel rapporto del 2024 “The Economics of Water: Valuing the Hydrological Cycle as a Global Common Good”, sostiene che blue water e green water, precipitazioni, suolo, vegetazione e flussi atmosferici vadano considerati parti di un unico sistema interdipendente e definiti come un “global common good”.

Evitando l’estremizzazione del concetto e la costruzione di categorie affascinanti ma poco operative, nel rispetto delle sovranità nazionali e dei livelli locali di gestione delle risorse idriche, si potrebbe ragionare sulla definizione della stabilità e dell’integrità del ciclo idrologico globale quale “bene comune dell’umanità”, con una responsabilità condivisa, la cui tutela sarebbe da perseguire nel pieno rispetto della sovranità degli Stati sulle proprie risorse.

Una costruzione giuridica che non internazionalizza l’acqua ma la responsabilità per la stabilità del suo ciclo, cui collegare pochi obblighi verificabili: monitoraggio dei flussi atmosferici e della green water, protezione degli ecosistemi critici per il ciclo, valutazione degli impatti idrologici transfrontalieri delle grandi trasformazioni territoriali, finanziamento dei servizi ecosistemici e un meccanismo internazionale di reporting.

Idrosicurezza, ecco la nuova posta in gioco nel Mediterraneo

Di Emilio Ciarlo

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