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Entriamo nel nuovo anno con più incognite che certezze. L’economia globale dà segnali contraddittori, la guerra in Ucraina continua a proiettare ombre lunghe sull’Europa e i rapporti euro-atlantici appaiono più fragili che mai. Sullo sfondo, un’Unione europea che fatica a trovare una leadership e una politica italiana attraversata da equilibri apparentemente solidi ma tutt’altro che definitivi. Di tutto questo parliamo con Piero Ignazi, politologo, tra i più attenti osservatori delle trasformazioni dei sistemi politici europei.

Professore, che anno si apre davanti a noi?

Entriamo con un grande punto interrogativo. Ci sono almeno due elementi che non controlliamo. Il primo è il possibile scoppio di una bolla legata all’intelligenza artificiale dal punto di vista economico-finanziario: il rischio è di rivedere, con modalità diverse, il film del 2008. Il secondo riguarda la guerra in Ucraina: se e quando finirà, o se invece continuerà a trascinarsi ancora a lungo, e con quali effetti sull’Europa.

A proposito di Europa: che ruolo sta giocando l’Italia nel processo di integrazione?

Un ruolo di freno. Abbiamo un governo euroscettico che non agisce certo da propulsore della coesione europea. Questo pesa. E pesa anche una leadership europea debole: Ursula von der Leyen è un disastro sul piano della guida politica. Tutti quelli che sono sinceramente filo-europei sanno che l’unico modo per salvare la faccia sarebbe nominare Mario Draghi. Sarebbe un segnale forte, l’unico davvero credibile.

Qual è lo stato dei rapporti euro-atlantici in questo quadro?

Sono disastrosi. C’è chi prova a tenere il filo, ma non si capisce bene a che pro. Gli interessi americani non coincidono con i nostri. Trump è sostanzialmente favorevole a Putin perché ha in mente una ridefinizione dell’Europa. Nella sua visione geopolitica ci sono tre attori: Stati Uniti, Russia e Cina. L’Europa è un oggetto, non un soggetto.

Ma l’Europa non porta anche responsabilità proprie?

Assolutamente sì. Ce lo siamo voluti. Scarsa integrazione, egoismi nazionali: la colpa è di tutti gli Stati europei. Una delle principali responsabili è stata Angela Merkel. Oggi c’è una frattura profonda che paghiamo in termini di credibilità e di capacità di azione.

Il tema della Difesa torna centrale con il conflitto russo-ucraino, ma non solo. A che punto siamo?

Quella guerra crea instabilità e spinge a leggere le relazioni internazionali in termini di forza e non di diritto. È una visione che si sta diffondendo anche tra gli europei, che storicamente hanno creduto nella cooperazione e nelle regole. Pensare di rispondere con eserciti nazionali separati non ha senso. Servirebbe un esercito coordinato, un’alleanza sul modello della Nato ma molto più integrata. Peccato che oggi non ci sia nulla che vada davvero in quella direzione.

Veniamo alla politica interna. Il centrosinistra dopo la tornata elettorale sui territori che immagine dà di se?

La vera sfida è riuscire ad andare d’accordo. Il problema è la presenza di un partito che ha paura di scomparire, come il Movimento 5 Stelle, e che quindi fa qualsiasi cosa pur di sopravvivere. Dall’essere l’anti-tutto si è trovato a dover interagire con gli altri partiti di sinistra, ma da una posizione di minoranza. È un partito che sta ancora cercando una forma.

E il Partito democratico guidato da Elly Schlein?

Schlein ha dimostrato doti di gestione politica che nessuno sospettava. Ha messo in fila tre regioni al voto, costruendo alleanze complesse, digerendo Giani, le bizze di De Luca, e portando a casa il risultato. Politicamente è stato un grande successo. Ora bisogna capire se questi rapporti saranno riproducibili a livello nazionale.

Anche nei rapporti con Giuseppe Conte ha scelto una linea particolare.

Non ha reagito alle sue uscite. È stata pragmatica ed elastica. Una scelta intelligente, che evita di trasformare ogni divergenza in uno scontro frontale.

Sul fronte opposto, il centrodestra sembra solido.

Sta benissimo. È compatto. Le bizze di Salvini sono sostanzialmente irrilevanti: occupano un po’ di scena, ma non scalfiscono l’assetto complessivo. La partita però è aperta, perché siamo praticamente a pari. La sinistra ha un bacino elettorale potenzialmente più ampio, ma la compattezza è un valore e non averla, come avviene a sinistra, è un problema serio.

Il 2026 sarà anche un anno delicato sul piano economico, con la fine del Pnrr?

Sì, sarà un anno complesso. Il centrosinistra dovrebbe chiedere conto al governo, incalzarlo sui risultati, ma storicamente non è molto bravo nella polemica politica. Detto questo, in vista delle Politiche il centrosinistra può tornare competitivo. Le condizioni ci sono, a patto di non sprecarle. 

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Il 2026 sarà un anno segnato da forti incognite globali, dalla guerra in Ucraina ai rischi economici legati all’AI, con un’Europa debole e priva di leadership. Sul fronte interno, il centrodestra resta compatto, mentre il centrosinistra ha margini di crescita eppure soffre la mancanza di coesione. Schlein emerge per capacità di gestione politica, ma la sfida è rendere competitivo il campo progressista a livello nazionale, anche dopo la fine del Pnrr. Colloquio con il politologo Piero Ignazi 

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