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A distanza di poche ore dall’annuncio di Angela Merkel circa l’Europa a più velocità, gli spread sui titoli italiani hanno subito un balzo di quasi 10 punti, superando quota 200. Per ritrovare un valore così alto dobbiamo tornare agli inizi del 2014. Uno scossone, per la verità, che si è manifestato in tutti gli altri Paesi. In Spagna il salto è stato del 16,5 per cento. Per la Francia, addirittura del 21,5. E via dicendo. Mentre i rendimenti del bund tedesco scendevano del 10 per cento. Con una distanza siderale (sei volte in meno) rispetto ai BOT decennali targati Italia. A dimostrazione del grande flusso di denaro drenato da Berlino, dal resto dell’Europa.

Il passaggio dalla prospettiva dal “widening” al “deepening”, vale a dire dall’allargamento, che segnò il suo culmine nel 2013 con l’estensione a 28 Paesi del vessillo delle dodici stelle in campo blu, all’approfondimento, al momento, sembra avere un solo vincente. Almeno dal punto di vista finanziario. Da quello politico si vedrà. Il cambiamento di passo era, comunque, forse inevitabile. La realtà dei prossimi anni sarà completamente diversa da quella passata. Non vi sarà un “padre” comprensivo, negli Stati Uniti, che si sobbarcherà di tutti i possibili oneri. Non solo quelli militari, ma quelli, ancora più gravosi del fare da “locomotiva” nei confronti del resto del Mondo. E quindi consentire alle periferie più lontane, come quelle del Sud est asiatico, con in testa la Cina, o quelle più vicine, come la Germania, di crescere soprattutto grazie al peso trainante delle esportazioni.

Sulla frontiera est, la Russia, a sua volta, uscirà dalla lista di proscrizione degli “Stati canaglia” per esercitare il ruolo che compete ad una grande potenza continentale. In una nuova liaison con il nuovo inquilino della Casa bianca tutto immedesimato nel grido: “american, first”. Il pericolo di una morsa che si stringe, specie dopo Brexit, intorno al corpaccione di un Europa, sempre meno concludente, è evidente. Quindi, com’è sempre accaduto nella storia europea, sarà necessità a far virtù. Sempre che il diavolo non ci metta la coda. E vi siano le capacità complessive per gestire un processo che appare complesso. Specie per quei Paesi che finora hanno arrancato. E che l’Italia sia tra questi, è tesi che non richiede eccessive spiegazioni.

La sua perdita di terreno non si misura solo nei confronti dei Paesi fondatori: Francia, Inghilterra e Germania. Il distacco è evidente anche con le potenze di calibro minore: Olanda, Belgio, Irlanda e Spagna. Le stesse difficoltà portoghesi hanno uno spessore inferiore, mentre con l’Irlanda la partita è persa da tempo. Oggi quella piccola Repubblica ha un reddito pro-capite che è pari quasi al doppio di quello italiano (72 per cento in più), nonostante, la crisi bancaria del 2008. Fu ripresa per i capelli con un intervento pari a 28 miliardi da parte dell’ESM: il Fondo salva Stati. A cui anche l’Italia ha contribuito. Resta la maglia nera della Grecia, che dovrebbe essere la prima vittima della nuova filosofia: la “geometria variabile”. Nonostante la richiesta di grazia, già avanzata dal Governo italiano.

Guardando all’orizzonte più ravvicinato, quindi, vi sarà da meditare. Alla memoria tornano le vicende che accompagnarono la nascita dell’euro. Manifestazioni di giubilo e campane a festa, per celebrare l’avvenimento. Sennonché a cercare di far ragionare, in una sede prestigiosa, come quella delle Commissioni bilancio riunite a Palazzo Montecitorio, fu l’audizione di Antonio Fazio: il Governatore pro-tempore della Banca d’Italia. Con il suo intercalare frusinate, che non aveva mai perso nonostante gli anni di studi, rivolgendosi ad un’assemblea celebrante, gelò l’atmosfera. Non vi illudete: sarà un “purgatorio”. State perdendo antichi privilegi, connessi con la gestione del cambio e la possibilità dei finanziamenti in deficit. Lui: che era stato uno degli artefici del cambio forte per combattere l’inflazione. Se l’Italia non sarà capace di crescere lungo il sentiero della produttività e delle riforme, la nascita dell’euro non sarà la festa promessa, ma l’inizio di una possibile regressione.

Se si tengono a mente quelle parole, si ha la prospettiva esatta di quel che può succedere, quando la partecipazione in prima classe – vale a dire nel gruppo dei Paesi di testa – richiederà esami ancor più rigorosi. Perché allora non si potrà dire, come più volte ha fatto Matteo Renzi: ci chiedete un rigore finanziario eccessivo, quando gli altri non rispettano le regole sull’immigrazione. Non vi sarà, cioè, la possibilità di una sorta di baratto nel segno della reciproca trasgressione. I singoli dossier saranno distinti: resi tra loro incomunicanti dalle regole della “cooperazione rafforzata”. Un pugno di Paesi – attualmente sono nove – che decide. E chi non accetta è messo, senza tante storie, alla porta.

Che sia questo il nocciolo duro cui si tende – poi si vedrà in che modo sia possibile un compromesso – è dimostrato da quanto Wolfgang Schäuble, il ministro delle Finanze tedesco, va dicendo da tempo. I suoi attacchi nei confronti di Mario Draghi e di Jean Claude Juncker hanno ormai superato il livello di guardia. Una politica monetaria troppo accomodante, da un lato; un Commissione europea troppo “politica”, vale a dire troppo accondiscendente nei confronti coloro che violano le regole di Maastricht. Per fortuna le prossime elezioni tedesche sono alle porte. E non è detto che il panorama politico rimanga immutato. Ma non abbassiamo la guardia. Soprattutto cerchiamo di evitare che quel “purgatorio”, tanto temuto e a ragione da Antonio Fazio, possa trasformarsi, in Italia, in un inferno.

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