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A mente fredda, e con la giusta distanza temporale e anche emotiva, è opportuno tornare sul discorso inaugurale tenuto da Donald Trump a Washington il 20 gennaio scorso.

Per tutta le settimana successiva, non solo in Europa, sono piovute critiche, alcune prevedibili e francamente partigiane, altre più articolate e quindi più interessanti. Nel primo caso, c’è stata una specie di rigetto pregiudiziale nei confronti della figura di Trump; nel secondo caso, si è ovviamente riconosciuta piena legittimità al Presidente eletto, ma non si è nascosta una speranza delusa per non aver fatto di quello “speech” l’occasione di una ricucitura, di un discorso per unire un’America divisa.

A mio avviso, era una speranza infondata. Piaccia o no (i lettori di Formiche.net sanno che, nel mio piccolo, avevo auspicato la vittoria di Trump sulla Clinton come candidata dello status quo, pur non nascondendomi riserve e dubbi), non si può chiedere a Trump di essere altro da ciò che è.

E’ stato il candidato del cambiamento in un “ambiente” elettorale che voleva il cambiamento. E’ stato il candidato dei “forgotten men and women” contro “Washington”. E’ stato il candidato che ha detto “America first” per un anno. E cosa ci si aspettava? Che, al suo primo discorso, mettesse tutto nel cassetto e dicesse il contrario?

Lo dico anche a chi ha un approccio culturale vicino al mio: di estraneità all’establishment, ma di diffidenza rispetto ai toni protezionisti e poco liberali. Però, pur con tutte le nostre buone ragioni, non possiamo pretendere che Trump si comporti come uno “scholar” dell’American Enterprise Institute: non lo è. Non possiamo pretendere che metta le cose nello stesso contesto in cui preferirebbe inserirle ognuno di noi.

Non lo dico per “giustificare”. Lo dico per “capire”. E anche per incoraggiare i liberali e i liberalconservatori europei a uscire da un atteggiamento di distanza e derisione. E ad adottare – semmai – un approccio attivo e positivo. Trump si è dato il profilo del “dealmaker”? Vediamo che tipo di deal, volta per volta, vorrà costruire. Sono ad esempio convinto che ci sarà un eccellente accordo commerciale tra Usa e Uk, a maggior ragione dopo l’incontro dell’altro ieri tra May e Trump. E sono convinto che tagliare le unghie alla Cina (a una Cina militarmente aggressiva, campione del furto di segreto industriale su larga scala), se Trump ci riuscisse, sarebbe un risultato straordinariamente positivo.

E non facciamo di Trump il comodo capro espiatorio per i nostri fallimenti. Il Ttip (piaccia o no) è naufragato per i dissensi europei, mica per Trump (che ancora non c’era). Chiunque dovesse pensare alla nuova amministrazione Usa come a un facile “scapegoat” per coprire le nostre inadeguatezze, farebbe – di nuovo – il male dell’Europa (se esiste ancora).

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