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Infierire su Beppe Grillo, o ancor peggio, su Casaleggio il giovane, dopo i disastri di Roma e di Bruxelles, è come sparare sulla croce rossa. Da comico affermato il primo si è trasformato in un funambolo. Il secondo non ha resistito alla tentazione di cedere al proprio conflitto di interesse. In vista di quello che l’Unione europea potrebbe decidere per lo sviluppo della rete di internet. Il paradosso di un movimento nato e cresciuto grazie a parole d’ordine contro la casta e lo sterco del diavolo. Vale a dire quel denaro che, alla fine, ha imposto la sua legge del contrappasso. Il ritorno alla casa inglese dell’Ukip di Nigel Farage ha una posta che vale qualche centinaio di migliaia di euro, sotto forma di contributi pubblici ai gruppi parlamentari. Ed una ragione leggermente più nobile: la difesa del posto di lavoro degli assistenti del gruppo. Della maggior parte, ma non di tutti: visto che il contratto di Francesco Calazzo, fedelissimo di David Borrelli, non sarà rinnovato. La colpa? essere stato lo sherpa del fallito accordo con i liberaldemocratici di Vehrofstadt.

Questo, in estrema sintesi, il prologo della vicenda. La coda velenosa, le prime defezioni ed il marasma che si apre tra i “cittadini” che si sentono presi in giro dall’attivismo del figlio del fondatore. Il meglio, tuttavia, deve ancora venire. Grillo dal suo blog, anche nella sua ultima versione edulcorata, chiede ai reprobi di pagare la multa di 250 mila euro, secondo le clausole del “Codice di comportamento” per gli eletti al Parlamento europeo. Impegno dall’incerto contenuto giuridico. Tant’è che lo stesso Grillo, per pararsi la schiena, parla di “dovere etico e morale” da “rispettare”. Affermazione bizzarra alla luce di quanto avvenuto, con il susseguirsi degli accordi clandestini di questi ultimi giorni, condotti all’insaputa dello stesso gruppo parlamentare, che rappresenta il Movimento. Con i “cittadini” chiamati a ratificare, con il voto on line, un accordo fantasma nato morto. Ed immediatamente rinnegato dal ritorno nella vecchia dimora politica, appena tradita. Gli eventuali strascichi giudiziari di questa vicenda alimenteranno un altro polverone. Se i giudici, com’è probabile, ne dichiareranno la nullità, sarà la dimostrazione di un vecchio bluff: l’aver tentato di sostituire la figura del parlamentare, che opera senza vincolo di mandato, con una sorta di piazzista della Casaleggio & Associati.

Ma al di là della brutta figura di Beppe Grillo, resta un problema ben più grave: l’aver offeso la sensibilità di milioni di elettori che vedevano nel comico genovese il difensore dei deboli e degli oppressi. Nigel Farage è stato spietato. Ha imposto il suo diktat. “Vae Victis” (guai ai vinti), come gridò Brenno, il barbaro venuto dalla Gallia nel mettere al sacco Roma in quel lontano 390 a.c. Prima di essere costretto alla ritirata dalle milizie di Furio Camillo. La capitolazione grillina è stata totale: via David Borrelli dalla plancia di comando, ridimensionato il peso complessivo del movimento in alcune commissioni. Pugno ancora più duro nei confronti degli immigrati. E soprattutto impegno a picconare, con la conferma del referendum sull’euro, la traballante Europa. In una sorta di internazionalismo del “leave”, in cui Di Maio si è subito proposto come esecutore testamentario.

Non era mai capitato. Non si era mai verificato, nella lunga storia italiana, che uno straniero potesse imporre ad una forza politica nazionale un dominio così assoluto. Tentativi in proposito non erano mancati. Ma una simile operazione, in uno dei momenti più drammatici della guerra fredda, non era riuscita nemmeno a Giuseppe Stalin. Cercò allora di chiamare a Mosca Palmiro Togliatti, con l’obiettivo di sottrargli la direzione effettiva del PCI e quindi limitare la già scarsa autonomia del partito dal Cominter: l’organo che dirigeva, con il pugno di ferro, l’intera galassia dei partiti comunisti nel nome dell’internazionalismo proletario. Anzi quel tentativo fu addirittura diplomatico, rispetto all’arroganza mostrata da Farage. Fu tentata la lusinga del “promoveatur ut amoveatur“. Il richiamo a Mosca giustificato dalla necessità di far svolgere al leader italiano un ruolo di primo piano nell’organizzazione del Cominter. Proposta rinviata al mittente, nonostante vi fosse più di uno, all’interno del gruppo dirigente comunista, che lavorasse a favore del padre del socialismo reale.

E che dire di Sigonella? Quando Bettino Craxi si oppose alla prepotenza dei nostri principali alleati – gli americani – che volevano catturare, in terra italiana, uno dei responsabili dell’omicidio compiuto sull’Achille Lauro, da parte dei palestinesi. Craxi non esitò a schierare i carabinieri, per difendere la sovranità nazionale ed impedire che le truppe americane giunte a Sigonella potessero, con le armi in pugno, prendere in consegna il delegato palestinese. Scontro drammatico. Dai risvolti simbolici. Che operò da catalizzatore di un sentimento nazionale in cui si riconobbero tutte le forze politiche presenti in parlamento. E con esse la stragrande maggioranza del popolo italiano. Compresi coloro che non avevano mai potuto sopportare i modi un po’ rudi del leader socialista.

Questa è l’Italia che Grillo non conosce. Ne ha analizzato i difetti e le contraddizioni. Denunciato le storture in sintesi approssimate, ma efficaci per il grande pubblico. Ma nei momenti di lotta politica vera, il suo retroterra culturale si è sciolto come neve al sole. Il nostro Paese, contrariamente alla sua narrazione, non è solo un ammasso di rovine che il “grande architetto” dovrebbe spazzare via con il mito della “democrazia diretta”. Dietro ciascuno di noi c’è una storia ed una memoria. Resettarla significa solo consegnarsi mani e piedi al nuovo barbaro: prigioniero della sua insularità.

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