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Gli scandali lanciati ad arte a pochi giorni dalle elezioni per azzoppare candidati scomodi non sono certo una invenzione moderna.

Temistocle fu molto democraticamente ostracizzato e cacciato da Atene nell’anno 471 prima della nostra era proprio perché poco prima era esploso uno scandalo: il condottiero fu cacciato dalla stessa città che anni prima aveva salvato dall’invasione persiana perché aveva fatto costruire – con soldi pubblici – un Tempio di Artemide nel proprio demo natale di Melite ed aveva pensato bene di mettervi al centro una statua a lui stesso dedicata.

In Italia, il record di scandali lanciati ad arte pochi giorni prima del voto credo sia detenuto da Romano Prodi. Fra le migliori: fu colpito dal caso Cirio, consulenze a Nomisma, donazioni ai figli, scandalo Telekom Serbia, sedute spiritiche e fu accusato persino di essere un agente del KGB. Questi scandali invasero le prime pagine di molti quotidiani per mesi (a volte per anni) e sono risultate solo scemenze.

Ma mentre in passato la pubblicazione di materiale compromettente (vero o falso che fosse) era uno dei numerosi strumenti a disposizione degli spin doctors che guidavano i candidati avversari, ora questi scandali sono in grado di influenzare il risultato elettorale in modo a volte decisivo.

L’ultima campagna per le Presidenziali USA è stata letteralmente invasa da scandali. Dopo la pubblicazione su Wikileaks delle email di Hillary Clinton e le indagini dell’FBI, molti elettori si sono chiesti se era una persona adatta a guidare la nazione. Membri del suo stesso comitato elettorale hanno ammesso che questo scandalo poteva essere considerato uno dei motivi principali della clamorosa sconfitta.

Sull’altro lato della barricata, l’eccentrico Donald Trump non è certo stato risparmiato da scandali né prima né dopo il voto e anche dopo il suo insediamento. Dai commenti spudoratamente misogini resi pubblici dal Washington Post, alle presunte evasioni fiscali fino ad un dossier pubblicato con leggerezza dalla CNN e da BuzzFeed volto a dimostrare collusioni fra Trump e la Russia risultato poi falso.

La Germania – che tra elezioni locali, Lander e Bundestag è praticamente sotto elezioni permanenti – ha avuto la sua quota di scandali durante l’Era Merkel: da Porche-Volkswagen a Deutsche Post, da Bayer a Deutsche Bank, da Man a Siemens per giungere fino alle centraline con le emissioni taroccate. Ed in tutti, in un modo o nell’altro, hanno cercato di coinvolgere anche la cancelliera.

Un numero crescente di scandali ha investito anche la campagna per le presidenziali francesi. Francois Fillon, il leader repubblicano considerato a lungo il favorito, è stato gravemente colpito dall’accusa lanciata da Le Canard Enchaine di aver distribuito a moglie e figli quasi un milione di euro di fondi pubblici sotto forma di falsi stipendi.

Intanto, l’Unione Europea ha chiesto alla sua rivale Marine Le Pen di restituire circa 300 mila euro che avrebbe impiegato per pagare con fondi pubblici i propri assistenti personali.

La scorsa settimana, Wikileaks ha annunciato di aver ricevuto migliaia documenti compromettenti su Fillon, Le Pen e, per pareggiare i conti, anche sul candidato indipendente Emanuel Macron.

Mentre la strategia della macchina del fango rimane inalterata – si tratta di fare scoppiare lo scandalo pochi giorni prima del voto, poco importa se poi dopo mesi o anni di indagini risulterà infondato – è cambiato il ruolo dei media nel veicolare queste notizie.

Fino a pochi anni fa, queste venivano distribuite da fonti indipendenti e riprese prima dai media schierati con gli avversari e poi da tutti gli altri. Ora invece, già i canali di informazione ufficiali e i più importanti mass media (Washington Post, New York Times, CNN,…) si prestano a lanciare i nuovi scandali senza una analisi preventiva sulla genuinità del materiale ricevuto . A volte la coscienza editoriale viene sublimata dalla surreale nota “il materiale qui pubblicato non è stato verificato”, come è accaduto con il dossier Trump-Russia.

Assumendo che i grandi media tornino a svolgere il loro ruolo anche per quanto riguarda la verifica delle fonti prima della pubblicazione, c’è da chiedersi se questa arma elettorale sia completamente negativa o meno. In fondo, il vero giornalismo di inchiesta e Internet – da Wikileaks all’accesso pubblico a numerosi database – costringe i leaders ad avere una vita più trasparente anche per quanto riguarda la propria morale ed i propri redditi. In fondo, se il nostro candidato non è proprio uno stinco di santo, è meglio saperlo prima del voto che scoprirlo quando è troppo tardi.

Alcune considerazioni finali. I candidati che controllano i grandi mass media sono sempre meno avvantaggiati rispetto agli altri: Internet veicola efficacemente gli scandali da qualsiasi parte provengano.

Chi di diretta streaming colpisce, di diretta streaming perisce. Chi fa della trasparenza la propria arma deve prima assicurarsi che sia lui che tutta la squadra non abbiano nulla da nascondere.

Gli argomenti degli scandali sono sempre più post-ideologici. Non si attacca più un candidato perché la sua condotta personale differisce dalle sue prese di posizione più politiche, ma perché ha pasticciato con i soldi, con le proprietà o con le mogli/mariti degli altri. E questo avviene in modo assolutamente trasversale. L’opinione pubblica sembra essere sempre meno influenzata da ideologie e programmi politici, da promesse mantenute o meno e sempre di più dagli scheletri nell’armadio.

Per questo, se uno vuole candidarsi, la ricetta giusta non sta tanto nel programma politico ma nel non avere scheletri nell’armadio. O, se ci sono, nel saperli nascondere bene.

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