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Nella serata di martedì è stata diffusa la notizia di un accordo raggiunto dal governo di Damasco con i ribelli che occupavano ancora parte di Aleppo Est. L’intesa, secondo il Guardian, è stata negoziata dai comandanti dell’esercito russo – che ormai considera la Siria un protettorato di fatto, e per questo ne fa le veci politico-miliari – e alti funzionari dell’intelligence turca, che ha una feeling preferenziale con i ribelli.

LA TREGUA NON REGGE GIÀ

Si tratta di un lasciapassare che permette ai ribelli e alle loro famiglie di abbandonare in ritirata le aree martoriate nell’ultima settimana dalla stretta finale dei governativi: la fuga programmata, che segna la fine effettiva della battaglia, doveva iniziare alle 5 di mattina di mercoledì, ma pare (al momento della stesura di questo articolo) che non ci sia quell’enorme esodo atteso – si era parlato di 40 mila persone che avrebbero lasciato la città. Anzi, Associated Press e CNN hanno già battuto le notizie di nuovi bombardamenti nell’area orientale ancora occupata, colpi di artiglieria probabilmente sparati dai miliziani sciiti filo-iraniani (come quelli iracheni di Harakat al Nujaba) che stanno conducendo da terra le operazioni, mentre russi e siriani li proteggono con l’aviazione – pare che gli iraniani si siano indispettiti per essere stati esclusi dalla trattativa sulla tregua e dunque hanno agito per rappresaglia, minandola letteralmente. La situazione renderebbe impossibile l’evacuazione, e pare che diversi dei pulman verdi che anche questa volta doveva essere utilizzati per evacuare l’area sono tornati nei depositi scarichi. Nei giorni scorsi, mentre le forze governative avanzavano, s’erano diffuse informazioni tremende, arrivate sia direttamente dalle agenzie della Nazioni Uniti, sia dalle ong come la Croce Rossa, l’Unicef o gli White Helmets siriani: civili fucilati, bombardamenti a tappeto indiscriminati e brutalità feroci, che hanno costretto alla resa i ribelli. I combattenti dell’opposizioni lasceranno Aleppo per essere trasportati, armi leggere in pugno, verso Idlib (l’ultima roccaforte delle opposizioni, prossimo target del regime). Damasco ha finto una battaglia sfiancante, dal costo umanitario enorme, e si prepara a una nuova offensiva, mentre sembra flettersi, quasi disinteressata, alle forze del Califfato che tre giorni fa hanno ripreso Palmira.

L’IMPUNITÀ

Anche se la situazione di Aleppo ha spinto proteste in diverse parti del mondo, tutto sommato il regime e si suoi alleati hanno potuto muoversi in ampia libertà e senza troppo sdegno – la vittoria diplomatica del regime e dei suoi sponsor, Russia e Iran, abbinata a quella militare. A Istanbul c’è stata una grossa manifestazione di protesta contro le violenze di Damasco, e proteste più limitate ci sono state anche a Londra, davanti Downing Street; anche l’ex ministro inglese George Osborne dal parlamento ha pesantemente criticato “il vuoto occidentale” sulla crisi umanitaria. Nelle stesse ore di queste manifestazioni si svolgeva a New York una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza, durante la quale l’ambasciatrice americana Samantha Power (ormai a pochi giorni dalla fine del suo mandato) ha attaccato con vigore le controparti russe e siriane sedute al tavolo: “Non siete capaci di provare vergogna?” ha chiesto la Power. La risposta del russo Vitaly Churkin è stata che ormai tutte le operazioni militari su Aleppo erano terminate, mentre il siriano Bahasr Jaafari ha mostrato una foto in cui tre fantomatici soldati siriani stavano aiutando una donna nelle aree di combattimento: “Non è la caduta di Aleppo, è la sua liberazione” diceva l’ambasciatore, solo che in realtà la foto era un falso, perché era stata scattata in Iraq, e niente non era che uno dei vari tentativi di negazionismo da parte del regime di Damasco. Paradigma di quell’impunità che rende vuote le proteste verbali: sempre martedì l’Alta rappresentate per gli Affari esteri dell’UE, Federica Mogherini, ha fatto sapere che non ci sono al momento in discussione sanzioni contro la Russia per l’operato in Siria, sebbene Mosca giochi un ruolo di assoluto coordinamento sulle attività di Damasco – la linea di non sanzionare la Russia è stata precedentemente sostenuta dal precedente governo italiano in sede europea, per evitare che le tensioni tra Russia e Occidente si acuiscano ulteriormente. “Papa Francesco è l’unico leader mondiale che prima della caduta di Aleppo Est ha avuto il coraggio di cercare il modo di evitare quanto stava per accadere” commenta con Formiche.net Riccardo Cristiano, giornalista di Radio Rai esperto del conflitto siriano. Il Pontefice aveva inviato una lettera a Bashar el Assad per chiedere di sospendere le violenze e rispettare le leggi del diritto umanitario: lettera che era stata consegnata al presidente siriano dal nunzio apostolico in Siria, il cardinale Mario Zenari (da poco voluto nel ruolo proprio dal Papa) e che la stampa di regime aveva ripreso come “un’espressione di sincera simpatia nei confronti della Siria”.  “Il Pontefice si è mosso – continua Cristiano – nella piena consapevolezza di essere il vero leader globale del dialogo e del vivere insieme. In questo tutti hanno avuto la riprova dell’enormità del suo magistero e della sua coerenza al servizio dell’uomo e non di una visione identitarista”.

crimini

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