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Ci sono temi su cui l’Europa non sembra per nulla divisa: quando si parla di protezione dei whistleblower, gran parte dei Paesi Ue sono accomunati da normative inefficaci o del tutto inesistenti che non tutelano chi segnala episodi di corruzione o illegalità sul posto di lavoro. Sono infatti 8 su 28 gli Stati membri che hanno introdotto leggi effettive in difesa dei segnalanti, valide cioè sia per il settore pubblico sia per quello privato e che prevedano reali meccanismi di protezione per chi corre il rischio di subire gravi ripercussioni in ufficio, dalle minacce al mobbing fino alla perdita del posto di lavoro.

A ricordare l’urgenza di un’azione europea in materia sono stati anche 3 whistleblower provenienti da Spagna, Italia e Croazia, che hanno preso parte alla tavola rotonda su “Whistleblowing e diritti umani” organizzata la scorsa settimana all’interno del Parlamento europeo da A Change of Direction, un progetto internazionale di ricerca e advocacy. Co-finanziata dalla Commissione europea, e promossa da università e Ong a livello europeo (tra cui Riparte il futuro) l’iniziativa vuole estendere la protezione dei whistleblower in tutta l’Unione europea e intende perciò sviluppare una direttiva che crei canali sicuri di segnalazione, che uniformi le protezioni minime per i whistleblower in tutti gli Stati membri, che istituisca un’Autorità europea per il whistleblowing. Andrea Franzoso, Ana Garrido e Srećko Sladoljev, i tre whistleblower che hanno preso parte alla tavola rotonda – promossa dall’eurodeputata italiana Elly Schlein, copresidente dell’Intergruppo parlamentare contro la corruzione – sono tre persone comuni che, nel corso della loro vita professionale, si sono trovate a scegliere se mettere in luce gli illeciti a cui avevano assistito o se invece tacere. Hanno scelto la via che ritenevano più giusta, facendo emergere gravi episodi di ruberie, di malaffare e di corruzione, ma hanno pagato conseguenze gravissime per il loro coraggio. Franzoso, che ha raccontato la sua storia in questo video per la campagna #vocidigiustizia lanciata da Riparte il futuro e Transparency International Italia, ha perso il lavoro dopo aver segnalato che il suo capo, all’epoca Presidente di Ferrovie Nord Milano, sottraeva indisturbato fondi aziendali per uso del tutto personale, pagandosi cene, vestiti, vacanze, film porno e poker online. Nonostante Andrea abbia permesso di far recuperare 600.000 euro alla sua azienda, quotata in borsa ma controllata da Regione Lombardia, è stato prima trasferito dal suo ruolo di internal audit, demansionato e poi lasciato senza nulla da fare. Fino alla perdita del lavoro.

Non è andata molto meglio ad Ana Garrido, spagnola, che lavorava da 20 anni nell’amministrazione di un comune vicino a Madrid quando nel 2007 ha ricevuto precise istruzioni di favorire alcune aziende nelle gare d’appalto. A seguito del suo rifiuto, ha subito un pesante mobbing. Ana ha allora incominciato un’indagine che le ha permesso di scoprire che anche altri comuni erano coinvolti nello scandalo. Ha così inviato una segnalazione anonima alle autorità. Tuttavia, quando viene scoperto che Ana ha denunciato il malaffare del suo comune, viene più volte trasferita da un ufficio all’altro e riceve altre intimidazioni, comprese minacce di morte. Ana, ammalatasi di depressione, alla fine è stata costretta a lasciare il suo lavoro.

Srećko Sladoljev, il whistleblower croato, era membro del consiglio dell’Istituto Nazionale di Immunologia di Zagabria, quando ha denunciato nel 2010 la mancanza di trasparenza nelle procedure con cui l’Istituto aveva scelto un vaccino contro l’influenza suina. Srećko riteneva infatti che il vaccino potesse causare gravi danni a chi lo utilizzasse dimostrando scientificamente i suoi dubbi. Preoccupato dei possibili effetti indesiderati del vaccino, avverte l’Istituto che però ignora le sue raccomandazioni e consente lo stesso l’acquisto del vaccino. A questo punto Srećko decide di denunciare pubblicamente l’Istituto da cui viene poi sospeso, con addirittura il divieto di accedere.

I tre coraggiosi relatori, seppur provenienti da Paesi e contesti professionali diversi hanno raccontato tutti la stessa storia: quella di aver segnalato gravi episodi di malaffare e corruzione sul posto di lavoro e di aver ricevuto in tutta risposta ritorsioni, mobbing e la perdita del posto di lavoro. Ma ora, per fortuna, non sono più solo le organizzazioni che si battono per i diritti civili e la trasparenza a ritenere il whistleblowing uno strumento essenziale nell’arginare la corruzione. Anche colossi internazionali della contabilità come KPMG e PWC lo ritengono ormai indispensabile per individuare frodi e condotte illecite. In mancanza di un’adeguata protezione giuridica, oggi accade che moltissimi episodi di corruzione non emergano perché chi ne è stato testimone –  temendo possibili ritorsioni – non le segnala, neanche all’interno dell’organizzazione in cui lavora.

Sembra però di essere finalmente vicini a una svolta: dopo anni di resistenza la Commissione europea pare abbia preso in seria considerazione il problema. E così, mentre si moltiplicano le iniziative della società civile, sia a livello nazionale che europeo (i sindacati hanno da poco lanciato una petizione e una campagna in favore dei whistleblower a cui stanno aderendo decine di sigle in tutta Europa), la Commissione dovrebbe partire con una mappatura dell’attuale situazione nei diversi Stati membri. Successivamente dovrebbe approntare una valutazione delle basi giuridiche di una eventuale Direttiva e infine una valutazione del suo impatto. Ovviamente l’esito non è scontato. Ma anche il Consiglio, in una recente riunione dei ministri delle finanze dei Paesi membri, ha affermato che i whistleblower devono essere protetti per il loro ruolo importante nel prevenire frodi, evasione e corruzione. Questi segnali di cambiamento sono tanto più rilevanti ora che al Parlamento, che già più volte si era espresso in favore di una normativa sui whistleblower, c’è una sostanziale unanimità da parte dei principali gruppi politici sulla necessità di tutelare chi ha il coraggio di segnalare illegalità e corruzione. Che non dovrà più correre gravi rischi sulla propria pelle per aver semplicemente fatto il proprio dovere.

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