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L’Istat ha comunicato oggi che nel secondo trimestre di quest’anno il Pil è cresciuto dello 0,1% rispetto al trimestre precedente, quando ad agosto, invece, aveva affermato che non vi era stato alcun incremento della ricchezza nazionale, suscitando così forti perplessità in autorevoli esponenti del governo – come il ministro Piercarlo Padoan – e in osservatori attenti dell’economia italiana. Anche chi scrive ebbe modo di esprimere su questa testata perplessità su quel dato e pose alcune domande sui criteri di rilevazione dell’Istituto, cui rispose cortesemente il dottor Roberto Monducci direttore della produzione statistica dell’Istat, al quale – partendo proprio dalle sue risposte – posi ulteriori domande.

Comunque non eravamo stati dei visionari, perché quanto avevamo avuto modo di osservare almeno in alcune aree del Mezzogiorno, soprattutto industriali, induceva a ritenere che una crescita sia pure modesta si era verificata. Certo, ci si risponderà che l’Istat rivede abitualmente le proprie stime a distanza di qualche tempo dalle prime formulazioni, ma in un Paese come il nostro – ove il dibattito e la polemica politica hanno assunto ormai caratteri parossistici – quello zero nella dinamica del Pil nel periodo considerato venne letto in quelle settimane come una palese manifestazione dell’incapacità del governo a forzare la crescita che altri invece ritenevano – e ritengono – si possa forzare in altro modo, rispetto a quanto proposto e attuato dall’esecutivo guidato dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

Allora, fermi restando i vincoli del Patto di stabilità che si cerca di rendere flessibili nell’ambito di quanto stabilito dal Patto stesso, lo scrivente invita (sommessamente) tutti coloro che discutono e si scontrano sull’analisi delle dinamiche economiche del Paese a sforzarsi invece di leggere i molti dati provenienti dai territori, dalle aziende che vi operano, dai flussi di esportazioni reali, dalle rilevanti zone di economia “grigia”.

L’Italia non finirà di stupirci con le sue articolazioni produttive e con i suoi quotidiani “micromiracoli economici” che sfuggono molto spesso alle rilevazioni anche le più sofisticate e che invece sono percepibili attraverso un esercizio (umile) di conoscenza sul campo di tutti coloro che ogni giorno producono, innovano, competono, rischiano, esportano.

Andrebbe allora costituito a nostro avviso un Osservatorio permanente nazionale dell’economia “reale” dei sistemi economici territoriali che senza sostituire l’Istat – ci mancherebbe – potrebbe invece aiutare i suoi ricercatori ad arricchire le loro fonti di raccolta dati, al fine di pervenire a formulazioni analitiche più accurate delle dinamiche effettive dell’economia nazionale.

Federico PirroUniversità di Bari   

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