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Turchia “serva della croce”, punita in un nightclub “dove i cristiani celebravano la loro vacanza apostata”. La firma dell’Isis sull’attentato di Capodanno a Istanbul è una rivendicazione che va letta almeno su due livelli. “E chissà quanti altri ci sfuggono”, dice in una conversazione con Formiche.net Stefano Allievi, sociologo e direttore del master sull’Islam in Europa all’Università di Padova: “Da una parte il Califfato con quelle parole si è rivolto ai vertici, per dare un segnale sulla recente geopolitica di Ankara che si è seduta a un tavolo sulla Siria con l’Iran e la Russia; dall’altra utilizza il target religioso, attribuendo l’attacco ad una lotta agli infedeli cristiani, funzionale al consenso e popolare tra i sunniti. Ed è davvero una rivendicazione paradossale in un Paese che si sta re-islamizzando”.

Erdogan viene attaccato dall’Isis perché amico dell’Occidente. Ma non è più così, o no?

Era sulla soglia dell’Europa, poi è entrato in una fase di neo-ottomanesimo, con nostalgie da califfato passato, non disdegnando di farsi chiamare sultano. Ha avviato una islamizzazione sconosciuta nel periodo recente, nel Paese laico di Ataturk, con il ritorno del velo e una stretta sui costumi, e queste sono spinte popolari che ora arrivano anche dall’alto. Lo dimostrano le predicazioni delle ultime settimane contro il Natale.

Appena un giorno prima della strage il direttore degli Affari religiosi ha diffuso un sermone per il venerdì in moschea scagliandosi contro le festività cristiane.

Ed è un assurdo. Nell’Islam non c’è alcun divieto. Ho ricevuto auguri da tanti musulmani per Natale, in Turchia si addobba l’albero come in tanti altri Paesi musulmani. Quella condanna è una novità dal duplice scopo: forse una ripicca per il mancato ingresso in Europa e un contributo al disegno neo-ottomano del governo.

Nell’attentato sono morti anche musulmani sunniti. La rivendicazione dell’Isis come lotta agli infedeli cristiani può essere una giustificazione preventiva nei confronti di Al Qaeda? Una guerra interna alle truppe del terrore?

Qualcosa significa. Però dobbiamo innanzitutto riguardare lo scacchiere geopolitico per cercare risposte. La battaglia in Siria, il cambio di rotta di Erdogan. Non dimentichiamo che la Turchia ha giocato un ruolo ambiguo con Daesh. Da una parte gli faceva guerra, poi ne curava i feriti nei suoi ospedali. Fino a qualche mese fa dai suoi confini porosi passavano i foreign figters. E’ un Paese a maggioranza sunnita, ma che si siede al tavolo con l’Iran sciita sulla questione siriana. E sconta qualcosa di indigesto per l’Isis: i turchi sono turchi, non arabi.

Quindi la matrice anticristiana non c’entra in questo attentato?

Non dico questo. Ma che viene utilizzata la retorica anticristiana come comodo paravento che funziona per conquistare consenso. Fa audience tra i sunniti turchi, che quest’anno se la sono presa con le feste natalizie. Prima non era così.

A Papa Francesco viene spesso rimproverato di non usare esplicitamente l’aggettivo “islamico” riferendosi al terrorismo. Cosa ne pensa?

Indicare nella religione il movente del terrorismo farebbe il gioco dell’Isis, che non aspetta altro per attribuirsi la patente di interprete radicale e unico dell’Islam. Mentre nel Corano non c’è scritto da nessuna parte di andare ad organizzare attentati contro cristiani o ebrei.

Eppure negli attentati i riferimenti religiosi sono evidenti.

Il Califfato è un’innovazione negativa, che ha a che fare con dinamiche interne al salafismo moralista, chiuso e legalista. Ovviamente c’è anche un salafismo non belligerante, ma da una sua radice malata ha trovato spazio una declinazione terroristica che si fonda su una predicazione recente, degli ultimi trent’anni. Negli ultimi dieci in particolare questo salafismo becero, teologicamente rozzo, ha sempre più successo. Però è una innovazione negativa dell’Islam, non ne rappresenta la tradizione. Basti pensare che fino a qualche tempo fa i musulmani vivevano insieme ai cristiani in quei Paesi dove oggi sono uccisi. Si scambiavano gli auguri per le rispettive festività. Ci fosse sempre stata una caccia ai cristiani, questi se ne sarebbero andati prima.

Nel Corano ci sono passaggi duri verso “gli infedeli”.

Al Corano come alla Bibbia possiamo far dire tutto e il contrario di tutto. Se vogliamo capire rivolgiamoci al passato, e vediamo come la convivenza tra musulmani e cristiani è prevalentemente una storia di pacifica convivenza. Adesso è successo qualcosa. Nell’ultimo secolo abbiamo assistito ad un impoverimento teologico dell’Islam. Un saldarsi del rapporto religione/politica, un progetto teocratico che nella tradizione non c’è.

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