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In un articolo, il Washington Post racconta che il Pentagono ha ampliato una base droni in Tunisia con l’idea di aumentare le missioni in Libia contro lo Stato islamico. Le attività della base sono partite da giugno (ad agosto sono partiti i bombardamenti americani in Libia, sfruttando altre basi di lancio). Ci sono già 70 militari americani che danno sostegno logistico e qualche squadra di commandos. I colloqui per l’apertura erano in piedi da oltre un anno, inizialmente c’è stata resistenza da parte del governo di Tunisi, poi si è arrivati a un accordo, anche perché i voli statunitensi hanno fornito importanti informazioni di intelligence ai tunisini, che sono in lotta col terrorismo. Il ministero della Difesa tunisino ha minimizzato: il colonnello che ricopre il ruolo di portavoce, il giorno successivo all’uscita dell’articolo ha detto che “alcuni droni in un hangar alla fine della pista di una base aerea” non possono essere considerati “come base sovrana di un paese straniero”.

GLI AMERICANI IN LIBIA

Gli americani da tre mesi sono impegnati in un’operazione di copertura alla missione lanciata dalle milizie misuratine fedeli al governo filo-Onu guidato da Fayez Serraj. L’appoggio aereo statunitense, più di 300 raid finora, è fondamentale per l’operazione Al Bunyan Al Marsoos, così i libici hanno chiamato l’iniziativa per liberare Sirte, la roccaforte locale del Califfato. Tutt’ora, dopo oltre sei mesi di una missione che doveva durare “un paio di giorni” a detta dei comandanti di Misurata, è in piedi una pericolosa situazione di stallo: i baghdadisti, ormai rimasti in poche decine, sono asserragliati in un comparto cittadino, il Jiza Apartment Block, un’area di poco più di un chilometro quadrato. In teoria sarebbe una missione dalle ore contate, in pratica i cecchini, le trappole esplosive e le azioni dei mujaheddin che vengono da fuori città, hanno drammaticamente ridotto il numero dei combattenti misuratini. Oltre quattrocento morti e quasi tremila feriti: di seimila miliziani partiti a scacciare il Califfo uno su due è stato colpito. Soltanto il 26 ottobre, il comunicato del Comando Africa che gestisce l’operazione libica Odyssey Lightning parlava di sette veicoli esplosivi neutralizzati dagli airstrike americani (sono proprio i cosiddetti Vbied l’arma più forte usata dai soldati del Califfo): nello stesso comunicato si riportava la conta delle missioni, 356 dal primo di agosto.

L’IDEA AMERICANA

È possibile che Washington abbia ritenuto necessario ampliare le osservazioni dei velivoli senza piloti anche per controllare la dispersione dei baghdadisti, che in Libia potrebbero diventare un’entità clandestina in grado di compiere attentati e minare il già critico percorso di pacificazione democratica. Le missione mirate dei Reaper americani sono d’altronde una caratteristica focale della strategia di contro-terrorismo studiata dagli strateghi del Pentagono in questi ultimi anni, fortemente voluta dal presidente Barack Obama – che evidentemente, nonostante sia agli sgoccioli del mandato, ha ancora interesse nel progettare programmi operativi, anche per imprimere la propria traccia in questa deriva della guerra al Terrore. È altrettanto realistico pensare che i voli di osservazione dei droni siano stati propedeutici all’apertura della campagna di bombardamenti in Libia, che doveva durare soltanto in mese e non un tempo indefinito come invece succede in Iraq e Siria, ma ha già subito proroghe.

LA CACCIA AI TERRORISTI

Per il momento i voli tunisini sono stati soltanto monitoraggi – tra l’altro sono in corso da tempo attività del genere, coperte con aerei civili arricchiti di sistemi di rilevamento sofisticati che partono con regolarità da Pantelleria e Catania – ma se Tunisi darà il consenso, gli Uav potrebbero essere anche armati. (Questo significherebbe l’avvio in Libia di una politica analoga a quella vista già in Pakistan, Afghanistan, Yemen e Somalia? La caccia spietata ai terroristi che si aggirano per il paese?). Washington spinge anche sul lato politico: Africom, il comando del Pentagono che segue l’Africa e che ha sede a Stoccarda, è “ansioso” per questo nuovo step operativo scrivono i due giornalisti americani che si sono occupati dell’articolo del Washington Post. I funzionari che hanno parlato anonimamente col WaPo sottolineano come gli Stati Uniti abbiano sempre dato sostegno al processo democratico tunisino post Primavera Araba, e dunque adesso potrebbe essere arrivato il momento di uno scambio di favori. Obiettivo: ottenere il permesso di armare i killer robotici volanti. Rischi: la Tunisia ha un governo giovane, preso spesso di mira dalle azioni terroristiche dei gruppi jihadisti, e il fatto che conceda una propria base per colpire i mujaheddin in Libia e Nord Africa potrebbe esporlo a nuove rappresaglie e polemiche interne. Da qui arrivano la volontà di Tunisi di minimizzare. Non è un timore infondato, la Tunisia, oltre al problema dei qaedisti rifugiati nelle aree montuose del massiccio di Kasserine, ha subito vari attacchi dallo Stato islamico: l’attentato al Bardo e alla spiaggia di Sousse, per esempio, e il grande assalto alla città di confine di Ben Gardane, che fu una rappresaglia dell’IS proprio dopo un bombardamento americano a Sabratha. L’impianto sul suolo tunisino è però anche una necessità operativa: per colpire in Libia l’uso delle basi in Niger (dove l’ampliamento della base di Agadez è costato già 100 milioni di dollari) e Gibuti, quelle da cui partono le missioni contro gli Shabaab somali e i qaedisti yemeniti, è controproducente dal punto di vista di costi e tempi di missione, per via della distanza. Ci sarebbe Sigonella, ma la base siciliana – che è stata più volte usate per le missioni sulla Libia – ha un problema: spesso il Mediterraneo meridionale è attraversato da perturbazioni che impediscono o rallentano i tempi operativi. Quando nel 2012 l’ambasciatore Chris Stevens è stato ucciso a Bengasi, i velivoli sulla pista di Aviano erano impreparati per rispondere alla minaccia, e nel frattempo s’era consumata la tragedia. La Tunisia sarebbe dunque l’appoggio perfetto ready to go.

STRINGERE SUL NORD AFRICA

Il continente africano è diventato uno dei poli delle attività terroristiche: due giorni fa, per esempio, c’è stata un’offensiva dello Stato islamico in Somalia che ha conquistato una città nel Puntland. Il gruppo è ancora composto solo da poche decine di combattenti, ma è un segnale di come i problemi si sovrappongono: la fascia centrale è piena di infiltrazioni jihadiste che spesso sfruttano l’ideologia per tessere trame criminali come contrabbandi e i rapimenti. Una destabilizzazione che interessa tutta la regione centro-settentrionale che va monitorata e bloccata. In precedenza Washington aveva già tentato di colmare certi vuoti di intelligence persi tra le rotte desertiche, come quelli che hanno permesso allo Stato islamico di inviare in Libia un gruppo di precursori che hanno iniziato l’attecchimento, nel 2014, e via via leader di alto rango, chierici e qualche combattente (a cui si aggiunge il gruppo più folto tra quelli sfuggiti agli osservatori, ossia coloro che sono arrivati dagli altri paesi africani). Alcuni velivoli senza pilota partivano dalla Giordania, ma anche in questo caso il viaggio era troppo lungo. Tra le teste del Pentagono anche la possibilità di creare una struttura analoga a quella pensata per la Tunisia in Egitto, ma Washington s’è dovuta scontrare con le incoerenze del Cairo, tra cui anche l’inclinazione verso Mosca di Abdel Fattah al Sisi, e i colloqui con gli egiziani non si sono mai aperti. Proprio le dinamiche russe: giovedì, intervenendo al Valdai International Discussion Club a Sochi, il vice ministro degli esteri russo Mikhail Bogdanov, ha detto che “finora non abbiamo ricevuto richieste ufficiali”, ma “se queste arriveranno, allora il nostro governo le prenderà attentamente in considerazione”, riferendosi a futuri impegni militari sia in Libia che in Iraq. In Libia il referente di Mosca è il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica che sta conducendo quella che autodefinisce una grande operazione antiterrorismo. Haftar si trova su una posizione opposta a Serraj, e dal governo appoggiato da Onu, Stati Uniti e Europa.

(Foto: Wikipedia, un Reaper in Afghanistan)

Gli Usa hanno una nuova base operativa per seguire la Libia

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