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In questi giorni quello delle scorte armate alle navi mercantili, e alle petroliere in particolare, è un tema che occupa ampi spazi mediatici. Ma se fino ad ora la discussione su questa faccenda si limitava principalmente al dibattito in Occidente, a causa delle complicazioni legate al blocco dello stretto di Hormuz all’interno della più ampia escalation mediorientale, adesso anche altri attori stanno prendendo in considerazione lo stesso provvedimento. Anche se per ragioni completamente diverse.

In un’intervista rilasciata al quotidiano moscovita Kommersant, lo storico assistente del Presidente della Federazione Russa e oggi presidente della Russia Maritime Board Nikolai Patrushev ha ventilato la possibilità che Mosca possa dispiegare quelli che ha definito “gruppi di fuoco mobili” a difesa delle petroliere battenti bandiera russa, assieme all’integrazione di “speciali mezzi di difesa” sulle petroliere stesse. Provvedimenti resi necessari, prosegue Patrushev, dal fatto che “potenze marittime di terza categoria” hanno avviato una “campagna senza precedenti” contro le spedizioni in partenza dai porti russi.

Il riferimento è, chiaramente, all’Ucraina. Nel corso degli scorsi mesi gli attacchi condotti da Kyiv contro i vascelli della cosiddetta “flotta ombra” russa, spesso facendo ricorso a sistemi unmanned d’aria o di mare, sono aumentati in modo esponenziale. L’ultimo di questi attacchi, che seppur non ufficialmente reclamato è con tutta probabilità attribuibile all’Ucraina, risale a circa due settimane fa, quando la petroliera Arctic Metagaz è stata colpita e danneggiata nei pressi di Malta (forzando l’equipaggio ad evacuarla e lasciandola alla deriva nel tratto di mare compresa tra Libia e Italia, con seri rischi di carattere ecologico). L’ultimo attacco reclamato dall’ucraina risale invece a dicembre, quando ad essere colpita è stata la petroliera Qendil.

“La proposta di Patrushev evidenzia più limiti che soluzioni per consolidare la sicurezza navale della flotta ombra”, commenta con Formiche.net Giangiuseppe Pili, assistant professor dell’Intelligence Analysis Program presso la James Madison University e Rusi associate fellow, “L’impiego di navi di scorta comporta costi elevati e, alla luce delle dimensioni della flotta, appare ben oltre le capacità operative della marina russa. Inoltre, resta dubbio che tali misure garantiscano realmente il raggiungimento dell’obiettivo: alla luce dell’efficacia dimostrata dai droni ucraini nel Mar Nero, la protezione offerta risulterebbe verosimilmente insufficiente”.

Pili sottolinea anche come, nonostante le dichiarazioni ufficiali, l’associazione tra shadow fleet e unità militari finirebbe per rendere ancora più evidente il legame diretto con lo Stato russo, legame fino ad ora ufficialmente negato dal Cremlino. Ma è lo stesso Patrushev a suggerire un cambio di passo in questo senso, affermando che “Una delle illusioni più dannose è stata l’idea che non abbiamo bisogno di una flotta mercantile nazionale e che possiamo sempre trovare modi discutibili per risparmiare denaro trovando una ‘bandiera di comodo’ sotto cui navigare”, aggiungendo poi che “Continueremo a far parte dell’economia marittima globale e a collaborare con i partner interessati, ma solo a condizioni reciprocamente vantaggiose”. Queste parole, che implicano un riconoscimento ufficiale della flotta ombra, arrivano a pochi giorni di distanza dalla parziale sospensione delle sanzioni annunciate da Washington per far fronte alla crisi energetica seguita alla crisi mediorientale. Un timing che sembra tutt’altro che casuale. E sorge anche immediata una domanda: che il tema della “normalizzazione” della flotta ombra possa divenire parte integrante dei colloqui tra Usa e Russia che, secondo quanto riportato dalla stessa leadership statunitense, si tengono parallelamente ai negoziati sul conflitto in Ucraina?

d'azov

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