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I ribelli siriani sostenuti dalla Turchia hanno riconquistato Dabiq, una città che si trova al bordo nord dell’outskirt di Aleppo, a qualche decina di chilometri dal confine turco. L’operazione fa parte di una missione militare iniziata il 24 settembre che Ankara ha lanciato per liberare il nord della Siria dalla presenza dello Stato Islamico – e anticipare i movimenti dei curdi siriani che, protetti dagli Stati Uniti nella liberazione dall’IS delle terre da anni rivendicate, stavano prendendo troppo spazio (Ankara considera i curdi siriani nemici, perché alleati al Pkk). Questa attività al nord siriano – che avviene col beneplacito russo e senza che i turchi esprimano dissenso per quel che succede pochi chilometri più a sud, ad Aleppo città, dove i russi hanno in atto una crudele operazione militare, ma non contro l’IS – ha diversi valori di importanza, ma prima di andare avanti va fatta un precisazione: i siti internazionali riprendono le dichiarazioni dei comandanti ribelli, fonti turche, reporter locali, che dicono “Dabiq è stata liberata”, ma quest’affermazione per ora non può che aver valore relativo, perché è possibile che la città, come in altri casi, sia infestata di trappole esplosive e cecchini che renderanno complicata la ripulitura per le prossime settimane. Nei prossimi giorni si vedrà. L’importanza, dunque: ci sono almeno due aspetti, primo quello strategico, perché Dabiq è un piccolo villaggio ma si trova sulla strada per al Bab: una volta riconquistata anche questa, in tutto il governatorato di Aleppo resterebbe solo una striscia isolata sotto il controllo dell’IS. Poi c’è l’aspetto simbolico: Dabiq è il luogo che secondo un hadith sarà oggetto di un battaglia tra l’esercito dei giusti e quello del demonio, ossia dove lo stato islamico regolerà i conti con gli infedeli in una battaglia apocalittica. Dabiq ha un significato così forte nella narrativa del gruppo che dà il nome alla principale delle pubblicazioni, in inglese: due giorni fa, in un’altra rivista, al Naba, in arabo, gli editor baghdadisti hanno scritto che quella che stava per arrivare non sarebbe stata la battaglia dell’Apocalisse di cui parlava il profeta – ripreso da chierici e leader del gruppo – ma ce ne sarebbe stata un’altra. D’altronde, che credibilità avrebbe una predicazione che basa parte della sua escatologia in una battaglia persa?

Intanti oggi a Londra i ministri degli Esteri di Inghilterra, Francia, Germani e Stati Uniti si incontrano per parlare anche della prossima grande missione che partirà contro lo Stato islamico: la conquista di Mosul. Mosul si trova al nord dell’Iraq, ed è la capitale del Califfato – lo è perché è la città più grande in mano al gruppo, lo è per simboli, per esempio l’unica apparizione pubblica del Califfo Abu Bakr al Baghdadi è stata in una moschea di Mosul, da là è stato proclamato il nuovo stato islamico. La campagna militare su Mosul si porta dietro diverse problematiche, per esempio c’è un problema per chi combatterà al fianco dei Peshmerga curdi e delle unità migliori dell’esercito regolare, perché gli iracheni vorrebbero coinvolte le milizie sciite della formazione ombrello Hashd al Shabi, perché le ritengono un partner utile e affidabile, ma Stati Uniti e Turchia (e Paesi del Golfo) non le vogliono al fronte – per capirci, alcuni sono gli stessi gruppi paramilitari che hanno inviato uomini a puntellare il regime siriano ad Aleppo, e si rischia che la loro presenza possa essere poco accettata dai civili di Mosul, che sono per lo più sunniti, di etnia sia araba che turcomanna e curda.

Un altro problema è la presenza di forze turche in Iraq: Ankara le vorrebbe parte del contingente lanciato contro il Califfo, ma Baghdad chiede che se dovessero venir esclusi i suoi gruppi politico-ideologici – alla fine probabile che resteranno fuori e non entreranno in città come successo a Ramadi o Falluja, in una soluzione a metà – lo stesso venga fatto per i turchi, che per il momento si trovano con alcuni team dell’esercito regolare a Bahiqa. Altri problemi sono proprio tecnici, a cominciare dal fatto che i baghdadisti faranno una resistenza senza precedenti, ma quei precedenti possono bastare per capire cosa succederà: a Sirte, in Libia, c’erano molti meno soldati che a Mosul (quattro o cinque volte tanti, più o meno), eppure la battaglia che secondo i comandati di Misurata sarebbe dovuta durare solo pochi giorni è ancora in corso da giugno, e miete vittime su vittime tra i misuratini. Altro aspetto: a Mosul c’è oltre un milione e mezzo di civili, girano voci di rivolte interne represse nel sangue, da tempo si sente parlare di un campo minato che circonda le aree abitate, di cecchini che sparano col visore ottico anche di notte a chi prova a fuggire, e della possibilità che possano essere usati scudi umani, a tutto questo va aggiunto il rischio profughi, perché sotto i colpi della decine di migliaia di soldati anti-IS i baghdadisti perderanno postazioni e i civili fuggiranno; in pratica una catastrofe umanitaria è imminente.

È da mesi che la battaglia di Mosul viene annunciata e pianificata come imminente, ora a pochi giorni dalle elezioni presidenziali Washington pare abbia deciso di dare luce verde: l’artiglieria americana e francese sta già martellando la città, e gli aerei della Coalizione hanno concentrato i raid sugli obiettivi mosulawi. Sarà davvero la volta buona o anche stavolta gli annunci supereranno i fatti?

In uno sviluppo diverso (diverso?), la Difesa italiana ha annunciato che nei prossimi giorni sarà ultimato lo schieramento del contingente inviato da Roma a difesa dei lavori di riparazione della grande diga di Mosul.

(Foto: Facebook, artiglieria americana colpisce Mosul)

Nota: in una versione precedente di questo post era apparso un claim di Amaq News che si è poi rivelato un fake ironico, mi scuso con i lettori, stavolta ci sono cascato in pieno — ER.

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