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Mentre le opposizioni neanche ci provano a fare sintesi, nella maggioranza le divergenze in tema di guerra in Ucraina e investimenti per la difesa sono ben evidenti ma (allo stato) non in grado di compromettere la vita della coalizione.

C’è però un punto sul quale invece a destra occorre prestare attenzione, perché se è vero (come è vero) che nei due anni e mezzo di vita a sostegno del governo Meloni non solo non c’è stato un momento di crisi politica degno di tale definizione, ma è del tutto verosimile che così procedano le cose sino alla fine della legislatura, è pericoloso sottovalutare la lettura che c’è all’estero delle vicende “nostrane”.

Proprio su questo punto si sono giocate le comunicazioni interne al governo e ai gruppi parlamentari di quest’ultima settimana, che, ricordiamolo, è quella in cui a Strasburgo la Lega si è opposta alla risoluzione parlamentare di appoggio al piano ReArm Europe di Ursula von der Leyen, mentre Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno votato a favore.

Arriviamo così al punto, perché esso incrocia la strategia che proprio Giorgia Meloni sta cercando di attuare.
Ma qual è questa strategia?
E quali risultati può ottenere?
La linea  del premier è relativamente semplice da descrivere, assai più complessa da attuare. 
È semplice da descrivere perché intende giocare il ruolo di Paese amico degli Stati Uniti e dotato di un rapporto speciale con la nuova amministrazione, incardinato in una relazione personale di stima reciproca tanto con Donald Trump quanto con Elon Musk. 
Al tempo stesso però, il tutto senza uscire dal perimetro dei Paesi che contano davvero nella costruzione delle strategie interne all’Unione Europea. Per capirci meglio: Giorgia Meloni non ha alcuna intenzione di giocare il ruolo che si è ritagliato, ViKtor Orban.
A cosa può può portare tutto ciò?
Può portare ad almeno due risultati, cioè un rapporto bilaterale con gli americani che consenta di limitare gli effetti negativi sui temi economici (dazi in primis) e poi uno spazio di “mediazione” politica di alto livello proprio nel rapporto tra le due sponde dell’Atlantico: ruolo inedito per l’Italia ma tutt’altro che impensabile alla luce dei cattivi rapporti tra Washington da una parte, Parigi, Londra e Berlino dall’altra.

Naturalmente si tratta di esercizio delicato, da mantenere ed aggiornare quotidianamente, non privo di rischi e trappole disseminati lungo il percorso.
Per provarci, però, il primo ministro italiano ha bisogno di un requisito non opzionale, vale a dire vedersi riconosciuta una stabilità interna oggettiva e durevole nel tempo, in grado di proiettarsi per l’intera durata della legislatura in corso, ma anche oltre.

Ecco perché Giorgia Meloni non intende delegare in alcun modo le relazioni internazionali di primo livello: è solo Palazzo Chigi a dare la linea.
Quindi sono tollerabili sfumature, distinguo, punti di vista.
Ma non sono accettabili iniziative politiche in grado di compromettere quell’autorevolezza che è patrimonio tanto fondamentale quanto delicato: oggi c’è ma può svanire in un batter d’occhio.
La Lega aiuta Meloni nell’evitare la nascita di una forza politica di destra critica verso il governo (ad esempio ci ha provato Gianni Alemanno), questo il premier lo sa benissimo.
Ma sa anche altrettanto bene che mezzo mondo misura quotidianamente la distanza politica tra lei e Salvini: oltre un certo numero di centimetri comincia il problema.

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La Lega aiuta Meloni nell’evitare la nascita di una forza politica di destra critica verso il governo (ad esempio ci ha provato Gianni Alemanno), questo il premier lo sa benissimo. Ma sa anche altrettanto bene che mezzo mondo misura quotidianamente la distanza politica tra lei e Salvini: oltre un certo numero di centimetri comincia il problema

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