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Nel guardare alla crisi de-generativa della democrazia, un elemento fondamentale sul quale lavorare è il “vuoto politico” nel quale siamo immersi, vuoto provocato dalla “morte” della politica novecentesca, “uccisa” dalla realtà dei mondi-che-evolvono. Finito il ‘900, il mondo si è fatto a-polare e ciò determina, con tutta evidenza, la necessità per la politica di ri-pensarsi per ri-fondarsi. Nuove sfide e nuove minacce percorrono il mondo e non è più possibile affrontarle attraverso un pensiero politico che non le comprende e che, di conseguenza, non riesce a governarle.

Siamo passati da un “equilibrio fragile” a un “dis-equilibrio evidente”, laddove il mondo diviso in due blocchi nella “guerra fredda” si è trasformato in un mondo nel quale tante “potenze” si confrontano in una “guerra mondiale a capitoli”; non abbiamo una idea di pace come “processo storico”, ancora limitandoci alla pace come “assenza di guerra” e, ciò che è peggio, non abbiamo neppure un “editore della guerra” capace di dare “senso” a una violenza che si fa sempre più imprevedibile e totalitaria.

Come può ri-nascere, come può ri-sorgere la politica ? Anzitutto, io credo, lavorando culturalmente sulla sua importanza come unica possibilità per immaginare insieme direzioni strategiche da dare alla convivenza umana, al noi-in-comune. Se siamo una “umanità sommatoria”, infatti, solo la politica può spezzare l’ “umano massa” per fargli ri-trovare la sua natura integrata, di differenze dialoganti, di imperfezioni-incertezze-imprevedibilità in ri-cerca di senso; la politica non può giocare questo ruolo se, uscita dal ‘900, non si ri-pensa nel terzo millennio ma si rassegna a essere trasformata in “utile strumento” dalla e della “non cultura” tecnocratica.

Chi appartiene alla mia generazione (quaranta-cinquantenni) è cresciuto nella consapevolezza dell’importanza della politica ma è diventato adulto senza pensare troppo alla “natura” di questa attività nobile, forse la più nobile dell’uomo.  Ci siamo accontentati di un’idea della politica come generatrice, o non generatrice, di risposte, dando a essa la funzione di “servitore di opportunità” o di “regolatore”, tralasciate le domande fondamentali dell’uomo che, pur se in un contesto storico radicalmente cambiato rispetto al ‘900, continuano a rimanere tali e, anzi, acquistano ancora maggior peso perché – in molti casi – restano inevase. Non è troppo tardi per renderci conto che la politica è, prima di ogni altra cosa, ciò che tiene insieme la convivenza umana, mediando e liberando le differenze, arrivando a dare risposte attraverso la “buona amministrazione” della “cosa pubblica”.  Abbiamo dimenticato la “complessità” della politica e lasciato campo libero alla “linearità” tecnocratica che rappresenta l’anti-politica, la morte della politica stessa.

La politica, per ri-pensarsi come tale e ri-fondarsi, ha bisogno di “fare pace” con la complessità; non c’è politica fuori della realtà ma solo “illusione tecnocratica”. La “politica complessa” è dis-illusione, è risveglio a un problema; di questo abbiamo bisogno, di uscire dal torpore nel quale siamo immersi, di ri-appropriarci di una politica che si ri-appropri della realtà.

La “politica complessa” è, anzitutto, mediazione, cooperazione e liberazione; ed è la realtà dei mondi-della-vita a mostrarci quanto queste parole siano fondamentali e strategiche, rendendoci spettatori,  e complici, della loro “assenza storica”. Abbiamo sostituito la mediazione con il compromesso, la cooperazione con la  competizione esasperata, la liberazione con la sopraffazione e il dominio.

Il primo passo da compiere è culturale, di re-immaginazione di un pensiero politico che si ri-fletta nel nostro terzo millennio e che ri-scopra i suoi spazi, occupandoli progettualmente.

Perché è così importante ripartire dalla mediazione, dalla cooperazione e dalla liberazione ? Perché, io credo, tali parole rappresentano perfettamente ciò che ci manca, una direzione di giustizia e di libertà per il mondo-che-è. Ed è proprio la nostra convinzione di dover ri-partire dalla nuda e cruda realtà che ci suggerisce di guardare dentro i processi storici per guardare oltre, cercando di “ri-cucire” le ferite profonde che stanno lacerando la condizione e la convivenza umana nel creato; tale attività di profonda ri-cucitura, che chiamo “filosofia della ri-appropriazione”, se non è politica non è, non ri-cuce ma rammenda, non cura ma nasconde il dolore.

 

Diario per una politica complessa - Primi passi

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