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Ha suscitato clamore lo smantellamento di Usaid (Agenzia statunitense per la cooperazione internazionale). È il primo atto del neocostituito Doge (Dipartimento per l’efficienza governativa), guidato da Elon Musk, nato con l’obiettivo di ridimensionare radicalmente l’enorme apparato federale, denunciando sprechi e inefficienze burocratiche.

La vera sorpresa non è l’attacco all’amministrazione pubblica, ma la scelta di Doge di iniziare proprio dagli aiuti internazionali (budget annuo di 40 miliardi), invece che da settori ben più rilevanti in termini di spesa pubblica, come sanità, educazione o trasporti. Per non parlare della difesa (quasi 900 miliardi di budget).

La fine degli aiuti occidentali?

Al netto dei dubbi sulla costituzionalità del provvedimento, molti vi vedono un disimpegno degli Stati Uniti dagli aiuti internazionali, ormai strumento centrale di politica estera su scala globale. Il timore è che ciò lasci spazio alle politiche di aiuto di competitor come Russia e Cina. Come accaduto durante la pandemia da Covid-19 con il vaccino di Stato Sputnik V offerto con fini geopolitici quando l’Occidente era a corto di dosi prodotte dalle Big Pharma.

Il rischio esiste, dal momento che il solo annuncio del blocco delle operazioni di Usaid ha scosso l’intero mondo della cooperazione internazionale, settore in cui gli Stati Uniti hanno storicamente rivestito un ruolo di assoluta leadership sin dai tempi del famoso Point Four Program lanciato da Harry Truman nel 1949.

Alla base della decisione di fare di Usaid il primo target della campagna di Doge vi sono una serie precisa di motivi politici sia sul piano interno che internazionale.

Attacco al Deep State

Doge nasce come uno strumento di lotta al Deep State, che durante il primo mandato ha ostacolato l’attuazione delle direttive di Donald Trump, in particolare in politica estera. Un settore chiave per il suo modus operandi, caratterizzato da azioni di rottura e impatto immediato (tipico del personaggio mediatico carismatico shock-n-wave di Trump).

Poco avvezzo alla macchina governativa di Washington, il tycoon newyorkese del primo mandato si era scontrato principalmente con il Dipartimento di Stato, sottovalutando Usaid, considerata un’agenzia operativa di minore importanza.

Nel suo secondo mandato, Trump ha compreso che la gestione degli aiuti è strategica quanto la diplomazia tradizionale ed è uno strumento di influenza diretta nelle relazioni internazionali.

Per ottenere un controllo effettivo della politica estera, ritiene essenziale ridimensionare l’influenza del Deep State, sia in Usaid sia nel dipartimento di Stato.

Attacco al Partito democratico

Un altro motivo per cui Usaid è stata presa di mira risiede nel durissimo scontro tra Trump e il Partito democratico, che, lungi dall’essersi attenuato dopo le elezioni, ha raggiunto un livello di polarizzazione socioculturale andato ben oltre i confini del mero confronto politico.

Chiudere Usaid è anche il tentativo di infierire un durissimo colpo alla sostenibilità organizzativa della macchina del Partito democratico. Come tutti i principali donatori statuali in giro per il mondo, Usaid si avvale spesso di agenzie di implementazione esterne (organizzazioni non governative, contractor privati, eccetera), che si sono professionalizzate ed entrate in osmosi con il livello manageriale del donatore. Creando una comunità ristretta di operatori e funzionari che condividono gli stessi orientamenti politici.

Negli Stati Uniti come altrove, questo è un universo dominato da soggetti istituzionalizzati di area progressista, che ne traggono evidenti benefici politici ed economici (ponendo per la verità più spesso questioni di opportunità e legittimità, più che di legal compliance). Resettare il sistema di implementazione degli aiuti significa tagliare all’origine la rete di organizzazioni di area (come, per esempio, il National Democratic Institute, Ong di fatto parte organica del Partito democratico) sulle cui risorse politiche e finanziarie fa affidamento il funzionamento di un modello di partito americano, per definizione leggero e poco strutturato.

Crisi di legittimità dell’aiuto

Nel sospendere Usaid, Doge ha usato una narrativa durissima nei confronti dell’agenzia. Al perentorio tweet di Musk, “Usaid è un’organizzazione criminale. È ora che muoia (sic)”, è seguito un lungo elenco (a oggi in costante aggiornamento) di progetti accusati di essere ridondanti, autoreferenziali, inefficaci e, in alcuni casi, legati a sprechi di ingenti risorse e corruzione.

Questa scelta suggerisce che Doge abbia individuato nel settore degli aiuti un bersaglio ideale, contando su un vasto sentimento di irritazione e diffidenza dell’opinione pubblica verso la pubblica amministrazione e, più in generale, verso la politica tradizionale, da cui Trump si è sempre smarcato. A questo contribuisce una profonda crisi di legittimità degli aiuti internazionali, un processo in atto da decenni e accelerato dalla crisi pandemica e dalla guerra in Ucraina. La percezione di un sistema autoreferenziale, unita al divario tra i valori dichiarati e gli interessi concreti, ha reso il settore particolarmente esposto alla critica populista.

Si diffonde sempre più il sospetto che gli aiuti rispondano più agli interessi dei donatori che a quelli dei destinatari. Un messaggio amplificato dai social media, dai podcast e dai canali YouTube, spesso egemonizzati dall’universo Maga.

L’aiuto secondo Trump

Dunque, l’obiettivo di Trump non è tanto rinunciare alle politiche di aiuto come strumento della politica estera americana, quanto piuttosto a ridefinirne il paradigma, per riappropriarsene.

In questo, cavalcherà due tendenze già in atto a livello globale tra i principali donatori statuali. Sul piano interno, punterà sugli aiuti bilaterali disinvestendo da quelli multilaterali, cercando di riportarli all’interno del dipartimento di Stato per garantire una maggiore sintonia (leggasi: controllo) tra aiuti e politica estera, a perseguimento dell’interesse nazionale (leggasi: delle priorità indicate dal presidente).

Le dichiarazioni del segretario di Stato Marco Rubio secondo cui “è importante separare Usaid dai programmi di aiuto” e l’obiettivo di portare i dipendenti dell’agenzia da 10.000 a poche centinaia dicono della volontà di trasformarla in direzione o unità interna al dipartimento di Stato.

Dazi come aiuti

Sul piano internazionale, è probabile che Trump si richiamerà al nuovo modello di aiuto interventista, così come emerso dalla guerra in Ucraina. Ovvero un tipo di aiuto ad ampissimo raggio, ben oltre i classici interventi umanitari, usato apertamente e di default come strumento tattico anche di scontro, quando necessario. È una nuova frontiera delle politiche di aiuto che ha sdoganato e sistematizzato l’uso delle armi come aiuti e degli aiuti come armi.

La visione di politica estera di Trump non avrà problemi a recepirla, perché la sentirà molto più vicina al suo modo di concepire le relazioni internazionali. Dalle sanzioni usate come armi/aiuti in una guerra militare in Ucraina, al sistematico uso dei dazi come armi/aiuti nelle guerre commerciali predilette da Trump, il passo è breve. E la strada è già spianata.

Trump vs Usaid. Il futuro degli aiuti americani secondo Pellicciari

È probabile che Trump si richiamerà al nuovo modello di aiuto interventista, così come emerso dalla guerra in Ucraina. Ovvero un tipo di aiuto ad ampissimo raggio, ben oltre i classici interventi umanitari, usato apertamente e di default come strumento tattico anche di scontro, quando necessario. L’opinione di Igor Pellicciari (Università di Urbino)

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