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E’ improprio, come ricordava Barry Goldwater seguendo la lezione di Edmund Burke, per un conservatore assumere atteggiamenti “squilibrati” nel tentativo di delegittimare tutto e tutti. Il “vero conservatore”, come osservava il vecchio senatore americano, padre del “fusionismo”, dopo essere stato battuto da Lyndon Johnson, tiene conto di tutte le sensibilità e le espressioni culturali compatibili con una visione civile e politica propria dell’America profonda, vale a dire radicata nei valori dei “padri fondatori”. Nella lunga storia del Grand Old Party, ispirato appunto al conservatorismo, non s’è mai mai visto né un candidato alla Casa Bianca, né un esponente di rilievo “tradire” il mandato storico ricevuto da chi ha nei fatti costruito gli Stati Uniti. Almeno fino ad oggi. Donald Trump può aggiungere quest’altro non lodevole primato ai molti che ha collezionato: aver distrutto lo spirito repubblicano rinnegando, appunto, il conservatorismo che culturalmente lo ha giustificato.

Trump non è, beninteso, un rivoluzionario dotato di una cultura politica di riferimento solida. E’ un demagogo che ha capito gli umori della classe media americana alla quale si rivolge con un linguaggio sopra le righe, vellicando i risentimenti meno nobili dell’elettorato, impedendogli in una certa misura di ragionare. Parla, insomma, alla pancia della gente enfatizzando le paure diffuse in ambiti dove ci sente assediati dall’incertezza sociale, dall’immigrazione, dall’incombente esclusione dalla vita economica in seguito agli sviluppi della devastante “finanziarizzazione” che ha messo le risorse nelle mani di pochi a svantaggio dei salariati e dei risparmiatori.

Trump, inoltre, non ha mai precisato il suo programma, tanto che il 9 maggio scorso, sul Wall Street Journal, Bret Stephen, vicedirettore della pagina editoriale, si chiedeva: “Dove sono le indicazioni che come presidente il signor Trump appoggerà le idee conservatrici sulle tasse, sul commercio, sulla regolamentazione, sul welfare, sulla politica sociale, giudiziaria ed estera, e tantomeno meno sul comportamento personale?” Da nessuna parte. Trump, insomma, è un repubblicano senza essere conservatore. E lui  stesso rivendica questa singolare  particolarità al punto che può presentarsi come personaggio dai mille volti, incoerente e contraddittorio, ma gradito ad una parte degli americani proprio perché spiazzante. Motivo per cui è invece sgradito all’establishment, al “sistema”. Osserva Mattia Ferraresi nel suo libro La febbre di Trump (Marsilio): “La proverbiale incoerenza di Trump va letta all’interno della cornice anti-intellettualista”.

A “Playboy” nel 1990 dichiarò di essere conservatore, ma che avrebbe avuto più successo come candidato democratico. Abortista ed anti-abortista, contrario al matrimonio gay salvo aggiungere che “se due persone si piacciono, si piacciono”, si è detto favorevole alla “copertura sanitaria universale” aggiungendo, con sovrano disprezzo della logica, di voler favorire una riforma ispirata ai principi del libero mercato.

Poteva piacere al gruppo dirigente del partito per il quale corre? Certamente no, ma lui l’ha messo in un angolo ed il Grand Old Party, con i suoi ex-presidenti ed i candidati bruciati, è in pieno marasma, non soltanto per il ciclone-Trump quanto per non essersi saputo riformare dopo la fallimentare presidenza Bush, l’interventismo scriteriato, l’esportazione della democrazia tanto cara ai “neocon” (conservatori ex-trotzkisti: un capolavoro dei think tank e dei falchi delle amministrazioni dei Bush) e via dicendo. I repubblicani hanno snaturato la loro fisionomia perché hanno messo da parte quel conservatorismo “classico” che li aveva resi centrali nella politica americana post-kennedyana, grazie a uomini come Barry Goldwater, Russell Kirk, Pat Buchanan. Quest’ultimo, caposcuola dei “paleocon”, riassumeva la visione tradizionalista conservatrice con queste parole: “Siamo per la vecchia chiesa e la vecchia destra, anti-imperialisti e anti-interventisti, miscredenti della Pax Americana”. Commenta Ferraresi: “Pessimisti circa la natura umana, dunque scettici verso qualunque progetto utopico, erano contrari ad una politica estera espansionista che avrebbe fatalmente trasformato la repubblica cara ai Padri fondatori in un impero possente e senza volto, disancorato dalla tradizione europea alla quale sentivano di appartenere”.

Un universo concettuale ed ideale dal quale Trump è lontanissimo. Ed è ancor più distante dal mondo repubblicano che pur dice di voler rappresentare – senza beninteso essere conservatore! – anche perché, come nota Andrew Spannaus nel suo Perché vince Trump (Mimesis): “Non rispecchia le loro idee, si colloca al di fuori dal perimetro delle forze che hanno  gestito il Paese negli ultimi decenni. Dunque per i dirigenti repubblicani – e anche per i democratici più centristi e legati al sistema di potere attuale – non basterebbe che Trump smorzasse i toni ed evitasse gli insulti e le proposte provocatorie; c’è un problema più serio, una minaccia mortale al modulo operandi della politica contemporanea”.

Ma Trump i toni non li smorza. Cerca la lite, vuole le prime pagine, brama la “rottura” con tutto e con tutti. E’ solo e questa condizione paradossalmente è la sua forza o, almeno, lo è stata fino ad oggi. Ora, dopo la convenzione di Cleveland, si sente autorizzato ad alzare il tiro e attacca non soltanto un eroe di guerra americano ma musulmano, suscitando sdegno e raccapriccio in tutti gli schieramenti, ma anche i “padri nobili” del Grand Old Party da John McCain a Paul Ryan, speaker repubblicano del Congresso. Al punto da indurre il suo vice designato, Mike Pence a prendere le difese di colui che è considerato il più alto in grado nel partito.

Non è solo l’establishment repubblicano, comunque, ad essere irritato. Gli ultimi sondaggi danno Trump dieci punti dietro la Clinton. Recuperare uno svantaggio di questo genere in tre mesi è davvero problematico, se non impossibile. Che fare? Ci si sta pensando, ma è tardi per qualsiasi soluzione alternativa. Trump teoricamente potrebbe essere sconfessato dal partito e sostituito da un altro candidato, ma l’operazione anche dal punto di vista giuridico non è semplice. Semmai dovesse riuscire, il partito repubblicano ne uscirebbe comunque con le ossa rotte. Tuttavia neppure può continuare a far finta di niente perdendo la faccia di fronte al suo elettorato tradizionale ed al mondo intero. In poco più di un secolo, su diciannove presidenti il Grand Old Party ne ha espressi undici, otto i democratici. L’alternanza al potere ha funzionato. Ma degli undici repubblicani tutti erano conservatori fedeli ad una vecchia tradizione riconoscibile e rispettata anche dagli avversari.

Trump è un’anomalia. L’errore lo hanno commesso coloro che lo hanno fatto arrivare a Cleveland. Lo stato maggiore repubblicano, di scarsa consistenza politica e culturale, non ha capito per tempo l’effetto che un uomo di “rottura” avrebbe potuto provocare. I tink tank, così solitamente attenti ed interventisti, di orientamento conservatore come mai non hanno detto una parola quando Trump ha vestito i colori repubblicani come avrebbe potuto vestirne altri importandogli soltanto di se stesso?

C’è un evidente deficit culturale nel partito di Nixon, di Reagan e dei Bush. Va colmato. Ma un altro Barry Goldwater all’orizzonte non si vede neppure con il binocolo. Trump ha vinto la sua battaglia personale; i repubblicani hanno perso tutto, anche la faccia; l’America rischia di rimetterci più di tutti. E l’Occidente?

Perché Donald Trump non è un vero conservatore

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