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L’ultimo leader conservatore è stata Margaret Thatcher; l’ultimo leader laburista è stato Tony Blair. Poi il vuoto. Mezze figure che hanno danzato male e per brevi stagioni. Nella stagnazione hanno fatto capolino i liberal-democratici e gli scissionisti dei tories raccolti nell’Ukip di Nigel Farage anche lui sulla via dell’esilio. La Brexit, come anticipavamo nella nostra analisi il 29 giugno scorso su Formiche.net, ha segnato l’estinzione di tutta la classe dirigente britannica, di destra e di sinistra.

Spectator, giornale di riferimento dei conservatori, non risparmia critiche ai governanti e segnatamente a Cameron per come si è dissolta la leadership di un partito che non ha saputo prevedere le devastanti conseguenze di un improvvido referendum. I laburisti ricordano velenosamente a Corbyn le sue simpatie filo-hezbollah ed apertamente anti-israeliane facendogli notare che non è nella tradizione del loro partito un estremismo tale da giustificare il fondamentalismo palestinese. Come se non bastasse, perfino il “mito” di Blair vacilla tra coloro che ne condivisero la svolta quando conquistò il Labour Party definendolo come New Labour sotto la spinta ideologica di Antony Giddens pesantemente censurato all’epoca dall’ala radicale, solo perché indicava la “Terza via”, che fu il marchio del blairismo, pedestremente copiato perfino in Italia dove venne gettato poi tra le anticaglie inservibili da una sinistra ancor meno “pensante” di quella britannica attuale. Farage, astro nascente e tramontante, non ha un progetto per il “dopo” Leave e dunque s’è tolto di torno. Ha capito che occorrono statisti più che leader, sia pure improvvisati, per gestire il “nuovo inizio” e lui non è adatto allo scopo. Perciò si è tolto di torno. Di Clegg si sono perse le tracce come dei liberal-democratici che hanno bazzicato il potere tra il 2010 ed il 2015 alla corte di Cameron.

La politica acefala del Regno Unito produce fantasmi. In tutti i campi. E uno dopo l’altro cadono i possibili concorrenti ad assumere la guida dei tories, mentre non si fanno neppure nomi per ciò che concerne quella dei laburisti. L’immaginifico Boris Johnson è stato scaricato da amici e nemici. Ha compreso che la partita era perduta quando Michael Gove, ministro di Cameron e suo intimo amico, l’ha pugnalato alle spalle facendosi largo nella mischia dei competitori dalla quale sono uscite due donne, entrambe discusse per ragioni diverse, Theresa May e Andrea Leadsom: nessuno riesce a prevedere il loro destino. I conservatori, eredi di Burke, Disraeli, Churchill e Thatcher non hanno un leader: la storia sembra essersi capovolta all’ombra di Buckingham Palace. Altrettanto può dirsi per i laburisti. Degli altri bisognerebbe inventare storie e tradizioni che non hanno.

Certo, la Brexit ha lavorato a danno di tutti, ma nessuno poteva immaginare una catastrofe politica simile. Al di là dell’evento scatenante, comunque, c’è dell’altro che motiva la decapitazione l’élite politica britannica. Ed è la fine delle famiglie politiche sorrette da culture chiare, riferimenti ideologici, radicamento consolidato. Tutto questo – che Blair aveva compreso e ricomposto in una visione innovativa del socialismo del suo Paese – è stato lasciato morire in primo luogo dai conservatori. Qualcuno si domanda che cosa lega Cameron alla tradizione cui pure dice di riconoscersi. Lo stesso vale per Corbyn, il cui vetero marxismo era già inservibile agli inizi del secolo scorso, eccentrico esponente di una minoranza diventata per disperazione maggioranza restata comunque lontana dai lidi dove s’immaginava dovesse arrivare il partito dopo il blairismo.

Dunque, la politica, si desume, ha fatto un passo indietro rispetto alle dinamiche economiche che di volta in volta hanno condizionato gli atteggiamenti dell’uno e dell’altro schieramento. Anche altrove, del resto, è accaduto e accade. Ma in Gran Bretagna assume fattezze addirittura inquietanti dal momento che l’esperienza politica maturata negli ultimi duecento anni, sotto lo sguardo vigile di numerosi sovrani e di due grandi regine, è stata d’esempio ai partiti continentali che alla coniugazione delle ragioni empiriche con quelle ideali hanno mostrato di ispirarsi.

Oggi i conservatori in particolare, almeno in chiave politica, non si rifanno ad una cultura ed improvvisano pur avendo a disposizione intellettuali di prim’ordine come Roger Scruton che potrebbero indicare una strada. Senza idee dimostrano che una leadership non può nascere o, se nasce, ha malformazioni congenite che ne determineranno la fine in breve tempo.

Insomma i partito Tory perde il suo tempo a cercarsi una guida se prima non chiarisce che cosa vuole e come intende situarsi nel bel mezzo di trasformazioni epocali che non si risolvono con manfrine elettorali: Cameron docet. Ma neppure con gli incantesimi destinati a durare forse più a lungo ma privi di respiro. Il riferimento è al mondo laburista che dall’abbandono di Blair non ha costruito nulla, mentre l’eredità del pur lungimirante primo ministro si offusca man mano che che vengono fuori verità a lungo nascoste circa il suo ruolo nel conflitto in Iraq nel 2003 e nelle mai chiarite motivazioni dell’appoggio dato a Bush. Una statua che vacilla quella di Blair tra i rottami di quello che fu il suo Labour: un mondo di macerie dove non s’incontrano conservatori felici…

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