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Domenica scorsa, il capo dell’aviazione civile iraniana, Ali Abedzadeh, ha dichiarato che Teheran ha raggiunto un accordo scritto con la Boeing per l’acquisto di un centinaio di aerei: per la firma mancherebbe solo il benestare del dipartimento del Tesoro americano. Se l’affare si concludesse, avrebbe un impatto notevole, e non tanto perché l’Iran ha un disperato bisogno di rinnovare la propria flotta civile (secondo Abedzadeh, 230 dei 250 velivoli attualmente in circolazione devono essere rimpiazzati, tant’è che a gennaio Teheran ha chiuso un’intesa di 27 miliardi di dollari con il consorzio Airbus per acquistare 118 jet). Il significato sarebbe anzitutto simbolico, perché si tratterebbe del primo grande accordo con un’azienda americana dopo la fine del regime delle sanzioni.

Sono passati poco più di cinque mesi dall’implementation day, il giorno in cui l’Iran festeggiava il ritorno nella comunità internazionale, dopo la cancellazione delle misure punitive, seguita all’attuazione dell’intesa sul nucleare. I risultati, però, tardano ad arrivare. Teheran ha siglato contratti e impegni d’investimento con vari governi, dall’Italia alla Francia, dalla Germania alla Cina, dall’India alla Corea del Sud, ma i dividendi economici dell’Iran Deal non si sono ancora visti.

Tra gli investitori privati internazionali c’è ancora grande prudenza, soprattutto a causa di due fattori: l’opacità dell’economia iraniana, in cui le aziende dei pasdaran – i guardiani delle rivoluzione – e quelle delle bonyad, le fondazioni religiose, giocano un ruolo notevole – anche se non trasparente – e l’incertezza del quadro giuridico, perché, se è vero che le sanzioni legate al programma nucleare sono state cancellate, restano in piedi altre misure, votate dal Tesoro statunitense, in risposta al sostegno di Teheran al terrorismo. Finanziare un progetto dietro al quale c’è una persona, o un gruppo di persone, sulla black list rischia di avere conseguenze economiche per banche e imprese (che potrebbero, ad esempio, essere escluse dal mercato americano).

Majid Rafizadeh, iranologo, accademico di Harvard, presidente dell’International American Council, di padre iraniano e madre siriana, parlando con Formiche.net è ancora più perentorio sulle conseguenze dell’Iran Deal: “Sfortunatamente, la maggioranza della popolazione iraniana non sta vedendo i frutti della fine delle sanzioni. Gran parte dei guadagni finanziari sta andando alla Guida Suprema, Ali Khamenei, e ai membri dell’esercito. I pasdaran hanno un peso rilevantissimo non solo all’interno dell’establishment politico, ma anche in quello economico. I leader delle guardie rivoluzionarie possono facilmente far presente a Khamenei e al Parlamento che hanno bisogno di denaro, per difendere la sicurezza del Paese in una fase storica così delicata, caratterizzata dal confronto regionale tra sunniti e sciiti. Basta vedere un dato: il budget militare dell’Iran è cresciuto di 1,7 miliardi di dollari, più o meno la cifra che gli Stati Uniti hanno pagato sinora, per via dello scongelamento delle sanzioni”.

Rafizadeh, che scrive editoriali su vari media internazionali, da Foreign Policy ad al Arabiya, ha insistito molto sul fatto che il nuovo regime economico abbia addirittura contribuito ad accrescere le disuguaglianze sociali. “Il cerchio magico composto da Khamenei e dai leader dei pasdaran”, spiega Majid, “sta accumulando ricchezza, mentre, allo stesso tempo, taglia il welfare. Le sanzioni non erano certamente il fattore principale dietro il crescente gap tra ricchi e poveri. Il malcontento derivava e deriva dalla corruzione diffusa, dal nepotismo, dalla mancanza di trasparenza, dall’incapacità di gestire l’economia, che è controllata in grandissima parte dallo Stato. Tutti questi fattori, già prima, nell’era delle sanzioni, impedivano la mobilità sociale e la crescita della classe media. Ora è peggio, perché il nuovo flusso di denaro va in direzione dei funzionari statali e della classe imprenditoriale a essi legata”.

Riguardo alla prudenza degli investitori, l’accademico dice che comunque “molte aziende, comprese alcune corporation americane, stanno usando sussidiarie e terze parti per fare affari con l’Iran e scavalcare queste misure punitive. Ci vorrebbe un po’ di flessibilità, sia da parte del Congresso statunitense, sia da parte della Guida Suprema, per fare sì che le sanzioni di Washington vengano tolte. Non credo che questo avverrà in tempi brevi”.

Il Fondo Monetario Internazionale, in un report uscito a metà maggio dopo una visita a Teheran, ha scritto che l’Iran deve mettere in atto una serie di riforme macroeconomiche e strutturali, oltre a combattere il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo, se vuole essere riammessa nell’economia globale. Il presidente Rohani ha ripetuto più volte che le riforme sono un pre-requisito per gli investimenti stranieri. Alcuni successi sono stati ottenuti – ad esempio, l’inflazione in tre anni è passata dal 40 all’11 per cento – si è tentato di riformare il settore bancario, appesantito dai “crediti deteriorati”, ma l’economia è ancora in mano alle istituzioni militari e religiose e i privati sono deboli, così come troppo limitato è il peso del settore non petrolifero.

Rafizadeh non vede cambiamenti all’orizzonte: “Rohani non intende riformare l’economia su larga scala. Il vecchio apparato controlla ancora il sistema e il Presidente non può, o non vuole, competere coi pasdaran e con Khamenei. Allo stesso tempo, Rohani spinge affinché gli stranieri investano nell’economia statale, in modo da assicurare la prosperità, e quindi la sopravvivenza, del suo governo. Alla Guida e ad alle guardie rivoluzionarie questo sviluppo del business statale va più che bene”.

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