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A prima vista la ricostruzione riproposta dall’ergastolano Raffaele Cutolo ai magistrati romani della fase conclusiva del tragico sequestro di Aldo Moro, nell’ormai lontano 1978, ha del clamoroso e infama la memoria di Antonio Gava. Che avrebbe dissuaso la malavita romana, collegata con la camorra napoletana, da un assalto al covo delle brigate rosse di via Montalcini, dove il presidente della Dc era tenuto prigioniero.

Già debole per la vita criminale che lo ha portato in gabbia, la credibilità di Cutolo è ulteriormente compromessa dal fatto che i personaggi da lui evocati nella vicenda sono tutti morti: dallo stesso Gava a Enzo Casillo, il camorrista di fiducia che l’ergasolano, allora latitante, ha detto di avere autorizzato a occuparsi del sequestro Moro su sollecitazione di politici “amici”. La stessa cosa si sarebbe ripetuta a Torre del Greco, quella volta con successo, per il sequestro dell’assessore regionale democristiano Ciro Cirillo. Che fu pure lui sequestrato dalle brigate rosse, ma liberato con la mediazione non certo gratuita della camorra e il pagamento di un ingente riscatto ai terroristi, avventuratisi in un territorio controllato da Cutolo più e meglio dello Stato.

È morto infine il malavitoso di origine sarda, ma operante nella banda romana della Magliana, Nicolino Selis. Che, sempre secondo il racconto di Cutolo, aveva saputo rendersi prezioso alla camorra perché conosceva la prigione di Moro abitando nello stesso stabile di via Montalcini, con la compagna che ne proteggeva la latitanza.

Che la prigione di Moro fosse stata localizzata, forse anche dalle forze dell’ordine, lo avevano capito, d’altronde, gli stessi terroristi. Lo ha raccontato in un libro autobiografico la carceriera Anna Laura Braghetti rivelando, in particolare, che ad un certo punto lei e Prospero Gallinari, che dividevano l’appartamento con l’ostaggio, videro aggirarsi di fronte alla palazzina uomini sospetti, mescolati con i ragazzi del quartiere che giocavano a pallone in un’area non edificata.

Un giorno vi fu addirittura nello stabile un sopralluogo di agenti, che bussarono anche alla porta del covo, al cui interno i carcerieri si prepararono ad un’eventuale irruzione puntando le armi contro l’ostaggio, pronti quindi ad ucciderlo. Ma gli agenti, non trovando risposta alle loro chiamate, se ne andarono via. Cosa, del resto, che era già accaduto qualche settimana dopo il sequestro anche in una palazzina di via Gradoli, dall’altra parte della città, dove si trovava un altro covo dei brigatisti, occupato da Mario Moretti, il capo dell’operazione del sequestro.

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La sensazione di essere stati ormai scoperti, unita alla preoccupazione di dividersi se fosse sopraggiunta la grazia del presidente della Repubblica Giovanni Leone alla sola Paola Besuschio, fra i 13 detenuti con i quali avevano preteso di scambiare l’ostaggio, indusse i terroristi a chiudere l’operazione il 9 maggio uccidendo Moro.

 

Non ci sono prove, ma molti hanno sempre sospettato che, individuata la prigione, i vertici della Polizia avessero predisposto una irruzione esitando per la paura che l’ostaggio fosse ucciso nell’assalto. O perché convinti che i terroristi potessero accontentarsi della grazia alla Besuschio in via di concessione come gesto autonomo del capo dello Stato e rilasciare vivo il prigioniero.

Al deputato democristiano Benito Cazora, notoriamente avventuratosi a contattare ambienti della malavita romana proprio per individuare la prigione di Moro, accadde curiosamente, come ha raccontato il figlio dopo la morte, di ottenere rassicurazioni sull’imminente rilascio dell’ostaggio pochi giorni prima del 9 maggio parlando col questore di Roma e poi, alla Camera, col ministro dell’Interno Francesco Cossiga.

Certo, se fosse vero il racconto fatto da Cutolo ai magistrati romani, un intervento di Antonio Gava contro l’operazione armata programmata dalla malavita, per quanto anomala, a dir poco, per un politico tenuto a tenersi alla larga da simili ambienti, potrebbe non essere liquidata nella maniera odiosa lasciata intendere dell’ergastolano, cioè come prova di disinteresse, o addirittura dì contrarietà alla liberazione di Moro.

L’esponente della Dc, coinvolto per un po’ dopo tre anni nelle indagini sul sequestro e sulle modalità del rilascio dell’amico e collega di partito Ciro Cirillo, avrebbe potuto avvertire le stesse preoccupazioni che avevano trattenuto gli organi dello Stato, condividendone le speranze in un epilogo positivo del sequestro di Moro, già costato la vita ai cinque agenti della scorta nell’agguato tesogli la mattina del 16 marzo in via Fani.

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Tutto comunque sarebbe più semplice da capire e interpretare se i terroristi superstiti di quel sequestro si decidessero a dire finalmente tutta la verità, come tante volte sono stati inutilmente invitati a fare dagli inquirenti, togati e parlamentari, accomunati dalla convinzione che Moretti e compagni siano stati e siano tuttora troppo reticenti, interessati a coprire responsabilità proprie e di complici, magari nascosti nelle maglie di qualche apparato segreto dello Stato.

Tornati peraltro tutti in libertà, gli aguzzini di Moro, com’è appena tornato a dire in una intervista  al Gr 3  l’ex ministro Giuseppe Fioroni, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta che sta lavorando sul caso Moro, potrebbero ben vuotare il sacco. E raccontare, per esempio, modalità e ragioni vere di quell’improvvisa accelerazione data alla loro sciagurata operazione, dopo essersi preso tanto tempo per l’esecuzione della  terribile sentenza di morte, sino a giocare con un gerundio per dire, in un comunicato, non di eseguire ma di stare “eseguendo” il loro maledetto disegno. Che segnò il momento della massima potenza dei terroristi nella sfida allo Stato e alla democrazia, ma per fortuna anche l’inizio della loro crisi. E della loro sconfitta, pur preceduta da altre morti.

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