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L’espansione dello Stato islamico in Libia, secondo la maggior parte degli analisti, è frutto anche della presenza sul territorio siriano di diversi elementi di spicco inviati dall’Iraq e dalla Siria con l’obiettivo di costruire la struttura libica del Califfato.

Un fatto noto ma avvolto dal mistero su quelle figure di spicco, su cui si susseguono report e analisi. Il quotidiano inglese Telegraph ha ottenuto ultimamente delle notizie in più parlando con Ismail Shukri, che è il capo dell’intelligence della città/stato di Misurata (e che non disdegna di farsi intervistare dai media occidentali). Shukri ha riferito dell’arrivo in novembre di un iracheno conosciuto in Libia con il nome di Abu Omar: sarebbe stato lui a creare il tribunale islamico a Sirte e ad impostare il sistema di gestione fiscale sulla forma di quello siro-iracheno centrale. Abu Omar, dice l’ufficiale Misratan, gira con molta sicurezza attorno (i leader dell’Isis hanno una visione quasi maniacale della propria incolumità) fornita da bodyguard soprattutto tunisini e ha un assistente tuttofare mauritano. Sarebbe arrivato in Libia ad ottobre.

Qui la questione si intreccia con quanto scritto un mese fa dal New York Times, a cui fonti occidentali avevano rivelato che sul suolo libico era giunto per “costruire” il Califfato anche Abu Ali al Anbari ─ che pare abbia regolarmente viaggiato con traghetto dalla Siria alla Libia, su ordine del Califfo Baghdadi (questa è una nota di colore, che va riportata alla faccia dell’immigrazione irregolare e dei suoi risvolti problematici: Abu Ali, uno dei più temuti uomini dello Stato islamico si è spostato in Libia come un regolarissimo passeggero di un ferry).

Dunque, Abu Ali e Abu Omar: potrebbero trattarsi della stessa persona con nomi diversi? Sulla scorta di altri dati, è possibile: un altro al Anbari, Abu Nabil (“al Anbari” significa dell’Anbar, cioè iracheno della provincia che confina con la Siria), considerato il capo libico di tutto l’Isis e ucciso durante un raid aereo americano fuori Derna a novembre, in Libia si faceva chiamare Abu Mughirah al Qahtani; alla sua morte è dedicata l’offensiva verso oriente di queste settimane (come tradizionale tributo che l’IS fa ai sui leader). Ma è ancora il New York Times, con un articolo uscito due giorni dopo di quello del Telegraph a chiarire qualcosa in più sulla situazione attraverso fonti locali e «Western officials»: in Libia, dopo la morte di Abu Nabil, ci sono adesso due leader prominenti, Abu Ali al Anbari e Abu Omar, definito «senior Islamic State operative from Syria» arrivato per cementare i guadagni territoriali fatti dal gruppo.

PERCHÈ SONO IMPORTANTI QUESTI “DETTAGLI”

La questione dei leader e della loro identità, non è un aspetto semplicemente accademico. Prendiamo il caso di Abu Ali al Anbari, per esempio: è un iracheno tra i più alti in grado del Califfato (si dice sia “secondo” nella catena di comando, dunque viene direttamente dopo il Califfo), è stato operativo in Siria e in Iraq, è un ex ufficiale militare di Saddam Hussein, e soprattutto è specializzato nel veicolare le alleanze dei gruppi combattenti locali. Lo ha già fatto in Siria nel 2013, quando il l’organizzazione aveva necessità di dare solidità allo split verso il territorio siriano, e la sua presenza in Libia potrebbe significare che lo Stato islamico ha intenzione, e modo, di creare partnership con alcune fazioni delle molecolari milizie locali. Due settimane fa, una parte degli islamisti di Ajdabiya, che si trova leggermente ad est di Ras Lanuf ed è uno dei luoghi di interesse e combattimento dell’IS in questi giorni, si è staccato dal gruppo principale per unirsi allo Stato islamico, pubblicando un video del giuramento di fedeltà a Baghdadi: per capirci, dietro potrebbe esserci stato il lavoro compiuto da Abu Ali, cioè lui potrebbe rafforzare ulteriormente l’IS in Libia creando partnership con, e/o la sottomissione/fedeltà di, entità combattenti locali.

UN PO’ DI STORIA

È ormai assodato che Abu Bakr al Baghdadi nell’estate del 2014 decise di creare un asset libico dell’organizzazione, di più, creare una provincia possente ed organizzata. L’obiettivo iniziale, Derna, non ha funzionato: i miliziani libici di ritorno dalla Siria hanno trovato resistenza, forse erano mal organizzati, e sono stati respinti. Baghdadi sapeva già che in Libia servivano giusti emissari, uomini in grado di creare la struttura, e persone fidate; il rischio era che finisse come i primi anni in Siria. Intorno alla fine del 2011 l’attuale Califfato si chiamava ancora soltanto ISI, ossia Stato islamico d’Iraq (o Al Qaeda in Iraq, diciamo che le due definizioni sono sinonimi): trasformarlo in ISIS o ISIL sfruttando il caos siriano (l’acronimo cambia a secondo se si vuole aggiungere la parola “Siria” o “Levante”), era il compito di un altro leader “fidato” di Baghdadi, Abu Mohammad al Golani, il quale però creò una struttura che si allineò con l’organizzazione centrale di al Qaeda, e la sua brigata, la Jabhat al Nusra, fu alla base della divisione tra Ayman al Zawahiri e Baghdadi; ossia la divisione nel mondo del jihad globale.

(Nota: differenze nell’interpretazione jihadista da parte della filiale qaedista in Iraq, guidata da Abu Musab al Zarkawi, un predecessore di Baghdadi, rispetto alla linea centrale, erano preesistenti, ma finora per entrambe le realtà era stato conveniente tenerle in sordina: Zarkawi voleva già dieci anni fa creare uno stato islamico partendo dal territorio iracheno, cosa che non piaceva a Bin Laden, ma su cui il fondatore di al Qaeda chiudeva occhi e orecchie perché lo spietato Zarkawi era comodo per il lavoro sporco iracheno contro “gli invasori”).

SPEZZATA LA CATENA DI COMANDO IN LIBIA: ADESSO?

Abu Nabil, l’ex capo dello Stato islamico in Libia ucciso da un drone americano, aveva rapporti di lungo corso con Baghdadi: probabilmente si erano conosciuti negli anni dell’occupazione americana quando entrambi facevano parte di quello che ancora si chiamava Jama’at al Tawhid wal Jihad (JTJ), l’organizzazione primordiale guidata da Zarkawi prima del giuramento di fedeltà ad al Qaeda nell’ottobre del 2004; in JTJ si crede che abbiano prestato servizio molti degli attuali leader dello Stato islamico. Più tardi, nell’estate del 2014, Nabil sarebbe diventato wali, governatore, della provincia di Salaheddin (Iraq centrale), fronte caldissimo della battaglia del Califfato che comprende la raffineria di Baiji e Tikrit. Proprio a Tikrit Abu Nabil fu tra i protagonisti di uno degli episodi più macabri e sanguinosi della storia dello Stato islamico: era il 12 giugno 2014 quando gli uomini del Califfo entrarono in un’accademia militare dell’aeronautica irachena e massacrarono a sangue freddo centinaia di cadetti (pare 1700). Resterà nella memoria come “il massacro di Camp Speicher”. Nabil era presente in prima linea, compiva esecuzioni sommarie lungo il Tigri, una circostanza insolita per i leader dell’Isis. Abu Nabil e Baghdadi avevano un rapporto diretto, avevano condiviso gli anni iniziali della lotta jihadista, sono stati incarcerati insieme dalle forze di occupazione americane: è per questo che Baghdadi lo scelse per guidare inizialmente l’espansione libica.

Il fatto che Abu Nabil sia stato ucciso nelle aree controllate dall’IS fuori Derna, è di per sé argomento di analisi: perché il capo di tutto lo Stato islamico in Libia non si trovava nella fiorente roccaforte/capitale locale? Riteneva il viaggio da Derna, dove si rifugiava da tempo, a Sirte troppo rischioso? In effetti, lungo la strada avrebbe potuto trovare diversi ostacoli, dal viaggiare troppo scoperto agli occhi dei droni che sorvolano il paese, all’imbattersi in milizie non proprio felici della sua presenza. Oppure Abu Nabil non si fidava della sicurezza a Sirte? Negli ultimi giorni si parla parecchio della storia di un cecchino che spara ai leader baghdadisti dai tetti della capitale: sono tre i notabili già uccisi.

Con la morte del capo dello Stato islamico in Libia, Abu Nabil al Anbari, e con le notizie in merito all’arrivo dei due notabili tra ottobre e novembre del 2015, Abu Ali al Anbari e Abu Omar, la struttura libica diventa ancora più appannata, arricchendo l’espansione libica di un alone di mistero (materia pericolosamente interessante per chi si muove secondo la fascinazione, come coloro che vanno a combattere il jihad indottrinati dalla propaganda: ed è noto che in Libia potrebbero facilmente arrivare foreign fighters da tutta l’Africa e dal Mediterraneo).

 

Perché è importante conoscere di più i leader dell'Isis in Libia

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