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L’aumento di capitale da 1 miliardo di Veneto Banca collegato allo sbarco sul mercato azionario, partito l’8 giugno e già difficile di per sé, si complica ulteriormente. Dalla Borsa, infatti, venerdì scorso sono arrivati segnali poco incoraggianti: non soltanto il Ftse Mib ha perso il 3,6%, ma a spingere con prepotenza verso il basso l’indice sono state proprio le banche, in flessione in media del 5% a Piazza Affari. E se dal settore del credito quotato in Borsa arrivano scricchiolii di questo tipo, è lecito pensare che l’operazione in corso di Veneto Banca non sia tutta in discesa.

LE PAROLE DEL DG CARRUS

Sulla questione il direttore generale della banca di Montebelluna si è espresso venerdì. “Se il Banco Popolare (pure alle prese con un aumento da 1 miliardo) ha bisogno di un miliardo per rafforzare il patrimonio e avere maggiore liquidità – ha detto il dg Cristiano Carrusfigurarsi quanto sia difficile per Veneto Banca, che ha bisogno di un miliardo per ripristinare le proprie carenze patrimoniali e di liquidità. Da inizio anno – ha aggiunto Carrus – le banche quotate hanno perso dal 40 al 60% del valore di Borsa, e le non quotate non riescono a quotarsi perché gli aumenti di capitale non riescono ad andare in porto“. Una sintesi efficace che ben descrive il vicolo cieco in cui sembrano essere finite le banche italiane: le quotate continuano a scendere pesantemente anche perché è difficile completare con successo gli aumenti di capitale delle non quotate; e le non quotate non riescono a chiudere le ricapitalizzazioni e a sbarcare in Borsa anche perché a Piazza Affari i titoli del credito crollano. Un circolo vizioso che, tra l’altro, difficilmente potrà essere interrotto dal fondo di sistema Atlante, che ha “solo” 4,2 miliardi di risorse ed è già dovuto intervenire con 1,5 miliardi comprandosi la Popolare di Vicenza.

I MILLE RISCHI DI VENETO BANCA

A complicare le cose, per Veneto Banca, una situazione peculiare caratterizzata da tante ombre, tutte elencate nelle oltre mille pagine complessive del prospetto dell’aumento di capitale. Tra questi rischi, ricoprono un ruolo di primo piano le azioni legali. “C’è un rischio significativo – avverte nel prospetto l’istituto di Montebelluna – che pervengano ulteriori reclami. Una situazione che potrebbe determinare la necessità di provvedere a ulteriori accantonamenti, anche di rilevante entità, con la conseguente maggior esposizione al rischio di ricadute negative sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria di Veneto Banca“. I reclami al 31 marzo 2016 ammontavano a 2.457 per una richiesta di risarcimento di 174 milioni di euro, dati a cui si aggiungono un altro centinaio di ricorsi e 200 procedure di mediazione per richieste di risarcimento di quasi 50 milioni di euro. “Le contestazioni alla base dei reclami – si legge in un articolo del Mattino di Padova – sono note: mancata o non tempestiva esecuzione degli ordini di vendita delle azioni, disparità di trattamento degli azionisti nell’esecuzione degli ordini di vendita, concessione di finanziamenti subordinata all’acquisto di azioni di Veneto Banca o erogazione di finanziamenti finalizzati all’acquisto di quei titoli“. Non si può, poi, dimenticare la questione del prezzo delle azioni, crollate da oltre 40 euro all’attuale intervallo tra 0,1 e 0,5 euro per titolo.

I PANAMA PAPERS

Una parte dei rischi di Veneto Banca è anche collegata ai cosiddetti Panama Papers, l’elenco di documenti riservati su società offshore dello studio Mossack Fonseca di recente resi pubblici da un consorzio di giornalisti investigativi e in Italia pubblicati dall’Espresso. Ebbene, l’istituto di Montebelluna, come viene fuori dal prospetto informativo, ha avviato una prima verifica per tracciare una “rappresentazione complessiva” della clientela residente a Panama di Bim Suisse, filiale svizzera della controllata Banca Intermobiliare. Gli accertamenti, avviati “su espressa richiesta di Bce“, cioè la Banca centrale europea guidata da Mario Draghi, nonché del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale, hanno rivelato che nel corso degli anni Bim Suisse ha avuto 261 rapporti di conto riferibili a 202 clienti residenti a Panama con flussi finanziari per 293,8 milioni. “Dall’esame dei dati – si legge nel prospetto – è emersa negli ultimi anni una limitata operatività della clientela residente a Panama rispetto a una maggiore incidenza riscontrabile in passato“.

RISCHIO BAIL-IN

E poi c’è lui: il rischio bail-in, il rischio cioè che Veneto Banca possa finire in risoluzione in maniera simile a quanto accaduto lo scorso autunno col salvataggio di Banca Marche, Popolare Etruria, Carichieti e Cariferrara. Avverte il prospetto informativo: “Qualora l’offerta globale (di azioni relative alla ricapitalizzazione) non fosse portata a compimento, l’emittente (Veneto Banca) non sarebbe in grado di colmare il deficit di capitale in misura sufficiente a ripristinare i coefficienti patrimoniali ai livelli richiesti dalla Bce e potrebbe trovarsi in una situazione di crisi o di dissesto, con conseguente assoggettamento del grupo a provvedimenti da parte delle competenti autorità di vigilanza, incluso l’esercizio dei poteri previsti dal Testo Unico Bancario (Tub), funzionali all’applicazione degli strumenti di risoluzione per le banche previsti dalla Direttiva Europea 59/2014 (Brrd) che istituisce un quadro di risanamento e risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento“.

NODO ATLANTE-VECCHI SOCI

Il fondo Atlante guidato da Alessandro Penati scenderà in campo, come già fatto per la Popolare di Vicenza, nel caso in cui l’aumento di capitale non andasse a buon fine. Ma la condizione posta da Atlante per aprire la rete di protezione è di entrare in possesso di almeno il 51% del capitale di Veneto Banca. Questo significa che gli attuali soci non dovranno sottoscrivere oltre il 50% della ricapitalizzazione, altrimenti la stessa operazione sarà a rischio. Sarà così? Non è detto. “Abbiamo sottoscrizioni e impegni già vicini ai 600 milioni“, ha azzardato nei giorni scorsi Bruno Zago, presidente dell’associazione “Per Veneto Banca”, sottolineando che gli attuali soci hanno tempo fino al 22 giugno per sottoscrivere l’aumento e dopo, per arrivare a 1 miliardo, “non c’è solo il fondo Atlante” ma “ci stiamo guardando attorno a 360 gradi e oggi gli oceani separano ancora le persone ma non i capitali“. I 600 milioni di cui parla Zago sono una cifra davvero importante (tra l’altro lui parla anche di generici “impegni“, non solo di sottoscrizioni), ma l’impressione è che i vecchi azionisti non vogliano restare in panchina e lasciare il campo libero ad Atlante.

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