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Mentre in una generale e comprensibile indifferenza i cinesi conquistano l’Inter e si accingono a fare la stessa cosa con il Milan, la città affronta la sfida conclusiva di una campagna elettorale che non avrà scaldato i cuori e risvegliato le passioni dei milanesi ma si è caratterizzata per la correttezza e lo stile dei candidati e per la concretezza degli argomenti. Non si può sostenere che i candidati siano uguali ma è certamente vero che tra Beppe Sala e Stefano Parisi vi siano stati finora elementi di assonanza, quantomeno sulle priorità. Come era logico attendersi le soluzioni proposte sono differenti. Nei confronti diretti nessuno dei due contendenti ha prevalso nettamente sull’altro.

Nel bene e nel male Sala si è presentato (e non poteva fare diversamente) in sostanziale continuità con la giunta Pisapia, non foss’altro per metabolizzare i veleni che erano stati sparsi a man bassa nei suoi confronti durante le primarie. Qualcuno ha scritto bonariamente che è stato vestito di rosso un candidato che rosso non è mai stato.

Parisi ha ottenuto il risultato, per nulla scontato, di apparire il leader di una coalizione che si presenta nel resto del Paese come eterogenea e rissosa. Non poteva ignorare le identità e le aspettative interne al proprio schieramento ma ha dimostrato determinazione e autorevolezza politica. Il timore, del tutto legittimo, di un Parisi  “prigioniero” della Lega di Matteo Salvini (l’argomento oggettivamente più insidioso da parte del centrosinistra) si è fortemente indebolito, tanto più dopo i risultati elettorali modesti registrati dal Carroccio.

Del resto il fenomeno dell’astensionismo, che accompagna tutte le democrazie occidentali, non va spiegato solo con la sfiducia nei confronti della politica. Nella fattispecie di Milano il calo ulteriore dei votanti può certo essere attribuito al fatto che si votava solo la domenica, ma, come è stato osservato, anche alla percezione diffusa tra la gente comune che il confronto fosse tra candidati “simili”, nessuno dei quali faceva paura o costituiva un pericolo tale da giustificare una “chiamata alle armi”. In altre parole, e questo è un fatto positivo, in larga misura il voto non è stato “contro” ma “per” qualcuno.

Lo scenario del ballottaggio ha però molte variabili. Gli schieramenti rafforzeranno il proprio impegno proprio perché la partita è del tutto aperta. Ma è difficile leggere la realtà di oggi con logiche del passato. L’astensione, o per converso una maggiore partecipazione, quale dei due candidati potrebbe favorire? Gli stessi risultati dei nove Municipi danno segnali contraddittori, il centrodestra vince nelle periferie e il centrosinistra si afferma nelle zone più centrali. Sala e Parisi si concentrano sui votanti dei candidati sconfitti, che del resto non è detto seguano le indicazioni dei leaders. Da un punto di vista logico una parte dei voti di Rizzo confluirà, in nome del “danno minore”, su Sala ma sarà interessante capire cosa vorrà offrire l’ex Commissario di Expo alla sinistra massimalista.

Il voto grillino è quello più ghiotto, ma essendo escluso un accordo elettorale i candidati dovranno conquistare su questioni di merito i singoli sostenitori dei cinque stelle. I temi indicati dall’ex candidato Corrado sono abbastanza chiari, la richiesta di trasparenza dell’amministrazione comunale e di accessibilità alle informazioni per tutti i cittadini e un parco da realizzare in una delle grandi aree rese disponibili dalle trasformazioni urbanistiche della città. La lista riconducibile ai socialisti ha ottenuto un risultato modesto ma anche questa realtà, fatta prevalentemente di militanti, potrebbe incidere sul risultato finale.

Non sappiamo se l’antirenzismo, soprattutto tra i 5stelle, sarà tale da manifestarsi organicamente nelle elezioni comunali. Se così fosse il vantaggio per Parisi sarebbe evidente. Ma le elezioni comunali è bene che restino tali e che i protagonisti siano i candidati, i quali dovranno entrare in sintonia con i cittadini sulla base della loro capacità di spiegare quale futuro intendono costruire per  Milano.

Ciò detto l’approccio culturale al cambiamento di Parisi, soprattutto nella pubblica amministrazione, è comunque un forte elemento di attrazione nei confronti dell’elettorato grillino. Sala propone un modello di buon governo e di buon senso che oggettivamente non contiene, per forza di cose, grandi discontinuità. In appoggio a Sala è intervenuto Piero Bassetti, una delle “teste pensanti” della borghesia milanese (a lui si deve l’invenzione del neologismo “glocal“), accreditando una curiosa contrapposizione tra la creatività e la capacità innovativa della tradizione brianzola, cui appartiene Sala e la “cultura degli avanzi” di Roma (città natale di Parisi) che si ingegna soprattutto nell’arte del riciclo. E’ altrettanto curioso che un personaggio dell’alta finanza milanese, protagonista nella promozione di importanti attività culturali, abbia sostenuto che Parisi sarebbe stato il candidato ideale di Matteo Renzi. Certo le grandi identità del secolo scorso sono lontane.

Appare oggi profetico Giorgio Gaber che si interrogava su cosa fosse la destra e cosa fosse la sinistra. Purtuttavia, se si conviene sulla necessità e sull’urgenza di realizzare nel nostro Paese un modello politico fondato sull’alternanza tra schieramenti che rappresentano realtà diverse ma che si legittimano reciprocamente come forze di governo, queste elezioni milanesi saranno utili.

Come arrivano al ballottaggio Giuseppe Sala e Stefano Parisi

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