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“La storia la cambiano i folli”, ha scoperto nella sua autobiografia il segretario leghista Matteo Salvini, che ha perciò rinunciato ad un ogni remora, personale o politica, proponendosi come successore di Silvio Berlusconi. Un successore brusco, perché afferma il diritto di “togliere il pallino” all’ex presidente del Consiglio, non essendo più “il consenso popolare dalla sua parte”. Ed essendo Forza Italia “un partito in calo, indebolito da faide interne”: quelle emerse, in particolare, nella Capitale.

E’ proprio a Roma che nel partito dell’ex Cavaliere si sono scontrati i tifosi della candidatura di Giorgia Meloni a sindaco, sostenuta da Salvini, e quelli della candidatura di Alfio Marchini, di cui in verità sembrava all’inizio convinto anche il segretario leghista.

Berlusconi, si sa, ha scelto alla fine Marchini, facendo ritirare dalla corsa Guido Bertolaso, messo precedentemente in campo con il consenso sempre di Salvini, e della Meloni. Che dicono però di averne rapidamente scoperto l’inadeguatezza, facendo le pulci ad ogni parola che pronunciava, ad un ogni aggettivo che usava, ad ogni smorfia del viso, ad ogni barzelletta, ad un ogni presunta o vera gaffe, mandandolo insomma in tilt. E infine contrapponendogli direttamente la sorella dei Fratelli d’Italia, apparsa per un po’ schiva con l’improvviso annuncio di una felice e attesa gravidanza.

In attesa della bambina – pare infatti che sia una femminuccia quella che porta in grembo – la Meloni ha partorito la sua candidatura ormai contro tutto e tutti, sostenuta da un Salvini politicamente pompatissimo, imbaldanzito anche da una foto, stretta di mano e scambio di battute negli Stati Uniti con Donald Trump. Che è il candidato alla Casa Bianca capace di fare raddrizzare i capelli anche al suo partito, quello repubblicano.

Nel loro piccolo, la Meloni e Salvini a Roma si sono messi contro i vecchi alleati di governo, Berlusconi, fuoriusciti da Forza Italia e centristi vari, e contro molti degli stessi ex camerati missini, o post-missini, della sorella dei Fratelli d’Italia: dal pur pensionato Gianfranco Fini all’ancora ruspante Francesco Storace. Tutta gente che la Meloni liquida come specie politicamente estinta e ormai all’inconsapevole servizio dell’odiatissimo, da lei, Matteo Renzi. Al quale Berlusconi avrebbe fatto il regalo della candidatura di Marchini per favorire il candidato renziano Roberto Giachetti nella corsa al ballottaggio con la grillina Virginia Raggi. Peccato però, per la Meloni, che nei sondaggi, per quello che naturalmente valgono, sia proprio Marchini, e non Giachetti, né lei, a tenere più testa alla Raggi.

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Dopo questa sommaria, molto sommaria ricostruzione dei fatti, al netto di un’infinità di particolari a dir poco imbarazzanti, si può ben dire che Salvini è arrivato all’elogio della follia esattamente 515 anni dopo la prima pubblicazione dell’omonimo saggio di Erasmo da Rotterdam.

Si è completata anche una rivoluzione culturale della Lega, passata dalla secessione sognata da Umberto Bossi prima dell’incontro con Berlusconi al nazionalismo lepenista delle frontiere presidiate, ma attraverso letture e bagni rinascimentali.

Il vecchio Bossi, avvicinato ogni tanto dai giornalisti, rimpiange forse i tempi in cui anche a lui piaceva fare o sembrare folle, con quella storia della secessione, dei riti padani e delle pernacchie a chi sventolava dalle finestre di Venezia il tricolore italiano. Ma non si riconosce nella “follia” vantata dal suo successore, tanto da dire che, se potesse votare a Roma, preferirebbe Marchini alla Meloni.

Il nuovo segretario leghista, il Matteo padano, si è evidentemente convinto che sia arrivato per l’Italia il tempo di uno schieramento di destra-centro, rovesciato rispetto al centro-destra inventatosi da Berlusconi nel 1994. Un destra-centro però dove si vede la destra, abbastanza bene, ma francamente non si vede il centro, andatosene o assestatosi da tutt’altra parte. Un destra-centro giustamente irriso sul Giornale della famiglia Berlusconi dal direttore Alessandro Sallusti, orfano ormai di Vittorio Feltri. Che si è appena trasferito, o è tornato a Libero per processare politicamente Berlusconi e invitarlo al ritiro, anzi all’espatrio, convinto forse pure lui, con Salvini, che sia arrivato il momento del destra-centro, visti gli elogi riservati a quella “peperina” della Meloni. Ma convinto anche, a dispetto delle attese e degli annunci di Salvini, che Matteo Renzi stia tentando di fare quello che non riuscì o non volle fare Berlusconi al governo e sia comunque destinato a vincere il referendum autunnale sulla riforma costituzionale perché contro di lui ci sarebbe il “nulla”.

I due, Vittorio Feltri e Matteo Salvini, avranno modo di chiarirsi. Intanto su Libero le loro firme e i loro pezzi sono comparsi uno sopra l’altro.

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Un po’ di follia si avverte e si pratica anche sul versante del governo. Dove Matteo Renzi, prima di essere raggiunto anche dalla tegola della condanna in primo grado per evasione fiscale del segretario regionale sardo del Pd Renato Soru, aveva cercato di minimizzare l’arresto del sindaco pidino di Lodi per turbativa d’asta sfottendo chi, dalle sue parti, denunciava o sospettava complotti o campagne giudiziarie contro il partito, ma spiazzando il suo rappresentante al Consiglio Superiore della Magistratura, Giuseppe Fanfani, insorto contro l’ordinanza delle manette, peraltro criticata anche da Pier Luigi Bersani.

Il povero Giuseppe Fanfani, subito attaccato naturalmente dal sindacato delle toghe, è stato costretto a ripiegare puntualizzando di non voler fare aprire alcuna pratica sulla vicenda lodigiana. Intanto suo zio Amintore continua a rivoltarsi nella tomba per avere visto anche i suoi sei governi nella lista renziana dei 63 “dormienti” avvicendatisi prima dell’ex sindaco di Firenze nella storia settantennale della Repubblica.

Matteo Salvini, Erasmo da Rotterdam, la follia e le salvinate

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