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I primi due mesi dell’anno hanno visto un netto rallentamento dell’avviamento di nuovi rapporti di lavoro. È questo il dato che emerge dall’Osservatorio sul precariato, aggiornato ieri dall’INPS con i dati di febbraio 2016. In particolare abbiamo il 15% in meno della totalità dei contratti avviati, dato che sale al -33,5% se isoliamo i contratti a tempo indeterminato. Non va meglio per il contratto a termine che, pur non presentando variazioni elevate, cala del 5,8%. Unico caso leggermente positivo è quello del contratto di apprendistato che, con la riduzione degli incentivi per le assunzioni a tutele crescenti (ridotti al 40% rispetto al 2015), è tornato ad essere l’istituto più vantaggioso con il quale assumere.

E sembra essere proprio la fine degli incentivi la causa principale di questo crollo di attivazioni. Dopo il boom di dicembre ‘15 l’INPS ha iniziato a rilevare una caduta tra le assunzioni a tempo indeterminato che sono passate dalle 320mila di gennaio-febbraio 2015 alle 212mila del 2016, più basse perfino del bimestre 2014, anno nel quale la decontribuzione non era in vigore neanche nella sua versione ridotta, ma che aveva visto 259mila assunzioni con questo contratto. Ed è proprio questo il dato preoccupante. Era infatti altamente probabile, se non scontato, che gli ultimi mesi di incentivi avrebbero portato le imprese ad anticipare alcune assunzioni ma era difficile immaginarsi un crollo così ampio. Se vediamo infatti le percentuali delle tipologie contrattuali con le quali vengono stipulate le assunzioni emerge chiaramente lo scarto negativo che il 2016 sta portando con sé. Se lo scorso anno nei primi mesi dell’anno il 40,3% dei nuovi contratti erano a tempo indeterminato, quest’anno siamo fermi al 33,8%, molto meno del 37,5% del 2014.

E che il saldo netto (assunzioni meno cessazioni) dei contratti a tempo indeterminato sia positivo (+37mila) lo dobbiamo unicamente alle trasformazioni dei contratti a termine, anch’esse in calo. Se infatti non le considerassimo, e volessimo tener conto solo dei rapporti di lavoro stipulati per la prima volta, avremmo un saldo negativo di 41mila contratti. Numeri molto peggiori del 2014, quando anche senza la decontribuzione, le trasformazioni erano 20mila in più.

Numeri a parte, è possibile fare qualche considerazione, in attesa di vedere come si evolverà il panorama nei prossimi mesi. Come premessa ricordiamo che stiamo parlando di contratti, non di posti di lavoro. A certificare il calo di oltre 90mila posti di lavoro nel mese di febbraio era già stata l’Istat con i dati pubblicati il 1 aprile. Il calo dei contratti però è molto indicativo per valutare quanto gli incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato disponibili nel 2015 abbiano modificato o meno la natura del mercato del lavoro italiano. L’obiettivo del governo infatti era quello di una inversione di rotta qualitativa, riportando il cosiddetto “lavoro stabile” ad essere la modalità principale di rapporto professionale. Contrariamente a quanto numerosi trend internazionali indicano da tempo, si è pensato che il lavoro subordinato classico potesse essere ancora la forma da “imporre”, per via fiscale, alle imprese.

I numeri di questi primi due mesi fanno presagire che non sia così. In particolare il fatto che si sia tornati a cifre notevolmente inferiori rispetto a quelle del 2014 porta a pensare che l’operazione del governo sia stata un po’ una lotta contro i mulini a vento della grande trasformazione del lavoro. Questo sembra confermato anche dall’unico rapporto di lavoro che continua a crescere (+45% in questi due mesi): il voucher. È probabile che diversi datori di lavoro, non potendo più utilizzare quelle forme contrattuali flessibili eliminate dal Jobs Act e non riscontrando i presupposti per instaurare un contratto a tempo indeterminato, si trovino ad utilizzare quella che è la forma più semplice per garantirsi la flessibilità a loro necessaria. Questo non senza rischi per la legalità dei contratti e delle effettive ore lavorate, che con i voucher rischiano di essere coperte solo parzialmente, riportando alla ribalta proprio quello che i voucher stessi dovevano (e stavano riuscendo) a sconfiggere.

Non si tratta più di essere gufi o di fare un #ciaone al governo, perché questi dati fanno male e si traducono in una maggiore difficoltà sociale e umana per migliaia e migliaia di lavoratori. Si tratta di riconoscere i numeri per quello che sono, di non continuare a far finta che i problemi non ci siano quando emergono, per poi festeggiare non appena un dato negativo (spesso decontestualizzato) viene pubblicato. Cominciamo a pensare a dei cambi di rotta, a partire da politiche industriali, del lavoro e della formazione in dialogo tra di loro, coscienti che la legge non crea lavoro, ma di certo può aiutare a stimolare la crescita e l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.

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