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Fra i conservatori moderati, sta diventando un ritornello: “Scordatevi Trump. Tocca a Ryan”. E’ più una speranza che una previsione. L’ipotesi della nomination allo speaker della Camera Paul Ryan è infatti subordinata alla condizione di arrivare a Cleveland a luglio con una “convention aperta”, cioè senza che nessun aspirante abbia raggiunto la maggioranza assoluta dei delegati repubblicani, cioè 1237 su 2473. Donald Trump è nettamente avanti ai suoi rivali, ma gli sarà molto difficile toccare quella quota, anche se dovesse vincere, com’è probabile, a New York il 19 aprile.

In caso di “convention aperta”, o, come dicono gli americani, “brokered convention”, Ryan, deputato del Wisconsin e nel 2012 candidato vice in ticket con Mitt Romney, è l’uomo su cui punterebbe l’establishment del partito, che aborre Trump e non vede bene il senatore del Texas Ted Cruz – entrambi considerati perdenti l’8 novembre contro Hillary Clinton –. Quanto al candidato moderato rimasto in corsa, il governatore dell’Ohio John Kasich, o al senatore della Florida Marco Rubio, che s’è ritirato, ma conserva i suoi delegati, l’establishment si rende conto della loro scarsa presa sull’elettorato.

Ryan, di cui molti attendevano la candidatura alla nomination l’estate scorsa, nega tutto, ma si tiene ai margini della campagna: neppure nel Wisconsin, il suo Stato, dove s’è votato all’inizio di aprile, s’è pronunciato per l’uno o per l’altro candidato. Resta, quindi, in pole position se ci sarà d’assumere un’investitura di compromesso nel nome dell’unità del partito. Con lui ci sarebbero pure grandi finanziatori del partito repubblicano, specie i fratelli Koch.

Un sondaggio pubblicato lunedì da WSJ/Nbc/Marist fa, però, suonare un campanello d’allarme per chi pensa di manipolare una “convention aperta”: per due elettori repubblicani su tre, la nomination dovrebbe comunque andare a Trump, se ci arriverà con più delegati dei rivali; e una maggioranza è contraria a designare candidato qualcuno che non abbia partecipato alle primarie. Due sentenze che suonano pollice verso per Ryan e i suoi sostenitori.

I sondaggi, però, sono equanimi e fanno suonare un campanello d’allarme anche per Trump, perché, dice un rilevamento GfK per conto della Ap, gli americani si fidano di Hillary Clinton ben più che di lui. Solo sull’economia il magnate dell’immobiliare gode di un credito quasi pari a quello dell’ex first lady.

Sono più chiari, invece, i giochi fra i democratici, dove il vantaggio di Hillary su Bernie Sanders, almeno in termini di delegati, appare difficile da colmare, tanto più che i prossimi appuntamenti delle primarie, a New York e sulla Costa Est, sono, sulla carta, favorevoli alla battistrada.

Convention aperta, gli elettori non vogliono giochetti

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