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Dall’estate del 2015 la popolazione irachene è scesa in strada, nelle maggiori città del Paese, per manifestare il proprio malcontento nei confronti di una classe politica che considera corrotta e incapace. Supportato da Muqtada Al-Sadr e dal Grande Ayatollah al-Sistani –  due figure religiose di grande rilevanza per l’Iraq, Paese a maggioranza sciita  il popolo sembra aver raggiunto una prima tappa importante.

Domenica 27 marzo Al-Sadr  oramai leader a tutti gli effetti della protesta  è stato accolto dal Primo Ministro iracheno Haider Al-Abadi. Scopo dell’incontro, far valere le rivendicazioni avanzate dalla popolazione.

AL-SADR ENTRA NELLA GREEN ZONE

Dopo mesi di proteste, tendenzialmente pacifiche, Muqtada Al-Sadr – leader del movimento sadrista, partito al quale appartengono 32 parlamentari, e dell’esercito del Mahdi, oggi sciolto ma in passato noto per la guerra combattuta con gli Stati Uniti nella seconda guerra del Golfo – è stato accolto domenica 27 marzo all’interno della green-zone di Baghdad, sede delle istituzioni, nazionali e internazionali, nonché “emblema della corruzione del governo e dell’occupazione straniera”, come scrive Al Jazeera.

“Miei amati manifestanti, entrerò nella zona verde da solo, unicamente accompagnato dagli uomini della sicurezza. Mi siederò nella zona verde e nessuno di voi si muoverà”. Così Al-Sadr si è rivolto alla folla di manifestanti poco prima di accedere all’area blindata, riporta il quotidiano giordano Jordan Times.

Al-Sadr è entrato nella zona verde per incontrare il Primo Ministro Haider Al-Abadi e chiedere un rimpasto di governo, per epurarlo da tutti quei volti corrotti che – stando agli osservatori internazionali – insozzano la politica irachena e non si curano degli interessi della popolazione.

In seguito all’incontro, il parlamento iracheno ha dato un ultimatum al Primo Ministro – come si legge sul Jordan Times – che entro giovedì dovrà presentare un nuovo Gabinetto, formato da tecnocrati, imparziali e competenti.

Sebbene Al-Sadr sia visto come una minaccia dal governo iracheno, al momento le sue intenzioni sembrano essere tutt’altre. “I sadristi vogliono cambiare un sistema per cui nell’apparato di governo iracheno a Sciiti, Sunniti e Curdi spettano delle posizioni prestabilite […] Abbiamo bisogno di riformare l’intero sistema, l’architettura intorno cui si erige e la gerarchia dei ministri”, dice Diha al-Assadi, altro membro del movimento sadrista. Dopo la caduta di Saddam Hussein, salito al potere nel 1968 in seguito a un colpo di stato, il Paese ha fatto fatica a raggiungere un grado anche solo minimale di stabilità. L’elevato tasso di frammentazione che caratterizza il tessuto socio-culturale iracheno – clevages li chiamano gli esperti di scienza politica – e, in origine, le modalità scriteriate secondo cui lo Stato è stato creato, hanno messo a dura prova la governabilità del Paese.

L’IMPOTENZA DI AL-ABADI

Anche se 170 parlamentari su 245 abbiano votato in favore della decisione di stabilire una data di scadenza – come riporta il Jordan Times – c’è parecchio scetticismo riguardo il fatto che Al-Abadi possa riuscire nell’impresa. Il Primo Ministro, infatti, fin dall’inizio del suo mandato – quando fu privato della possibilità di scegliere i ministri che avrebbero fatto parte del suo governo – ha avuto modo di testare l’ostruzionismo praticato nei suoi confronti dalle forze politiche irachene.
Il ben intenzionato Al-Abadi, infatti, vorrebbe “sbarazzarsi di alcuni ministri che si comportano come se fossero a capo del governo” – scrive Al-Jazeera, riportando una fonte proveniente dalle alte sfere del potere iracheno – tuttavia è lo stesso blocco Sciita ad opporre resistenza all’opera di rinnovamento, commenta il Jordan Times.

UNA MANIFESTAZIONE PACIFICA

Venerdì 18 marzo le manifestazioni si sono spostate nei pressi della zona verde, sebbene non fossero state autorizzate dal governo iracheno, al fine di lanciare un forte messaggio simbolico. Il giorno precedente, Al-Sadr aveva criticato l’area, e tutto quello che rappresenta, poiché “baluardo della corruzione in Iraq”, riporta il quotidiano on-line indipendente Middle East Eyes. Non a caso il Paese è sempre risultato uno dei più corrotti al mondo e figura alla centosessantunesima posizione, in una classifica di centosessantotto stati, nell’ultimo indice di trasparenza stilato da Trasparency International.

“Senza violenze, senza conflitti, senza guerre tra comunità e religiosi: siamo qui perché vogliamo ricostruire l’Iraq, e lo vogliamo fare su basi diverse”, scrive Osservatorio Iraq riportando la testimonianza di Firas, un cittadino di Baghad che ha partecipato alle proteste fuori dalla zona verde. “È importante sottolinearlo, perché del nostro paese si parla quasi esclusivamente di sangue, guerre e violenze. Negli ultimi tempi, poi, tutti hanno ricominciato a parlare di Iraq a causa di Daesh, che è sicuramente un problema grande, ma non come gli interessi e gli affari delle potenze straniere che hanno distrutto il nostro paese negli ultimi quaranta anni”, prosegue Firas.
La comunità internazionale, infatti, sebbene tenga gli occhi puntati sull’Iraq per via della presenza dei miliziani dell’Isis che seminano terrore e si accingono a creare uno Stato a tutti gli effetti, poco sembra essere interessata a quello che accade nel resto del Paese, dove uno stato legittimo già esiste, ma fa fatica ad assolvere i propri compiti.

GLI INIZI

Il colloquio tra Al-Sadr e Al-Abadi costituisce un importante punto di arrivo, ma non il traguardo ultimo, della marcia pacifica intrapresa dal popolo iracheno a partire dall’estate del 2015.

Il sedici luglio, in seguito all’ennesima giornata all’insegna del caldo torrido – le temperature si aggiravano intorno ai 50 gradi – e della mancanza di elettricità, centinaia di iracheni hanno deciso di scendere in piazza a Baghdad, Najaf e Bassora.  “La lotta contro la corruzione e la scarsità dei servizi pubblici sono le richieste più importanti arrivate dalle piazze”, afferma Hisham al-Mozany, residente di Baghdad, che ha partecipato attivamente alle dimostrazioni e raggiunto telefonicamente da Osservatorio Iraq. “Ma in generale” – prosegue – “siamo qui tutti per chiedere la fine del sistema clientelare che influenza l’Iraq a più livelli. Perché la corruzione in questo paese era ben radicata ovunque da molto tempo prima che scoppiasse il fenomeno Daesh”, sebbene questo goda di un’attenzione mediatica maggiore.

Qualcosa ha cominciato a muoversi ad agosto quando, non a caso, Muqtada Al-Sadr e il Grande Ayatollah al-Sistani – che poi avrebbe reso noto di ritirarsi, per tornare ad occuparsi solo di questioni strettamente religiose il sei febbraio dell’anno successivo – hanno deciso di scendere in campo a sostegno dei manifestanti.

Annunciato proprio a inizio agosto, e approvato l’undici del mese in Parlamento, il pacchetto di riforme promosso da Al-Abadi prevedeva l’abolizione di innumerevoli cariche di vice, presidenziali e ministeriali, la chiusura di alcune agenzie governative considerate superflue, la riduzione dei ministeri e l’abolizione delle quote settarie per le posizioni politiche più alte. Ad oggi, tuttavia, le riforme non sono state attuate, motivo per cui le manifestazioni sono proseguite incessantemente, fino ad arrivare a ridosso della green-zone.

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