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Nella serata di venerdì i Kurdistan Freedom Falcons (TAK), un gruppo semi-indipendente legato al partito dei lavori curdi e alla milizia Pkk, ha rivendicato sul proprio sito internet l’attentato di mercoledì ad Ankara, dove hanno perso la vita 28 persone, di cui circa una ventina erano militari turchi (pare piloti dell’aviazione), e altre 61 sono rimaste ferite. L’attacco sarebbe stato compiuto da un uomo del Battaglione immortale dei TAK.  Nello stesso messaggio la motivazione, e cioè la rappresaglia per le operazioni militari del governo centrale nel Kurdistan turco, e l’invito ai turisti stranieri a non recarsi in Turchia per evitare di finire vittime di attentati. Nello statement del gruppo è stato indicata anche l’identità dell’attentatore: Zinar Raperin nato nel 1989 nella regione orientale di Van; di etnia curda, era coinvolto dal 2011 nella “lotta per la libertà” con i Falchi.

Il TAK è considerato dal PKK un gruppo scissionista fuori controllo.

Giovedì il primo ministro turco Ahmet Davutoglu aveva dichiarato che l’attentato era stato opera dell’Ypg, l’Unità di protezione popolare dei curdi siriani, diffondendo anche il nome del presunto attentatore: Salih Necar, che non coincide con quello dichiarato nel rivendico. Secondo quanto detto dal governo, i curdi siriani avrebbero agito sfruttando l’appoggio logistico fornito dal Pkk, ma Saleh Muslim, leader e co-presidente del partito Pyd, componente politica della milizia, aveva dichiarato l’estraneità della sua organizzazione alla vicenda, perché, ha detto, “non consideriamo la Turchia un nemico”.

La dichiarazione di Davutoglu era stata accolta subito con scetticismo sia negli Stati Uniti che in Europa, dove in molti tra politici, analisti e osservatori, hanno pensato potesse essere una forzatura per creare un escamotage valido per intervenire in Siria (contro i curdi ma non solo).

A complicare la situazione un altro attentato avvenuto giovedì, che ha colpito stavolta il sud del paese. Sette morti tra i soldati turchi, saltati su una mina ad attivazione remota nei pressi di Diyarbakir, la città che è considerata la capitale culturale del Kurdistan turco; il tipo di attacco e il luogo possono far supporre che anche questa azione sia opera del Pkk.

CHIUDERE INCIRLIK

Gli attentati da parte di gruppi curdi al centro della capitale alzano il livello della tensione ad Ankara. C’è il rischio che la Turchia chiuda l’uso della grande base di Incirlik per ritorsione all’appoggio militare concesso dagli americani ai curdi dell’Ypg, che i turchi considerano un gruppo terroristico. I rapporti con Washington sono ai minimi., anche perché il presidente Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che in Siria l’Ypg sta usando le armi fornitegli dagli Stati Uniti contro i civili. La decisione di chiudere Incirlik, dopo che l’apertura era arrivata soltanto ad operazioni avviate da tempo, sarebbe un pasticcio logistico per la Coalizione a guida americana che combatte lo Stato islamico, dato che la posizione geografica della base rende possibile abbattere i costi di missione e di accorciare i tempi di reazione, aumentando l’efficienza dell’azione contro il Califfato.

LA BUFFER ZONE

La Turchia ha reagito agli attacchi di Ankara e Diyarbakir colpendo postazioni del Pkk in Iraq, dove i combattenti curdi approfittano del prolungarsi del confine turco verso est per rifugiarsi e trovare protezione sul lato iracheno: l’esercito ha comunicato di aver ucciso una settantina di militanti, molti con incarichi di comando. Contemporaneamente sono stati colpiti ancora una volta i curdi dell’Ypg in Siria, che però continuano ad avanzare sul corridoio nord di Aleppo, godendo anche dell’appoggio dei raid aerei e dell’artiglieria russa.

Il governo turco ha dichiarato la presa della città di Azaz da parte dei curdi siriani una linea rossa che non tollererà. Da mesi Ankara chiede che venga concessa una zona cuscinetto al proprio confine: una striscia che si approfondisca per circa 10 chilometri verso la Siria e che si estenda per quanto possibile (perché formalmente l’area è controllata dallo Stato islamico) tra Azaz e Jarablus. Sulla zona i turchi vorrebbero vietate anche le attività aeree del governo siriano e dei russi.

È possibile che Ankara sfrutti gli attentati di mercoledì e giovedì per accelerare i tempi della propria agenda; anche se fino a qualche giorno fa era molto lanciata nel sollevare la possibilità di schierare propri soldati in Siria, magari al fianco dei sauditi, ma poi ha fatto un passo indietro sostenendo che la disponibilità restava ma doveva trattarsi di un’operazione tra alleati, ossia chiedeva un qualche placet americano perché creare una zona cuscinetto non è facile, e la Turchia sa che unilateralmente non è in grado di farlo.

PERCHÉ?

Creare la buffer zone ha tre significati per Ankara: il primo, distanziare la guerra e i profughi, aiutarli come già sta facendo in territorio siriano senza farli entrare nei propri confini (in Turchia ci sono già oltre due milioni e mezzo di sfollati dalla guerra civile siriana, una situazione complicata); secondo, garantirsi un corridoio con cui dare supporto ai gruppi di ribelli amici che combattono al nord, via attualmente bloccata dall’avanzata governativa; terzo, impedire ai curdi siriani di chiudere l’ultimo pezzo del Rojava, a cui manca esattamente quella striscia di territorio su cui Ankara vorrebbe piazzare il suo ammortizzatore. La buffer zone è più che altro un piano strategico, è chiaro.

IL CUSCINETTO DI ANGELA

La cancelliera tedesca Angela Merkel ha dichiarato lunedì in un’intervista di vedere di buon occhio la creazione di una no-fly zone al nord della Siria: “Nella situazione attuale, sarebbe utile se ci fosse un settore in cui nessuna delle parti in conflitto possa effettuare attacchi dall’aria, una sorta di no-fly zone” ha detto al quotidiano Stuttgarter Zeitung. Una linea su cui precedentemente la Germania aveva esposto contrarietà, così come gli Stati Uniti. Ma già dalla visita ad Ankara di dieci giorni fa, nel pieno della nuova ondata di profughi, Merkel aveva chiuso un occhio sull’attività turca, che ha impostato un campo di fortuna appena al di là del proprio confine e, come detto, fornisce aiuto direttamente in territorio siriano (senza il consenso di Damasco) a chi è in fuga da Aleppo sotto i colpi russo-siriani. Praticamente la cancelliera, senza commentare, aveva avallato l’attività turca.

CONTATTI AEREI TRA RUSSI E TEDESCHI

Le parole di Merkel sono da abbinare con la situazione sul campo e con una notizia uscita giorni fa sulla stampa tedesca. I ricognitori Tornado tedeschi vengono accompagnati anche da caccia russi Su35, però non sono oggetto di manovre di intercettazione o addirittura di tentativi di respingerli fuori dallo spazio aereo, si tratta di incontri che avvengono in maniera professionale e non si registrano incidenti, ha raccontato il comandante del Centro operazioni aeree del Bundeswher il generale Joachim Wundrak al quotidiano tedesco Rheinische Post. “Una sorta di azione di scorta” ha spiegato la Die Welt.

Si tratta di una evidente atto dimostrativo su chi ha la di proprietà del cielo da parte dell’aviazione russa, che vuole sottolineare come i propri jet si muovano all’interno dello spazio aereo siriano come fosse casa loro (perché godono del consenso del governo di Damasco). Difficile discutere in questa situazione di una zona protetta e interdetta al volo: anzi, semmai la Russia ne ha fatta una propria, disponendo super caccia e sistemi anti aerei, artiglieria e soldati, ha interdetto al volo degli altri (per primi i turchi) le zone in cui compie le proprie operazioni, per esempio Aleppo e la la linea che si prolunga fino alla Turchia, tanto cara ad Ankara.

Tutte le convergenze tra Ankara e Berlino per una buffer zone in Siria

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