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Tra i tanti tavoli che impegnano l’Unione Europea, un ruolo di particolare rilievo lo gioca il tema della pensione integrativa, che sta diventando sempre più centrale all’interno delle pianificazioni economiche e finanziarie di medio-lungo termine per gli stati Ue.

Per farla breve, il sistema pensionistico tradizionale sta mostrando, sotto il peso dell’incremento generale del debito pubblico e dell’invecchiamento della popolazione, segni di debolezza strutturale che preoccupano non poco i decisori pubblici.

La soluzione, da molti prospettata come la più adeguata alle attuali condizioni, è un sistema multifattoriale, con la previsione di sistemi di previdenza pubblica che si associano a sistemi di previdenza complementare, a loro volta integrati dal risparmio individuale.

Una sorta di aggregati di risparmio, che consentono di ridurre le spesso fondate preoccupazioni che i cittadini hanno sul proprio futuro.

Una preoccupazione che tuttavia resta spesso intrappolata in una sorta di profezia che si auto-avvera.

Prendendo ad esempio i cittadini italiani, una recente ricerca condotta su cittadini tra i 25 e i 65 anni ha mostrato un risultato di grande interesse: l’83% degli intervistati è preoccupato per la pensione pubblica, l’88% ritiene importante investire sul proprio futuro previdenziale, il 43% ammette di non avere ancora intrapreso alcuna azione per affrontare la questione, e meno del 10% conosce la propria posizione contributiva generale.

Il motivo di tale condizione è semplice e coinvolge due differenti tipologie di dimensioni: da un lato la dimensione strutturale, dall’altro la condizione individuale.

La condizione strutturale è un sistema che in Italia non ha ancora pienamente deciso “da che parte stare”.

Mentre in tantissimi Paesi è ormai stato istituito un processo di auto-enrolment (iscrizione automatica ai Fondi Pensione), in Italia il tema è molto dibattuto, e non è ancora stata assunta una posizione chiara, anche in ambito politico, condizione che incide notevolmente sull’inclinazione all’azione da parte dei cittadini.

Se Regno Unito, Irlanda, Lituania, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia, pur se con grandi differenze attuative, hanno infatti iniziato a sviluppare un meccanismo che “iscriva automaticamente” i dipendenti a forme pensionistiche complementari, in Italia il dibattito sul trasferimento del TFR dall’Azienda ai Fondi pensione è ancora in fase embrionale, e come spesso accade, al centro di un dibattito che nei fatti, pone chi non ha competenze tecniche, in una condizione di “attesa”.

Questa condizione (aspetto di capire che succede perché non so cosa realmente convenga), amplifica quelle che sono già delle condizioni di natura del tutto personale.

Sotto tale profilo infatti, è da rilevare l’incidenza che giocano l’incertezza e il precariato generalizzato che contraddistinguono la vita lavorativa di giovani e meno giovani che si immettono nel nostro mondo del lavoro.

Una condizione, quella del precariato, che soltanto in parte può essere descritta in termini di “conteggio”, perché come ben argomentato da una riflessione di Pagella Politica, non basta semplicemente analizzare i contratti di lavoro a termine, ma bisogna tenere in considerazione anche i tirocini, e il numero di dipendenti mascherati.

A tali condizioni poi, va introdotta anche la dimensione dell’economia sommersa, che pur resiste.

Anche assumendo un conteggio puntuale, è però da comprendere che la dimensione del precariato non dipende soltanto dalla contrattualistica.

Include anche la dimensione del tessuto economico e, in qualche modo, la cultura imprenditoriale del nostro Paese.

In un contesto economico ancora distante dalla vera crescita dell’economia reale, e contraddistinto da una presenza quasi totale di soggetti imprenditoriali di dimensioni molto piccole, può considerarsi precario anche colui che ha un contratto a tempo indeterminato con una società sottocapitalizzata e poco strutturata, facilmente esposta a shock esogeni anche di minima portata.

Se a ciò aggiungiamo un livello del reddito reale che non è cresciuto al pari di quanto è accaduto in altri Paesi del blocco europeo, allora la condizione per un giovane laureato che entra nel mondo del lavoro è troppo incerta per poter pensare, realmente, alla sua pensione.

La dimensione culturale in questo contesto può avere un ruolo fondamentale, ma è necessario pensare a degli strumenti che rendano la cultura finanziaria molto più incisiva di quanto lo sia allo stato attuale.

Interventi che includono anche una sensibilizzazione quotidiana al futuro, e una partecipazione congiunta dell’intera collettività alle azioni previdenziali.

Pensare al proprio futuro deve diventare, in poche parole, un’azione quotidiana da parte dei cittadini, e per ottenere tale risultato una riflessione di questo tipo non può che essere collettiva.

A determinare un cambio culturale concorrono quindi i privati, ma anche le istituzioni, le scuole, le università.

A determinare un cambio culturale concorrono le attività che permettono alle persone di considerare il “risparmio” come un elemento proattivo della propria esistenza.

Una linea può essere quella di iniziare a “semplificare” il futuro. Ad oggi, quasi tutte le posizioni sono generaliste, ma le attuali condizioni di sviluppo (anche in ambito fintech) possono consentire una dimensione un po’ più “a misura di presente” della preoccupazione sul futuro dei giovani e dei meno giovani.

Dividere il futuro del tempo libero da quello delle prestazioni sanitarie, dividere le preoccupazioni per i figli da quelle della propria senilità.

Piccoli passi che pur non modificando in modo immediato l’atteggiamento che gli Italiani hanno sul futuro, possono tuttavia introdurre dei meccanismi culturali più semplici.

Smettere di pensare al futuro come un elemento incerto che spaventa, ma iniziare a comprendere che in tale incertezza generale ci sono delle cose che si possono immaginare sin da ora.

È chiaro che un risultato di questo tipo non lo si ottiene con una pubblicità progresso, ma con strumenti adeguati, che permettono di familiarizzare con il tema dell’incertezza.

Certo è che se prospettiamo ai cittadini più giovani un presente precario e un futuro incerto non stiamo propriamente invitandoli ad essere ottimisti.

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