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Le accuse reciproche tra Roma e Madrid sono l’indice di antiche e mai sopite rivalità nel contesto politico ed economico internazionale, nascoste all’ombra della Ue. Diversa è soprattutto la storia dei due Paesi ed il loro cammino verso la democrazia che, per la Spagna, è cominciato in ritardo con la fine del Franchismo nel 1975 e con l’ingresso nell’allora Comunità economica europea  nel 1986.

Si è già detto qui della competizione economica che vede la Spagna impegnata a ricoprire con successo – per esempio nel campo dell’automotive – ruoli produttivi che un tempo erano un nostro punto di forza.

Per stare all’immigrazione, in anni passati la Spagna si è blindata avvalendosi di assetti, finanziamenti, procedure Ue e stipulando accordi di cooperazione antimmigrazione con il Marocco. Diversa invece la storia dell’immigrazione irregolare del nostro Paese, caratterizzata da fasi alterne di respingimenti ed accoglienza. La tragica collisione tra la Corvetta “Sibilla” e la motovedetta albanese del 1997 segna un primo punto di svolta in favore del generalizzato soccorso in mare (Sar). Gli accordi con Tripoli del 2008 rappresentano un ritorno alla prassi del respingimento in mare sino a che con il caso Hirsi la Corte europea dei diritti dell’uono (Cedu) non ci ha condannato nel 2012 per aver attuato forme di respingimento collettivo.

Dal 2013, dopo la nota sciagura di Lampedusa, è iniziato un quinquennio di massicci soccorsi della nostra Guardia costiera, anche in acque libiche, che ha consentito l’arrivo in Italia di circa un milione di persone. Rilevante è stato il ruolo della nostra magistratura nell’individuare i responsabili, anche appartenenti a Marina, Guardia costiera e Guardia di finanza, di tali fatti. Alla Corte di Cassazione si deve poi, con il caso Rackete del 2019, l’aver stabilito il principio che ogni operazione Sar di Ong può lecitamente concludersi con l’ingresso in un porto sicuro italiano.

Nulla di questo risulta per la Spagna cui, in aggiunta, è stata spesso addebitata la carenza del dispositivo SAR della Guardia civil nelle Canarie come causa di migliaia di morti.

Anche nel recente caso di Ceuta, colpisce la completa assenza di soccorsi ai disperati che a nuoto cercavano di raggiungere la riva (almeno un centinaio i morti). La Corte suprema spagnola, lo scorso 8 luglio, aveva tra l’altro, stabilito la liceità degli ingressi via mare a Ceuta in assenza (per ora) di barriere antintrusione, facendosi involontariamente beffa di quelli che di recente sono morti nella traversata. Nemmeno la grave crisi del 2018 – quando la Guardia civil uccise a Ceuta 15 migranti che tentavano di scavalcare la recinzione –  ha determinato la cessazione della pratica dei respingimenti coercitivi. Il Tribunale di Ceuta ha archiviato il caso; la Cedu, per gli ingressi irregolari nell’altra enclave spagnola di Melilla, ha invece stabilito nel 2020 (con una decisione discutibile, anche alla luce della precedente condanna dell’Italia) la liceità della  pratica del puschback, trattandosi di persone che non si avvalgono  dei normali canali d’ingresso quali i visa.

Il fatto che la propria politica migratoria fosse marcatamente improntata ai respingimenti, non ha impedito a Madrid di esprimere reprimende verso il nostro Paese simili a quelle di questi giorni. Nei confronti dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, nel 2019 furono manifestate  posizioni  di condanna per la c.d. “chiusura dei porti” alle Ong che sceglievano liberamente un approdo in Italia dopo un intervento SAR non coordinato con le nostre autorità. A confermare l’esistenza di un pregiudizio antitaliano è stato di recente l’ex l’Alto rappresentante Ue Joseph Borrell quando ha detto: “Stop a Schengen illegale: Roma rompe la solidarietà ma senza quel vincolo salta l’Ue”.

Corretto il richiamo alla solidarietà Ue. Ma c’è da chiedersi allora perché la Spagna e la Ue non abbiano appoggiato i tentativi italiani di lanciare una missione di soccorso comune quando nel 2013 – con la crisi delle primavere arabe – iniziarono massicci arrivi verso Lampedusa. Oppure, perché non si siano mai concordate effettive procedure di redistribuzione dei migranti salvati arrivati in Italia, anche armonizzando la legislazione dei Paesi membri in materia di soccorsi praticati dalle Ong.

La verità è che, in ambito europeo, abbiamo affrontato spesso da soli (non riuscendo a far valere le nostre ragioni per incapacità politica) le nostre crisi migratorie durante le quali sono state accolte centinaia di migliaia di persone. I principi di civiltà giuridica sulla base dei quali questo è avvenuto, non solo non ci sono stati riconosciuti ma, nella retorica di Paesi come la Spagna, sono anche assurti a elementi per sostenere la debolezza del sistema Italia.

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