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L’accordo entrato in vigore pochi giorni fa fra l’Iran e la coalizione detta dei P5+1 (Usa, Russia, Cina, Regno Unito e Francia, con la mediazione dell’Unione Europea), ha l’obiettivo di impedire all’Iran di produrre testate nucleari e, al contempo, di dare sollievo alla popolazione iraniana stremata da un decennio di sanzioni rimettendo Teheran sul mercato internazionale del petrolio.
Per comprendere il contenuto dell’accordo faticosamente raggiunto dopo anni di trattative, occorre capire come può essere costruita un’arma nucleare e come è stato trovato un percorso tecnico che permetterà all’Iran di produrre energia atomica senza avere la possibilità di realizzare armi di distruzione di massa.

Una bomba atomica può essere costruita con due tipi di materiali radioattivi: Uranio (come la bomba lanciata dagli americani su Hiroshima) o Plutonio (come quella lanciata su Nagasaki). In entrambi i casi, la produzione parte dal minerale di Uranio. Nei giacimenti si trova principalmente (per il 99.27%) sotto forma del suo isotopo 238 (significa che ha 92 protoni e 146 neutroni per una massa atomica totale di 238), mentre l’isotopo 235 ha tre neutroni in meno e rappresenta solo lo 0.71% del totale. A questi si aggiungono tracce dell’isotopo 234. Di questi, solo l’isotopo 235 (235U), è fissile, cioè può dare luogo a una reazione a catena di fissione nucleare. E’ l’unico isotopo fissile presente in natura.

Per separare l’ 235U dal resto dell’Uranio presente, non è possibile impiegare reazioni chimiche (perché tutti gli isotopi di un dato atomo si comportano in modo identico in qualsiasi reazione chimica) ma si può sfruttare la diversa massa atomica. Per questo, si usano diverse centinaia di centrifughe collegate in serie per separare gli isotopi in base alla massa e ottenere uranio con una più alta percentuale di isotopo fissile. Il Plutonio, invece, non esiste in natura ma viene ottenuto esponendo l’Uranio a un flusso di neutroni all’interno di un reattore nucleare. Questo processo trasforma, attraverso una serie di decadimenti, parte dell’238U in Plutonio 239 (239Pu).
Durante il processo di arricchimento, le centrifughe aumentano la concentrazione di 235U portandola attorno al 5%, mentre la concentrazione necessaria per produrre testate atomiche deve raggiungere almeno il 90%. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ha verificato che l’Iran è riuscito a produrre 235U a concentrazioni che raggiungono il 20%.

Sulla base dell’accordo, l’Iran ha acconsentito a trasformare il suo impianto di arricchimento di Fordo in un centro per la ricerca scientifica. Un secondo impianto a Natanz, sarà depotenziato o chiuso. Rimarranno in attività solo 5000 centrifughe sulle oltre 10000 che erano state costruite, smantellando quelle in eccesso. L’Iran ha anche accettato di limitare l’arricchimento massimo di Uranio al 3.7% e di limitarne l’accumulo a non oltre 300 kg per i prossimi 15 anni. Questi limiti sembrano sufficienti per scoraggiare una immediata corsa alla bomba.

L’Iran stava costruendo ad Arak un impianto nucleare tipo reattore ad acqua pesante. Questa classe di reattori, oltre a produrre energia, è anche in grado di trasformare Uranio naturale in 239Pu utilizzabile per usi militari. Con l’accordo, Teheran ha accettato di modificare l’impianto di Arak smantellando il nucleo originale del reattore e sostituendolo con uno dotato di caratteristiche tecniche tali da renderlo inutilizzabile per la produzione di Plutonio.
In base agli accordi, il nucleo smantellato rimarrà all’interno del Paese, ma il combustibile esaurito prodotto dal reattore ridisegnato – anch’esso utilizzabile per usi militari – sarà portato sotto controllo internazionale ed evacuato all’estero. L’Iran si è anche impegnato a non costruire altri reattori ad acqua pesante per almeno 15 anni.

Intanto, la Russia ha appena consegnato il primo di tre reattori gemelli della classe reattore energetico acqua-acqua ed ha già avviato la realizzazione di due dei gli altri tre previsti dal contratto stipulato con Teheran. Sorgeranno tutti nel complesso nucleare di Busher ed avranno ciascuno la potenza di 915 MW. Nei reattori basati su questa tecnologia, il materiale fissile è costituito da pastiglie di ossido di Uranio a basso arricchimento (da 2.4% a 4.4% in 235U), perciò non si può produrre Plutonio utilizzabile a fini militari. Ma l’Iran ha dichiarato che progetta di costruire altri 20 reattori nucleari per diminuire la propria dipendenza dai combustibili fossili.

In base al trattato, per il momento restano in vigore le sanzioni per l’acquisto di armi e di missili balistici. Ma queste saranno eliminate rispettivamente fra 5 e fra 8 anni per la felicità dei produttori di sistemi d’arma, soprattutto americani.
L’accordo prevede anche che l’Iran si disferà di oltre il 98% dei propri stock di uranio arricchito a varie percentuali e pone stretti vincoli sulla capacità di arricchimento e sulla ricerca nucleare per i prossimi 15 anni, ma le ispezioni resteranno attive per 25 anni. In questo modo, è stato stimato che, se l’Iran decidesse di riattivare un piano nucleare militare clandestino, non potrà ottenere materiale fissile sufficiente per una sola testata atomica in meno di un anno.

Per assicurarsi che l’Iran non possa barare, gli ispettori AIEA avranno libero accesso non solo ai laboratori ed alle industrie connesse con le attività nucleari, ma anche alle istallazioni sotterranee ed alle basi militari. Potranno visitare senza preavviso qualsiasi punto del territorio che si sospetta possa essere connesso con l’arricchimento dell’Uranio oltre i limiti stabiliti, dalle miniere ai mulini per il minerale estratto, dalle centrifughe ai reattori, incluse le industrie che producono i singoli componenti impiegati nell’industria atomica. La scarsa fiducia reciproca, un passato costellato da numerosi tentativi di aggirare gli accordi da parte iraniana e le dimensioni stesse del territorio – vasto cinque volte e mezzo l’Italia – non fanno presagire che gli ispettori avranno un compito facile.

L’Iran è fra i cinque Paesi con le maggiori riserve petrolifere al mondo (150 miliardi di barili, pari al 10% delle riserve mondiali verificate); punta a riguadagnare la sua posizione di secondo produttore OPEC dopo l’Arabia Saudita. Se tornerà ai picchi di produzione raggiunti nel 2006, le sue riserve petrolifere dureranno 98 anni anche se non verranno scoperti nuovi giacimenti. Resta da chiedersi perché sia tanto desideroso di affrancarsi dai combustibili fossili per passare all’energia nucleare.

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