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C’è qualcosa di assai curioso e confuso nelle reazioni di sinistra e destra al discorso del presidente del Consiglio Matteo Renzi a Rimini, davanti al popolo di Comunione e Liberazione.

A sinistra Renzi è stato accusato di avere dato a torto per finito il berlusconismo, parlandone al passato per la “pausa”, cioè per il blocco, che avrebbe procurato al Paese nei vent’anni della cosiddetta Seconda Repubblica, ma continuando a usarne e alimentarne la forza per varare i nuovi assetti della Rai, come è avvenuto di recente, o per portare avanti le riforme, a cominciare da quella del Senato. Che in effetti non sarebbe arrivata al terzo passaggio parlamentare  se Forza Italia non vi avesse concorso, prima di ripensarci.

L’aspetto curioso, e ingeneroso, di questo attacco da sinistra sta nella dimenticanza del passaggio politico e istituzionale più importante di questo 2015, costituito dall’elezione di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica. Un’elezione voluta e gestita da Renzi contro Berlusconi, a costo di rompere il cosiddetto Patto del Nazareno e di complicare il percorso parlamentare delle riforme.

A destra Renzi è stato accusato di avere riproposto l’antiberlusconismo proprio parlandone al passato, dando cioè per finito il fenomeno politico rappresentato dal leader di Forza Italia, e attribuendogli la colpa di avere praticamente paralizzato il Paese. Ma il presidente del Consiglio ha dato questa colpa, o responsabilità, anche all’antiberlusconismo, sia pure “per alcuni aspetti”.

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Più che prendersela con Renzi per l’accusa di avere contribuito, insieme con l’antiberlusconismo, a paralizzare il Paese per vent’anni sia dai banchi del governo sia da quelli dell’opposizione, i sostenitori dell’ex presidente del Consiglio avrebbero dovuto e dovrebbero contestare all’ex sindaco di Firenze il forte contributo dato anche da lui alla lotta pregiudiziale e a oltranza all’uomo di Arcore, sia prima sia dopo l’assunzione della segreteria del Partito Democratico e l’arrivo a Palazzo Chigi.

Pur ancora alle prese con la sua dimensione locale, Renzi nel 2006 non si distinse dall’opposizione parlamentare e referendaria del suo schieramento di centrosinistra alla riforma costituzionale varata dal centrodestra. Che pure gli avrebbe risparmiato adesso la fatica della riforma del Senato e dei rapporti fra lo Stato e le Regioni, perché sarebbe cosa in gran parte già fatta.

A Renzi inoltre i sostenitori di Berlusconi potrebbero più proficuamente contestare il ruolo avuto da aspirante alla segreteria del proprio partito in operazioni di rozzo antiberlusconismo come la decadenza dell’allora Cavaliere da senatore, in applicazione di una legge – quella che porta il nome dell’ex guardasigilli Paola Severino – così  controversa da essere finita per altri casi all’esame della Corte Costituzionale.  Che è la stessa alla quale Luciano Violante nel Pd, contrastato anche dai renziani, propose che il Senato si rivolgesse prima di espellere Berlusconi.

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Un altro passaggio di antiberlusconismo pregiudiziale e ideologico cui Renzi dimentica di avere partecipato è quello in cui, di nuovo come aspirante alla segreteria del proprio partito, contrastò l’abolizione della tassa sulla prima casa. Che è ora diventata a Palazzo Chigi una sua battaglia, avendo sperimentato sul piano pratico i danni procurati, non solo e non tanto ai proprietari di casa quanto all’economia in generale, dalla linea antiberlusconiana da lui praticata solo qualche anno fa.

Piuttosto che attaccarlo, ricambiando le occasioni di contrasto pregiudiziale e ideologico cui Renzi ha concorso, i berlusconiani dovrebbero ora incalzare e incoraggiare il presidente del Consiglio. Che per chiarirsi e chiarire avrà almeno 100 possibilità, quanti sono i teatri dove si è proposto di parlare, in vista delle elezioni amministrative dell’anno prossimo, più che delle elezioni politiche anticipate, immaginate da altri nonostante la indisponibilità di Mattarella a risolvere con “acrobazie” una eventuale crisi di governo.

Tutte le amnesie di Renzi sull'antiberlusconismo (anche renziano)

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