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Ieri sera, una Wall Street già meno entusiasta dell’Europa per le novità di politica monetaria cinese ha incocciato in un “vuoto d’aria” pauroso, perdendo oltre 3 punti nell’ultima ora di contrattazione, in assenza di catalyst credibili. Si è parlato di dubbi sull’efficacia delle misure varate in Cina nello stabilizzare i mercati, anche alla luce dei numerosi studi girati che sostengono che quanto disposto bilancia a mala pena il drenaggio di liquidità seguito alla difesa del cambio.

Personalmente, volendo trovare ad ogni costo una spiegazione, mi butterei sul quadro tecnico, osservando che i minimi di seduta di lunedi sono stati toccati per qualche minuto e quindi un nuovo test era nelle carte (anche se magari non immediatamente).
Comunque sia, è apparso evidente che la price action selvaggia degli ultimi giorni non aveva esaurito i venditori in US, il che non è proprio un sintomo confortante.

Inevitabilmente, la seduta asiatica è partita azzoppata, e con la fiducia nella capacità delle misure PBOC di generare una stabilizzazione dei mercati ai minimi termini.

Con queste premesse, c’è da stupirsi che Tokyo abbia prodotto un rimbalzo, e Taiwan, Sydney e Seul siano riuscite a mettere a segno il secondo progresso consecutivo. Scarsa, per contro, la reazione degli indici cinesi, che dopo aver oscillato a lungo hanno chiuso marginalmente (per i loro canoni) negativi. Un quadro assai deludente, anche se, riandando con la memoria ad altre occasioni in cui stress sui mercati aveva causato reazione da parte dei policymakers, ricordo diversi casi in cui la reazione iniziale è stata negativa (ad es il varo del pacchetto di stimolo US nel 2008 e il meeting ECB del 2 agosto 2012).  Vediamo cosa succede nelle prossime 2 sedute prima di archiviare come fallimento anche questo tentativo. Peraltro la generale tenuta dell’area ha attenuato la negatività ereditata dagli USA.

L’Europa ieri aveva chiuso (a +4.7%) con Wall Street quasi a + 3% per cui il -2% circa con cui ha aperto stamattina è tutto sommato una buona performance. In tarda mattinata, il sentiment ha ottenuto ulteriore supporto dal discorso del Responsabile Economico dell’ECB, dai toni assai accomodanti. Praet ha dichiarato che i recenti sviluppi hanno aumentato i rischi sullo scenario inflattivo, e che la Banca Centrale sta ultimando le stime che informeranno la discussione per il meeting di settembre. Ha aggiunto che il programma di acquisti fornisce ampia flessibilità in termini di size, composizione e durata, e che non c’è dubbio che l’ECB agirà se necessario.

Cosi l’euro, che era un po’ rimbalzato grazie alla risk adversion, ha rotto i minimi di ieri per giungere in area 1.136, e l’azionario è andato quasi in pari complice un (per una volta) buon dato di durable goods orders di luglio in US (dato depurato di difesa e aereotrasporti a 2.2% vs +0.3% atteso) che, per quanto la serie sia piuttosto volatile, conforta un po’ sul lato investimenti, recentemente poco ispirato.

E’ stato un attimo, e  poi Wall Street, con la sua scarsissima vena, si è riappropriata del sentiment, conducendo l’azionario europeo a chiudere più o meno dove aveva aperto. E questo nonostante anche Dudley  abbia ulteriormente allontanato la probabilità di un primo rialzo dei Fed Funds a settembre. L’influente presidente della Fed di New York ha dichiarato che la prospettiva di una mossa tra 20 giorni è “meno entusiasmante”, perchè le condizioni ancora non ci sono e il rallentamento cinese ha significativi impatti sulle commodities (e quindi sull’inflazione).

L’effetto del discorso è stato effimero, sia sull’azionario che sul $, che è tornato a premere sull’€ nonostante il calo del risk appetite.
Vedremo nelle prossime ore se Wall Street ritroverà un po’ di smalto (per il momento il rimbalzo odierno recupera si e no le perdite di ieri) come sarebbe sensato, dopo un crollo che sotto certi aspetti (volatilità implicita, put call ratio etc) non ha precedenti negli ultimi 5 anni. E vedremo se i mercati cinesi valuteranno meglio le mosse PBOC.

Sulla crisi cinese azzardo un paio di osservazioni.
In questi giorni trova largo spazio sui media la cosiddetta “svalutazione dello Yuan” foriera di effetti destabilizzanti sull’economia globale. Ma si può parlare di svalutazione? La Cina ha avuto (e si può dire in senso lato che ha tutt’ora) un peg con $, la qual cosa ha implicato per la divisa nazionale una rivalutazione significativa nei confronti del resto dei paesi negli ultimi trimestri, in particolare del Giappone, diretto concorrente commerciale, e dell’Europa. Per contro, la divisa ha finora ceduto nei confronti del $ meno del 4%. Per il momento la svalutazione cinese è insignificante.

Certo, si può arguire che il movimento attuale sia l’inizio di qualcosa di più serio. Il che è presumibilmente ciò che turba i sogni ai mercati, non senza qualche motivo, visto la scarsa trasparenza degli attori interessati. In realtà sembra difficile che le autorità si imbarchino in una mossa del genere, perchè questa farebbe accelerare parecchio le fughe di capitali dal paese, e impatterebbe negativamente sul debito in $ che abbonda nelle aziende private.
Infine, è lecito dubitare che la Banca Centrale abbia le risorse necessarie per ancorare la divisa a fronte del deflusso di capitali che è già corposo. Ma con oltre 3,5 trilioni di riserve valutarie, personalmente sono disposto a concedergli per un po’ il beneficio del dubbio.

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