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Lunedì sono state diffuse le immagini riprese il 26 gennaio dal satellite israeliano “Aros”, che ha inquadrato la base russa di Latakia, in Siria. Le immagini riprese dal sistema di sorveglianza che Israele ha ufficialmente lanciato nel 2006 con lo scopo di tenere sotto controllo l’attività atomica iraniana (erano tempi pre-deal), e pubblicate dal Fisher Institute for Air and Space Strategic Studies danno un’ulteriore conferma ad informazioni che esperti e osservatori considerano appurate da tempo: Mosca ha inviato in Siria un contingente che ha un’ottica temporale di lunga durata. Non una missione di qualche mese, ma un permanenza.

Nonostante i risultati inconcludenti riportati all’inizio della campagna russa in Siria, cominciata a settembre scorso, “i funzionari della difesa israeliana hanno notato che nel corso delle ultime settimane, l’aiuto militare di Mosca al presidente Bashar Assad sta dando i suoi frutti”, scrive il quotidiano Yedioth Ahronot. Mentre la diplomazia cerca improbabili soluzioni per la crisi organizzando un altro tavolo negoziale a Ginevra dove mancano molti dei principali attori sul campo, il regime avanza e inizia a riconquistare porzioni di territorio grazie all’aiuto russo (nota: è possibile che questa sia una fase, perché il conflitto siriano è stato sempre un tira e molla di vittorie e sconfitte sia per i lealisti che per i ribelli). Territorio su cui Assad potrà far valere i propri diritti nel momento che i negoziati entreranno in una fase più di sostanza.

SUL CAMPO

Lo sforzo russo si concentra sia al nord che al sud, e uno dei principali obiettivi è stato quello di tagliare i rifornimenti che passano dal confine turco e quello giordano ai ribelli. Soprattutto al nord, nella regione di Latakia, che rappresenta la roccaforte della comunità alawita del presidente Bashar el Assad, si vedono i principali successi: riprese diverse località importanti, tra cui Salma (dove i giornalisti sono stati accompagnati in un tour celebrativo della vittoria addirittura dalle forze speciali russe), in una zona che rischiava di cadere prima dell’intervento di Mosca, e la cui caduta sarebbe stata un colpo forse definitivo per Assad.

Al sud i ribelli hanno perso Sheikh Miskin e hanno parlato apertamente del fatto che stanno arretrando a causa dei raid dei velivoli russi e dello scarso coordinamento con il centro logistico di Amman, che finora forniva i rinforzi (era un punto operativo in cui si trovavano anche ufficiali americani, che serviva da background alle operazioni ribelli dell’Free Siryan Army nella fascia meridionale; ora da qualche settimana girano informazioni su contatti tra Giordania e Russia, e forse il primo risultato è lo stop delle attività filo-americane da Amman).

DAL CIELO, CON UN SENSO SIMBOLICO

Aros ha inquadrato diversi aerei nella base di Latakia: almeno 11 bombardieri supersonici SU-24, omologo a quello abbattuto qualche mese fa dalla Turchia, 10 SU-35, e 4 SU-30. Il numero però è parziale, perché da diverso tempi gli analisti considerano che la Russia dispone in Siria di oltre settanta velivoli, tra caccia ed elicotteri. Tra questi, anche supercaccia SU-35 che sono stati dispiegati nella base di Jableh pochi giorni fa (ancora non c’è una conferma ufficiale): “Si tratta di un caccia multiruolo ad alte prestazioni e grande autonomia” spiega la rivista specializzata RID, che può essere rappresentativo dell’impegno di Mosca in Siria, e cioè mettere a disposizione il pezzo migliore del proprio arsenale aereo (tra l’altro è innegabile che questo possa avere anche un secondo fine, economico, utilizzando il contesto siriano come campo di dimostrazione delle potenzialità del velivolo: i cinesi li hanno già ordinati).

LA SITUAZIONE MILITARE

Pietro Batacchi, analista e direttore di RID (Rivista Italiana Difesa, una delle più importanti del settore in Europa) in una conversazione con Formiche.net sottolinea come schierando i SU-35, “per altro abbinati alle batterie antiaeree S400” (inquadrate anche queste dal satellite israeliano. ndr), “i russi hanno chiuso lo spazio aereo siriano” innanzitutto ai turchi “che infatti adesso quando vogliono colpire lo Stato islamico lungo i propri confini lo fanno utilizzando l’artiglieria da terra. È una delle principali mosse militari di Mosca, secondo Batacchi, probabilmente legata anche all’inasprimento dei rapporti con Ankara dopo l’abbattimento del jet. “Altro aspetto interessante è il blocco posto nell’area di Latakia alla forte componente ribelle Jaysh al Fatah” aggiunge Batacchi.

“Per il momento i russi viaggiano ad una media di 60 raid aerei al giorno, molti di più di quelli della Coalizione guidata dagli Stati Uniti, che hanno permesso al regime di iniziare, dopo mesi, a recuperare territorio” anche se “per arrivare ad obiettivi più ambiziosi, come la riconquista di Aleppo o di Idlib (sottratta al regime lo scorso anno proprio per mano di JaF. ndr) i russi dovrebbero quantomeno raddoppiare il proprio impegno”. Gianandrea Gaiani, direttore del sito specialistico Analisi Difesa, aggiunge una nota in più dal punto di vista dell’azione militare russa: “È vero che stanno colpendo tutti i gruppi ribelli (cioè non solo l’Isis. ndr) ma lo stanno facendo in modo più efficace della Coalizione US-led perché oltre ad aver un numero maggiore di missioni giornaliere, si concentrano soltanto sulla Siria, e attaccano il nemico in modo coordinato ad operazioni terrestri, dove le forze del governo insieme agli uomini di Hezbollah, alla milizie sciite e ai consulenti iraniani, si stanno dimostrando più proficui dell’esercito iracheno o ai combattenti ingaggiati in Siria dagli occidentali”. (Accompagnare le truppe di terra, il Close Air Support, è una della nuove strategie proposte dal Pentagono).

LE MIRE GEOSTRATEGICHE

“Stanno conducendo una guerra vera” aggiunge Gaiani, “fatta del logoramento dei ribelli, delle loro posizioni, dei loro approvvigionamento”, certo “da lì a dire che riusciranno a riconquistare tutta la Siria facendola tornare sotto il controllo di Damasco, il passo è lungo”. I russi conducono le operazioni con un chiaro obiettivo geostrategico di politica interna, innanzitutto: “Sanno che se cade Assad la prossima frontiere del jihad sarà il Caucaso”, spiega Gaiani; il Caucaso è tra l’altro un’area su cui la Turchia potrebbe giocare ruoli clandestini e di rappresaglia. Inoltre “un dato inconfutabile, confermato anche dalle immagini trasmesse da Aros, è che i russi si installano massicciamente nel cuore del Medio Oriente, un fatto strategico senza precedenti, mai visto nemmeno nel periodo della Guerra Fredda” aggiunge Batacchi; “Obama s’è disimpegnato dal Medio Oriente seguendo la filosofia dei vuoti, ma quei vuoti sono stati riempiti da forze militari di primo piano”. A questo, secondo l’analista di RID va aggiunto che la Flotta del Mar Nero, dopo l’annessione della Crimea e con il conflitto siriano, è tornata a battere il Mediterraneo, e cioè “si segna la presenza di un’altra grande potenza nell’area mediterranea”. “Ora ─ aggiunge Batacchi ─ è interessante capire se la Russia sarà in grado mantenere attiva questa presenza” visto che il paese non gode di una condizione economica rosea.

Cosa fa davvero la Russia in Siria

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