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Il viaggio in Italia del presidente iraniano Rohani avviene all’insegna di vistose contraddizioni. Il leader islamico giunge nel nostro Paese mentre è in corso una campagna per i diritti delle coppie omosessuali nonché all’inizio delle commemorazioni degli orrori subiti dal popolo ebraico durante la Shoah: due temi che, nella Repubblica islamica, sono tabù. Non è un mistero che in Iran i gay siano una delle tante categorie perseguitate né lo è l’ostilità degli ayatollah verso quella che etichettano “entità sionista”.

Ciononostante, è palpabile la fibrillazione per una visita promettente sul fronte della lotta al terrorismo jihadista e ancor più per le prospettive di un rafforzamento della cooperazione economica e della politica energetica del nostro Paese. L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha enfatizzato le grandi potenzialità insite nell’apertura ad una nazione che possiede le più grandi riserve mondiali di gas e ha ricchissimi giacimenti petroliferi. Come rivendicato da Descalzi, l’Eni ha ritenuto di mantenere relazioni con l’Iran anche nel periodo dell’ostracismo e delle sanzioni, realizzando progetti strategici come South Pars e Darquain.

L’orizzonte appare roseo anche dal punto di vista degli scambi commerciali. Rohani giunge a Roma con una delegazione di 120 persone in cui gli esponenti politici sono decisamente in minor numero rispetto agli imprenditori. Negli annunci ufficiali non si nasconde che il momento clou della visita è costituito non tanto dagli incontri col primo ministro Renzi, col presidente Mattarella o con Papa Francesco, quanto dal Business Forum di martedì all’Hotel Parco dei Principi a Roma organizzato da Ice, Ambasciata iraniana e Confindustria, alla presenza di circa 500 imprenditori. Nell’attuale quadro economico asfittico, appare giustamente saggio cogliere l’opportunità di agganciare un mercato di quasi ottanta milioni di persone, per lo più giovani ed istruite, e di aggiudicarsi gli appalti per ammodernare le infrastrutture iraniane.

Propiziato dalla distensione voluta da Obama e dalla strategia del sorriso di un uomo, Rohani, desideroso di dialogare con gli ex nemici, il clima di intesa è stato tuttavia avvelenato dai dati snocciolati dalle ong, che hanno ritratto un Paese caduto in una spirale di repressione interna ben rappresentata dalla crescita delle esecuzioni sotto l’attuale presidente. La spaccatura provocata dal disgelo con l’Iran trova insomma qui il suo nucleo: è la contesa tra chi ritiene che la riconciliazione avvantaggerà il fronte moderato rappresentato da Rohani e chi, invece, non ha nascosto il proprio disappunto per l’assenza, nei colloqui al vertice con l’Iran, di ogni riferimento al suo record negativo in materia di diritti umani.

Tutto ciò riporta alla mente lo storico viaggio di Nixon e Kissinger in Cina, salutato come la caduta di un muro e un nuovo inizio. Peccato che le storiche strette di mano di allora non impedirono, meno di vent’anni dopo, il consumarsi dell’eccidio di Tienanmen, emblema ancora attuale di un regime il cui ingresso nel sistema degli scambi internazionali non ne ha intaccato la natura totalitaria. L’odierna postura minacciosa del Dragone in politica estera, sostenuta da un inquieitante riarmo, non può che far riflettere sui limiti di accordi troppo sbilanciati sugli interessi economici e non sempre lungimiranti su aspetti altrettanto strategici.

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