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È il giornalista francese di Les Echos, da pochi mesi corrispondente a Bruxelles e per cinque anni a Pechino, Gabriel Grésillon, a schematizzare la questione relativa alla concessione alla Cina dello status di economia di mercato, oggetto della conferenza “China’s Market Economy Status: is winter coming for European industries?” organizzata dagli europarlamentari David Borrelli (Movimento 5 Stelle, gruppo EFDD), Emmanuel Maurel e Edouard Martin (entrambi di S&D), che venerdì sera è riuscita a ottenere anche l’adesione del Partito Popolare Europeo, intervenuto con Salvatore Cicu.

LE TRE QUESTIONI SUL TAVOLO

“Sul tavolo – ha detto Grésillon – ci sono tre questioni: una economica, una giuridica e una politica. La questione economica consiste nel rispondere alla domanda se la Cina sia o meno un’economia di mercato, ha detto il giornalista francese. La seconda è se l’Unione europea sia obbligata a concedere il MES a Pechino. La terza, molto più diretta: “Lo vogliamo fare?”. “A me – ha sottolineato Grésillon – pare che l’unico importante sia quest’ultimo punto”.

LA COMMISSIONE CHE FA?

David Borrelli, eurodeputato pentastellato (il Movimento 5 stelle a Bruxelles ha portato allo stesso tavolo anche i due gruppi maggiori dell’emiciclo, S&D e PPE), ha voluto subito chiarire che, se da una parte ci sono questioni meramente giuridiche, “il compito della politica è di salvaguardare la dimensione globale del problema, senza cadere subito in questioni tecniche”. No, insomma, a “scelte avventate” che arrivino a “impattare in modo drammatico sul nostro tessuto produttivo”. Un blocco che è causato principalmente “dai miopi interessi soggettivi degli stati”. Dalla Commissione – dice Borrelli – silenzio: “Abbiamo chiesto un parere, ma il commissario Cecilia Malmstroem non ha nulla da dire. Il dibattito sta avvenendo a porte chiuse e noi di conseguenza non possiamo garantire gli interessi dei cittadini”. Il pericolo maggiore è quello che l’eurodeputato del M5s ha definito “il rischio Schengen”, e cioè che “ogni Stato faccia come meglio crede, una sorta di si salvi chi può. L’esempio lo vediamo con la Brexit”. La Commissione inizierà a discutere il problema oggi, al Berlaymont.

PERCHÉ LA CINA NON È UN’ECONOMIA DI MERCATO

Grande attenzione ha riscosso l’intervento di Bernard O’Connor, dello studio legale internazionale NCTM. O’Connor ha ribadito che “la Cina non ha soddisfatto la maggior parte degli impegni che si era presa allora. Quindici anni fa Pechino non fissava i prezzi in base ai criteri dell’economia di mercato, ma promise che l’avrebbe fatto. Non è andata così”. Il grande equivoco è che nel WTO la Cina fu definita “economia di mercato socialista”, con piani quinquennali molto dettagliati, dove “nulla viene lasciato alla fortuna o al caso”, ha detto O’Connor, aggiungendo che “neppure dal punto di vista giuridico può essere considerata un’economia di mercato. In quel Paese non c’è un diritto societario, non ci sono norme antitrust: al novanta per cento le banche sono di Stato e quindi rispettano gli ordini che arrivano dall’alto”. Entrando più nel dettaglio del testo dell’Accordo, O’Connor ha chiarito che “da nessuna parte c’è scritto che alla Cina debba essere concesso il MES in modo automatico”. L’unica cosa certa, ha chiosato il legale dello studio NCTM, è che “se non avremo la possibilità di utilizzare le misure anti dumping, perderemo molti posti di lavoro”.

IL DEPUTATO SOCIALISTA: “L’EUROPA DIFENDA I SUOI INTERESSI”

L’eurodeputato francese Emmanuel Maurel, dando per assodato che “tutti siamo d’accordo che la Cina non sia un’economia di mercato”, ha osservato che “la questione non è giuridica, ma è prettamente politica ed economica”. Un primo obiettivo, ha detto, è stato raggiunto, e cioè di far saltare gli steccati tra i gruppi e i partiti di stanza a Bruxelles: “Che idea di Europa difendiamo? Questo non è un dibattito sui valori o sul diritto. Qui ci sono interessi da difendere”.

IL PALLOTTOLIERE TRA FAVOREVOLI E CONTRARI

Ma quale è la situazione interna tra i gruppi del Parlamento europeo? Fluida, si va “a sensazioni”. E le sensazioni dicono che a oggi la maggior parte degli europarlamentari pare contraria al riconoscimento automatico del MES, mentre al Consiglio la situazione è meno chiara, con la Germania favorevole (ma i sindacati sono schierati contro), l’Italia contraria, per le nette posizioni del viceministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda. Claude Turmes, eurodeputato lussemburghese (Verdi), fa nomi e cognomi: “Tutti sanno che Juncker non decide perché nella stanza dove si prenderanno le decisioni ci sono tre elefanti favorevoli al MES, e sono Germania, Francia e Regno Unito”. Di certo – ha aggiunto Maurel – “si sa che Stati Uniti, Giappone e India non hanno alcuna intenzione di concedere lo status di economia di mercato senza dire nulla”.

IL RUOLO DI ANGELA MERKEL

A favore, invece, vi sarebbero diverse grandi industrie europee, convinte di poter ottenere accesso al mercato cinese nonché materie prime a prezzi bassi per i propri macchinari. È ancora Turmes a prendersela con Berlino: “La Germania è favorevole perché possiede il know-how per far funzionare le industrie cinesi di fotovoltaico”. A ogni modo – ed è stato ribadito più volte nel corso della conferenza, “non si tratta di sfidare la Cina, né di avere pregiudizi verso quel Paese. Si tratta – ha detto l’eurodeputato francese di difendere una certa concezione del mercato e dell’economia”. Nessuna ostilità verso Pechino neppure dal Movimento 5 Stelle, ma se apertura dovrà esserci, sia fatta in modo che “questa avvenga in una situazione di parità e reciprocità”. E comunque, ha detto Salvatore Cicu, “non è questione di protezionismo tout-court né di fare ideologia senza andare a guardare quel che prevedono gli accordi, e la Cina non soddisfa le condizioni per essere considerata economia di mercato”.

LA QUESTIONE DELL’ACCIAIO E IL NO DEI SINDACATI

È un po’ quel che ha sostenuto poco più tardi l’eurodeputato Edouard Martin: “Messi è stato eletto Pallone d’oro non perché gli arbitri lo hanno favorito, ma perché è stato il più bravo in un gioco in cui le regole sono uguali per tutti. La domanda, semplicissima è: la Cina applica al mercato le stesse regole che applichiamo noi? Perché l’Europa trema quando si sente parlare di Pechino? Forse perché il piano Juncker ha bisogno di finanziamenti?” I problemi, con ogni probabilità, si avranno sul fronte sindacale. Guido Nelissen, sindacalista di Industri’All (7 milioni di lavoratori rappresentati) ha detto che la concessione del MES alla Cina sarebbe “devastante”, al punto che “entro vent’anni non ci sarà più produzione di acciaio in Europa. Se Pechino otterrà questo status – ha aggiunto – tutto avverrà in modo automatico e noi, come europei, ci limiteremo ad ascoltare. Il deficit commerciale dell’Unione europea rispetto alla Cina è doppio rispetto a quindici anni fa e concedere lo status non farebbe altro che peggiorare le cose”. L’esempio classico è quello dell’acciaio: “Oggi il cinquanta per cento dell’acciaio mondiale è prodotto il Cina. In dieci anni, la produzione in quel Paese è quadruplicata, mentre nel resto del mondo è rimasta a livelli stabili”. Questo è il punto, ha asserito Nelissen: “Se non fosse stata un’economia socialista (e quindi non un’economia di mercato), ciò sarebbe stato impossibile, visto che non esiste alcun vantaggio competitivo con noi su quel tipo di produzione”.

Leggi tutti gli approfondimenti sul dossier Mes alla Cina:

Tutti gli avvertimenti di Washington sul Mes alla Cina. L’articolo di Michele Pierri

Perché si deve dire no allo status di economia di mercato per la Cina. L’intervento dell’europarlamentare del Ppe,Massimiliano Salini

Bruxelles frena Pechino sullo status di market economy per la Cina. Fatti e indiscrezioni raccolti da Giancarlo Salemi

Perché Confindustria teme la Cina col timbro Mes. Tutti i dubbi della confederazione presieduta da Giorgio Squinzi

Ecco i settori del made in Italy che tremano per il Mes alla Cina. I numeri, gli scenari e il pensiero del governo riportati da Giancarlo Salemi

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