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In effetti era da troppo tempo che a nessun uomo di governo veniva in mente di offrire in modo sbalorditamene ingenuo un commento superfluo sul mondo dell’istruzione. In molti credevano che i vari “choosy”, “bamboccioni” e “sfigati” rappresentassero una razione di disprezzo sufficiente per non dover essere ancora umiliati e blanditi da un qualche ministro più o meno in voga. Ci si stava già abituando all’idea di veder demolita la scuola pubblica a colpi di silenziosi emendamenti al limite del regolamento e lontano dall’opinione pubblica, ma fortunatamente il ministro Poletti è intervenuto giusto in tempo per riportarci tutti alla realtà.

“Meglio un 97 a 21 anni che un 110 e lode a 28”, giacché noi italiani ci interessiamo solo dell’estetica superflua del voto e non ci curiamo dell’essenza della cultura che viene dallo studio. Innanzitutto credo valga la pena osservare che, salvo per coloro che da giovani hanno fatto la primina o per chi è nato a ridosso del mese di dicembre, la legislazione italiana non prevede la possibilità di laurearsi a 21 anni. Dunque o il ministro del lavoro sogna un mondo di studenti nati durante le vacanze di Natale, poco importa se il 30 dicembre o il 2 gennaio, oppure la sua affermazione sembra tradire sin da subito un’analisi non esattamente impeccabile della situazione. E spingendosi pochi passi più avanti nell’analisi testuale difficilmente si riesce a non confermare lo scetticismo iniziale.

Dietro alla storia tanto ovvia quanto poco compresa di guardare prima alle proprie conoscenze e poi ai voti in pagella, Poletti è riuscito a mascherare un’efferata serie di delitti compiuti dai governi degli ultimi venti anni ai danni dell’istruzione e, per estensione, della cultura. Senza ripercorrere il trivellamento della scuola condotto dalle riforme Berlinguer – Moratti – Gelmini, solo pochi giorni fa l’ex ministro Carrozza, ispirata chissà da quale fulminante genio, ha elegantemente sottolineato di non voler mai più vedere uno studente di 25 anni privo di esperienza lavorativa. Non paga dell’insulto rivolto a chi tutti i giorni siede dietro ad un banco e dall’alto dell’autorevolezza pedagogica che le viene dal suo ruolo di ex ministro dell’istruzione, la Carrozza ha suggerito ai ragazzi italiani di cimentarsi in uno di quei bei lavori formativi tradizionali, di quelli che ti fanno capire il senso della vita e che ti fanno mettere la testa a posto. Cito letteralmente: “un’esperienza come cameriere o assistente in libreria”. Premesso che l’affermazione, spero involontariamente, genera un poco gradevole senso di subordinazione di queste mansioni a quegli impieghi che invece non si addicono ad un giovane alle prime armi (“vorrei che i nostri laureandi non arrivino ai 25 anni senza aver mai fatto i ministri dell’istruzione!”, per esempio), trovo decisamente singolare il suggerimento dell’ex ministro. Un’esperienza da cameriere o da assistente in libreria sembrerebbe aver senso solo per chi sta studiando nel settore della ristorazione o chi vuole dedicarsi al mondo dei libri, decisamente un campione troppo ristretto per estendere la ricetta urbi et orbi. Se poi uniamo questa ristretta cerchia al campione altrettanto elitario di studenti che hanno fatto la primina e si laureano a 21 anni, finiamo per concludere che i due ministri hanno parlato poco più che ad una manciata di persone.

Temo di dover constatare che l’analisi testuale non esaurisca il senso delle parole dei due compari. Lungi dall’interessarsi alla conoscenza per il gusto e il piacere della conoscenza in quanto tale, appare crudamente evidente che entrambi alludevano all’applicabilità produttiva delle proprie competenze come unico canone di distinzione tra i gli studenti buoni e quelli cattivi. Guardando poi al funzionamento del Jobs Act, ai progressivi programmi di interazione tra la scuola e le imprese (che non mi risulta abbiano tra i propri fini peculiari quello di formare persone dedite alla poesia, alla pittura e al suono della cetra), al barbaro sottofinanziamento della ricerca e della didattica in Italia, alle terribili statistiche sull’abbandono precoce della scuola e al totale deserto intellettuale che offrono i nostri canali di informazione, il quadro sembra essere ancora più chiaro.

Ovviamente non si tratta di un’invettiva nei confronti dei due maldestri ministri, colpevoli tutt’al più di aver detto quello che in realtà pensano. Si tratta piuttosto della disperata constatazione che al ministero la pensino davvero così.

Un’ultima osservazione. Solo qualche mese fa il governo parlava di un piano straordinario per finanziare il “rientro dei cervelli in fuga” dal nostro Paese ma, constatando che anche stavolta si finirà ad infoltire la lista già ben nutrita delle promesse non mantenute, chissà che non sia opportuno iniziare a pensare di far rientrare i cervelli nelle teste. Magari iniziando proprio dalle loro per dare il buon esempio.

La fuga dei cervelli: dalle teste e da altre sciocchezze

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