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Le speranze di un successo per la X Conferenza del World Trade Organization c’erano tutte. Si veniva da un accordo non facile raggiunto a Parigi sulle questioni climatiche, si era scelto, non a caso e per la prima volta, uno stato africano, il Kenya, per ospitare i lavori di rilancio dell’Agenda di Doha promossa nel novembre del 2001, subito dopo l’attentato alle Torri Gemelle, come risposta al terrorismo mondiale. Eppure nonostante le premesse, dopo quattro giorni di incontri fittissimi, le distanze tra Nord e Sud del mondo restano tutte, con i nodi da sciogliere sempre uguali: da una parte i big come Unione Europea e Stati Uniti per maggiori aperture soprattutto nel campo agricolo e dei servizi, dall’altra i Paesi in via di sviluppo e quelli più poveri a fare blocco contro liberalizzazioni che rischierebbero di mettere in ginocchio le loro economie, con le posizioni più attendiste di paesi come Cina e India che però tutto sono meno che paesi emergenti.

IL COMMENTO DI CALENDA

Così la Conferenza di Nairobi si chiude solo con un accordo importante raggiunto per l’eliminazione dei dazi per 201 prodotti dell’information technology, grazie all’impegno di 53 paesi che rappresentano il 90% del commercio di questi beni. Un accordo settoriale che permetterà di liberalizzare gli scambi di beni ad alto valore tecnologico per arrivare, secondo le stime della stessa WTO, a coprire il 10% del commercio mondiale, per un valore annuale di oltre 1,3 trilioni di dollari USA. “In pratica un volume di scambi più ampio di quello relativo ai prodotti dell’automotive – ha commentato il Vice Ministro per lo Sviluppo Economico, Carlo Calenda – Si deve poi considerare che questo accordo darà alla Ue un vantaggio tariffario pari a 6,3 miliardi di euro“. E su Twitter ha chiosato: “Accordo #WTO raggiunto a Nairobi: l’Italia ha fatto lavoro importante qui e da Roma per compattare i paesi UE”.

LO SCENARIO

Perfino a Bali, due anni prima, si erano registrati più progressi a partire dalla riforma delle procedure doganali con la riduzione del peso della burocrazia e il potenziamento delle infrastrutture, attraverso l’uso di strumenti digitali e automatizzati. I quattro giorni di lavoro di Nairobi, al di là dell’indicazione generica di rilanciare il commercio mondiale, fotografano un Wto debole, incapace di dare la giusta spinta propulsiva agli accordi multilaterali e con gli Stati più interessati a chiudere accordi bilaterali di libero scambio. Restano così in piedi le controversie sui sussidi all’agricoltura, le diverse concezioni sulla sicurezza alimentare e l’accesso al mercato dei paesi in via di sviluppo, così come è un tema quasi inesplorato quello della liberalizzazione dei servizi, una bandiera ammainata troppo presto da Unione Europa e Stati Uniti.

LE PAROLE DI FROMAN

D’altra parte era stato lo stesso negoziatore americano, Michael Froman in apertura dei lavori ad aver sentenziato che “bisogna essere onesti: il Doha round è a fine corsa”. “Ci incontriamo un’altra volta a parlare di Doha Round che, a fronte di tutte le speranze iniziali che ha rappresentato, semplicemente non ha dato frutti. Se l’obiettivo del commercio globale è guidare lo sviluppo e la prosperità in questo secolo come ha fatto negli ultimi, abbiamo bisogno di scrivere un nuovo capitolo per l’Organizzazione mondiale del commercio che rifletta le realtà economiche di oggi. È tempo per il mondo di liberarsi delle restrizioni di Doha”.

IL RUOLO EUROPEO

Con gli Stati Uniti scettici, anche l’Europa ha giocato un ruolo minimalista, cercando di concentrarsi su quei temi che realisticamente si possono raggiungere. Contro la crisi dell’Agenda di Doha nel suo complesso, l’Europa ha proposto senza fortuna di “spacchettare” il tema dei sostegni all’export in agricoltura (composti da sussidi, crediti alle esportazioni, imprese di stato esportatrici e aiuti alimentari) rispetto ai quali dare, come ha detto il Commissario al Commercio  Cecilia Malmstrom, risposte “bilanciate e ampie” alle richieste di Paesi emergenti e in via di sviluppo che hanno fatto fronte comune per far saltare il banco.

IL FUTURO

La verità, come ha detto il ministro per il commercio australiano, Andrew Robb, uno dei big player del commercio mondiale è la stessa “Wto ad essere messa in discussione”. Ad appena vent’anni dalla sua nascita l’Organizzazione mondiale per il Commercio ha visto crescere i paesi che vi hanno aderito, per ultimo la Liberia festeggiata proprio a Nairobi come 163esimo paese partner, ma che ha una governance elefantiaca dove anche il più minuscolo dei partner ha il potere di veto e di bloccare l’intero negoziato.

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