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I BOMBARDAMENTI IN SIRIA

Ad essere sotto accusa sono in particolare i bombardamenti dei caccia russi partiti in Siria a fine settembre su richiesta ufficiale del regime e andati via via intensificandosi. Una mappa dell’Institute for the study of war mostra infatti come sin dal principio i raid iniziati dopo il via libera della Duma, il parlamento russo, si siano concentrati su tre province: Homs, Hama e Latakia. Un’offensiva che, secondo molti analisti, è tesa più a danneggiare i gruppi ostili all’alleato del Cremlino Bashar al-Assad (tra cui quelli addestrati dalla Cia), che non a colpire lo Stato Islamico, non particolarmente presente in quelle zone.

LE CRITICHE DI NATO E USA

Questo clima già teso si è ulteriormente deteriorato nelle scorse ore, dopo il lancio di missili cruise e le violazioni di Mosca dello spazio aereo della Turchia, membro della Nato. L’8 ottobre arrivando alla riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza a Bruxelles, il segretario generale Jens Stoltenberg ha avvertito che la Nato è pronta a difendere Ankara e che Mosca deve giocare “un ruolo costruttivo e di cooperazione nella lotta all’Isis” e “non continuare il suo sostegno al regime di Assad“. E per essere ancora più chiaro ha aggiunto: favorire il dittatore “non rappresenta un contributo costruttivo alla pace e ad una soluzione pacifica” in Siria (una posizione ribadita in poche ore anche dall’amministrazione Usa attraverso l’ambasciatore degli Stati Uniti d’America presso la Nato, il generale Douglas Lute, e dal segretario alla Difesa di Barack Obama, Ashton Carter, durante la sua recente visita in Italia.

LE CONSEGUENZE

Queste preoccupazioni non sono solo di natura strategica. Molti analisti rilevano infatti che l’attivismo russo, portato avanti in questo modo, potrebbe non solo avere la conseguenza di rafforzare i drappi neri – come si legge su Business Insider -, ma anche produrre effetti nefasti per il Vecchio Continente e in particolare per la Penisola. Da un lato perché produce ulteriore caos, alimentando l’afflusso di profughi in Europa che transita prevalentemente da Tripoli, ma non solo. Dall’altro – come mette in evidenza Deutsche Welle passando in rassegna le opinioni presenti sui maggiori media arabi – acuisce ancora di più lo scontro interno all’Islam tra sunniti – accusati, come rilevava su Formiche.net Carlo Pelanda, di finanziare sottobanco l’Isis per impedire al regime degli ayatollah di avere una continuità territoriale nell’ambito della cosiddetta “mezzaluna sciita” che va da Teheran, passa per l’Iraq attraversa la Siria e arriva nel Sud del Libano con gli Hezbollah – e sciiti – che con l’Iran sostengono anch’essi il regime di Assad. La combinazione di questa proxy war e del rafforzamento del sedicente Califfato potrebbero infatti estendersi, come in parte già accade, fino alla Libia, a poche miglia dalle coste italiane. Nell’ex regno di Muammar Gheddafi, le due macro-fazioni che si contendono il Paese sono sostenute da un lato da Turchia e Qatar e dall’altro da Egitto ed Emirati Arabi Uniti. I primi sostengono il vecchio parlamento, il Gnc; i secondi Tobruk, la nuova assise riconosciuta dall’Occidente. Proprio in queste ore, lo sforzo diplomatico dell’inviato speciale dell’Onu nel Paese Bernardino León per il raggiungimento di un governo di unità nazionale sembra giunto nella sua fase finale. Alzare ancora la tensione, si evidenzia in ambienti diplomatici, potrebbe, però, far saltare tutto a un passo dal traguardo.

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