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L’intervento russo in Siria a diretto sostegno di Bashar al-Assad è stato giudicato in modo diverso, soprattutto in ragione del grado di simpatia nei riguardi di Obama. Per taluni il suo confronto con Putin all’ONU è stato disastroso. Gli USA avrebbero subito un’umiliazione. Obama sarebbe stato colto di sorpresa. Avrebbe lasciato l’iniziativa nelle mani di Putin, con una grande danno al prestigio americano nell’intero Medio Oriente, aggiunta al disastro dell’addestramento d’insorti “moderati” in Siria. Quest’ultimo è stato sospeso da pochi giorni, dopo che un loro gruppo era stato catturato e un altro era passato con armi e bagagli al Fronte al-Nusra, branca siriana di al-Qaeda.

Altri la pensano in modo opposto. Mostrandosi acquiescente, Obama avrebbe attirato Putin in un tranello, convincendolo ad impegnarsi in Siria tanto da non potersi più ritirare. La Russia s’invischierebbe nel ginepraio mediorientale. Non potrebbe ottenere vantaggi per l’Ucraina o le sanzioni. Non potrebbe stabilizzare la Siria. L’esercito di Assad è ridotto a circa 90.000 uomini. Le sue forze di manovra sono ridotte a due divisioni, prevalentemente alawite e cristiane. L’intervento russo puntellerà il traballante governo di Damasco solo per qualche tempo. Eviterà durante tale periodo genocidi e fuga in massa verso l’Europa delle minoranze, terrorizzate dalle prospettive di vittoria dei sunniti, sempre più radicalizzati. In sostanza, l’intervento russo, prolungherà il conflitto.

Le parti in campo più colpite dall’intervento russo – anche se nelle sue attuali ridotte dimensioni – sono la Turchia e l’Arabia Saudita. La prima ha visto sfumare la possibilità di realizzare due sue proposte: la costituzione di una zona di sicurezza in corrispondenza del tratto di frontiera con la Siria non controllato dai curdi, e l’imposizione di una no-fly zone sul territorio siriano. Inoltre, l’intervento russo, unito al flop dell’addestramento d’insorti “moderati” da parte USA, renderà il sostegno dei curdi siriani e iracheni ancora più importante per gli americani. Ankara teme che aumenti la probabilità della costituzione di uno stato curdo, alla sua frontiera meridionale, e che esso rafforzi l’agitazione della minoranza curda in Turchia. Sarebbe il fallimento più completo della politica estera di “nessun nemico alle frontiere”, perseguita da Erdogan e Davutoglu.

Infine, la presenza russa rafforzerebbe l’influenza dell’Iran in tutta la “mezzaluna fertile”. Reparti scelti della Forza Al-Quds dei Pasdaran starebbero affluendo in Siria. Si preparerebbero a partecipare alla controffensiva terrestre delle forze di Damasco, che con l’appoggio aereo russo mirerebbe a riconquistare territori recentemente perduti, rafforzando così il corridoio Damasco – Homs -Latakia.

Anche l’Arabia Saudita è preoccupata per l’aumento dell’influenza iraniana si suoi confini settentrionali, per il sostegno che Mosca ha ricevuto dal governo di Baghdad e perché i russi hanno bombardato prioritariamente non l’ISIS, ma gli insorti sostenuti dal “blocco sunnita”. Malgrado la sua retorica, Mosca sembra poco interessata a colpire l’ISIS. Lo è stato sempre anche Assad. La logica seguita da quest’ultimo è comprensibile. L’Occidente – e anche la Russia – non permetteranno mai la vittoria in Siria e Iraq dello Stato Islamico. Sono consapevoli che il suo contagio si estenderebbe dall’Africa all’Asia Centrale. Molte formazioni jihadiste hanno dichiarato obbedienza ad Abu Badr al-Baghdadi. Nel Caucaso settentrionale e in Uzbekistan sono stati creati emirati che hanno giurato obbedienza al Califfo. Mosca li considera un pericolo diretto. Più di 3.000 foreign figther provengono dall’ex-URSS.

(prima parte di un’analisi più ampia; la seconda parte sarà pubblicata domani)

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