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Attaccare, sia pure simbolicamente, una base delle Nazioni Unite non è certo un atto commendevole, ma per cercare di comprendere le ragioni israeliane proviamo a stare ai fatti che hanno preceduto il lancio di missili sul contingente Unifil in Libano.
Cominciamo con una premessa. Tecnicamente parlando, il Libano è uno Stato fallito. Uno Stato occupato militarmente da un’organizzazione terroristica, Hezbollah, che rappresenta appena un terzo della popolazione libanese ed è finanziata dall’Iran per muovere guerra ad Israele.
È per questo, per evitare conflitti diretti tra Hezbollah e le forze armate israeliane e/o attacchi di Hezbollah contro i cittadini di Israele, che da 46 anni i caschi blu delle Nazioni Unite sono presenti in Libano.
Più precisamente, presidiano i 20 chilometri di territorio libanese tra il fiume Litani e il confine israeliano. Il loro attuale mandato è stabilito dalla risoluzione 1701 approvata dall’Onu nel 2006.
In buona sostanza, è scritto che i caschi blu debbono coadiuvare le forze armate libanesi nelle operazioni di bonifica di quel territorio affinché non vi siano armi, né postazioni militari. Ma le forze armate libanesi di fatto non esistono, e di sicuro non si azzardano a mettere piede in quell’area.
Ne consegue che i caschi blu di Unifil se ne restano asserragliati nei loro quartieri, che Hezbollah ha disseminato di postazioni missilistiche l’intero territorio e che da quelle postazioni sono partiti 8000 razzi sul Nord di Israele provocando l’esodo di 70mila civili.
Come non bastasse, nell’indifferenza dei militari Onu, i miliziani del “Partito di Dio” (questo il significato di Hezbollah) hanno anche scavato chilometri e chilometri di tunnel sotterranei al fine di replicare il pogrom realizzato da Hamas lo scorso 7 ottobre.
È perciò chiaro a tutti che, come ha, tra gli altri, recentemente certificato anche l’ex direttore del Dis Giampiero Massolo, la missione Unifil è ufficialmente fallita perché “non ha adempiuto al suo mandato”.
Unica sua funzione concreta, oggi, è quella di fare fisicamente da scudo ai miliziani di Hezbollah. È per questo che Israele sta cercando di convincere, anche con la forza, i 10mila soldati di Unifil a togliersi dalla linea di fuoco.
Questi, dunque, i fatti. Fatti che, a giudizio di chi scrive, rendono largamente comprensibile e sostanzialmente giustificabile l’atteggiamento di Israele. Uno Stato sotto attacco.
Volendo, dunque, uscire dalla decennale ipocrisia che la contraddistingue, l’Onu dovrebbe ritirare la missione Unifil oppure dovrebbe cambiarne la natura, e di conseguenza le regole di ingaggio, da peace keeping a peace enforcing. Il resto, pur essendo brutto a dirsi, sono solo chiacchiere.

Basta ipocrisie, Israele ha ragione. Il corsivo di Andrea Cangini

Attaccare, sia pure simbolicamente, una base delle Nazioni Unite non è certo un atto commendevole, ma per cercare di comprendere le ragioni israeliane proviamo a stare ai fatti che hanno preceduto il lancio di missili sul contingente Unifil in Libano. La missione è ufficialmente fallita perché “non ha adempiuto al suo mandato”, dunque l’Onu dovrebbe ritirarla o cambiarne la natura. L’opinione di Andrea Cangini

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