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Magari è solo una coincidenza temporale, ma dal momento in cui si sono cominciati a registrare i nuovi movimenti russi in Siria (obiettivo dichiarato: combattere lo Stato islamico; obiettivo chiaro: difendere il governo di Damasco), diversi altri Paesi dell’asse occidentale hanno aumentato il proprio coinvolgimento.

I primi a muoversi gli inglesi: piaccia a no al nuovo leader dei Labour Jeremy Corbyn ─ uscito da una sinistra radicale antagonista che si pensava rimasta nel dimenticatoio degli anni Settanta ─, il premier David Cameron ha già autorizzato un attacco aereo, condotto con un drone a Raqqa il 21 agosto, che ha ucciso due cittadini britannici in Siria, accusati di complottare tra le file del Califfato attentati sul suolo natio. Una scelta importante quello di colpire uomini con nazionalità del proprio paese, che era costato una sequela di polemiche (non ancora del tutto concluse) a Barack Obama, quando nel 2011 ordinò il raid che uccise Anwar al Awlaqi, yemenita di origine ma di nazionalità americana tra i principali predicatori e ideologi di al Qaeda (off topic, sul Foglio c’è la sua affascinante storia raccontata da Daniele Raineri).

A inizio luglio ─ erano  i giorni che seguivano l’attentato alla spiaggia tunisina di Sousse, in Tunisia, dove un affiliato IS uccise a fucilate una trentina di turisti inglesi ─ il ministro della Difesa britannico Michael Fallon era andato alla Camera dei Comuni a dire che era «illogico» condurre una compagna aerea contro lo Stato islamico limitandosi soltanto al quadrante iracheno perché «i terroristi non si differenziano tra Siria e Iraq». In realtà, a parte l’attacco contro i due inglesi, le operazioni di Londra in Siria non sono ancora definite: Cameron sta lavorando per accaparrarsi il consenso di alcuni parlamentari laburisti e rovesciare il voto ai Comuni che nel 2013 fermò l’appoggio all’America, che aveva deciso di bombardare Assad post attacco chimico a Damasco, e ruppe in parte la “special relationship” militare tra i due Paesi: ora si tratta di colpire lo Stato islamico, e dunque le probabilità sull’ok sono migliori (Corbyn a parte).

Sulla stessa linea s’è posta ultimamente anche la Francia. L’8 settembre sono iniziati i sorvoli dei caccia francesi sul territorio siriano: cercano di acquisire dati per catalogare gli obiettivi. Il ministro della difesa francese Jean-Yves Le Drian in un’intervista alla radio francese France Inter ha detto che «nelle prossime settimane», quando tutti gli obiettivi saranno acquisiti, inizieranno gli airstrike francesi in Siria. «I bombardamenti saranno necessari» ha detto il premier Manuel Valls: secondo il Wall Street Journal la decisione francese è legata a una stretta necessità interna. Oltre 400 cittadini francesi si trovano in Siria a combattere il jihad: Parigi teme che questi forign fighters possano rientrare e compiere attacchi in Francia ─ un po’ lo stesso timore condiviso da Cameron e che ha spinto la decisione a colpire i due inglesi in Siria. Insomma, i francesi iniziano a pensare che per evitare stragi interne, è meglio colpire i terroristi all’estero.

Anche l’Australia ha aperto agli airstrike in Siria ─ il paese rischia di essere vittima del terrorismo di ritorno di un genere analogo a quello francese e inglese, visto l’alto numero di combattenti australiani sul terreno del jihad siro-iracheno. CentCom (il Comando Centrale americano che coordina le operazioni in Medio Oriente) ha confermato che gli australiani hanno già colpito depositi di carburanti e blindati “da autobomba” dei jihadisti siriani. L’ampliamento delle operazioni alla Siria (l’Australia partecipava già ai bombardamenti in Iraq) è parte della legacy dell’ora ex premier Tony Abbot, sostituito pochi giorni fa da Malcolm Turbull che ha vinto il voto al caucus del partito liberale.

«Dobbiamo pensare a nuovi modi di agire» ha detto l’anonimo funzionario di intelligence francese sulle cui dichiarazioni il WSJ ha basato il pezzo sulle ragioni dello step up siriano di Parigi. Un sondaggio pubblicato pochi giorni fa sul Journal du Dimanche ed eseguito dall’agenzia Ifop mostra che il 56% dei francesi è favorevole addirittura ad un intervento di terra in Siria, programmato nell’ambito di un impegno di coalizione internazionale. È un dato forte, visto che la Francia scese in piazza quando il governo si mostrò aperto alla decisione di Obama di colpire Assad nel 2013 (quella rifiutata dal parlamento inglese). Anche in questo caso, pesa l’instaurarsi in Siria del threat Califfato.

Il rinnovato interessamento dei governi e dell’opinione pubblica può essere connesso e strettamente collegato al fatto che sia per la crisi dei rifugiati sia per l’ampia discussione generata dall’aumento del coinvolgimento russo, l’attenzione sulla guerra civile siriana si è riaccesa. Il problema però è che per risolvere il conflitto, e dunque mettere una pezza alla questione rifugiati, non basta seguire quello che chiede la maggioranza della gente e che indicano i governi, cioè combattere soltanto lo Stato islamico, ammesso pure con un intervento di terra (probabilmente necessario). Serve anche andare a “cacciare” il regime assadista. Un enorme problema, visto che quel rinnovato impegno russo (e iraniano) ha come principale obiettivo di sostenere Assad e la voce flebile occidentale ─ offuscata ancora di più dai guai sui dossier “taroccati” americani ─ passa spesso sopra al fatto che la “questione siriana” è colpa del regime (e dell’Occidente che ha scelto di non impegnarsi per deporlo).

@danemblog

(Foto: Telegraph)

 

 

 

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