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Donald Trump ha un’estate di vantaggio sui suoi rivali. Lui ci sta dando dentro a fondo, le spara grosse e spende un sacco. Gli altri, i favoriti della vigilia, che adesso arrancano nei sondaggi, misurano le forze perché la gara è lunga: mancano 442 giorni all’Election Day dell’8 novembre, oltre 150 giorni all’inizio delle primarie. Una corsa così faticosa che rischi di finire in apnea.

Ma il magnate dell’imprenditoria e showman, Donald il rosso per via dei suoi improbabili capelli, non se ne cura: a corto di soldi, lui non rischia di restare; e deve invece acquisire politicamente notorietà e credibilità.

Incuriosita, la gente lo segue: a Mobile, in Alabama, l’altro giorno, la stadio da 40 mila posti era quasi esaurito, quando lui c’è entrato sulle note, un po’ scontate, di ‘Sweet Home Alabama’, dopo essere sceso dal suo 757 personale e personalizzato –nello Iowa, non l’aveva usato, perché la gente un po’ economa di quello Stato non l’avrebbe apprezzato-.

Poi, ha sciorinato il suo programma politico: “Annienterò i miei rivali, sto schiacciando Jeb Bush e Marco Rubio in Florida”, il loro Stato. Quanto a Hillary Rodham Clinton, la ‘nemica’ democratica, “non so se arriverà fino in fondo: sento di lei brutte cose”; un riferimento all’emailgate, lo scandalo che porterà l’ex segretario di Stato a testimoniare di fronte a una commissione del Congresso.

Quindi, eccolo lanciare al galoppo il cavallo di battaglia della sua campagna: contro l’emigrazione, per un muro tra Usa e Messico, contro – ed è quasi inaudito, negli Stati Uniti – lo ‘ius solis’, cioè il principio, sancito da un emendamento della Costituzione, che chiunque nasce sul suolo dell’Unione ne è cittadino. Un tema che al Sud gli vale la simpatia della ormai ‘minoranza bianca’ e i consensi degli ultra-conservatori e dei qualunquisti, che poi non votano. Ma che gli preclude il sostegno, molto pesante, degli ispanici. Tant’è che Bush e Rubio, due dei suoi avversari più accreditati, moglie messicana l’ex governatore della Florida, genitori cubani il senatore, gli danno sistematicamente contro, mentre qualche peone del folto gruppo – 17 gli aspiranti alla nomination – prova a imitarlo.

Secondo Politico, 7 su 10 repubblicani ‘doc’ vogliono che Trump la smetta con ‘sta storia e cambi registro. Anche se i sondaggi, per ora, gli danno ragione: è ben in testa al plotone dei candidati, sfiora il 25% dei suffragi – solo Bush e Scott Walker, governatore del Wisconsin, superano regolarmente la soglia del 10% – e ha ridotto sotto i 10 punti il distacco da Hillary Clinton. Secondo un rilevamento Cnn/USAToday, in un duello oggi il 51% voterebbe l’ex first lady e il 45% Trump, che, a giugno, quando scese in lizza, era indietro di 25 punti,

Il magnate dell’imprenditoria non ha problemi di soldi – può spendere fino a un miliardo di dollari del suo, si vanta -, mentre gli altri centellinano i fondi. E, poi, senza peli sulla lingua e senza freni da ‘politicamente corretto’, fa sempre meglio del soporifero Jeb. In un match a distanza nel New Hampshire, lo ha bollato come “ineleggibile”, “poco energico” e “inconcludente”; e lo ha canzonato perché “fa addormentare” i pochi che lo vanno a sentire. Quindi, ha bocciato le posizioni di Bush luna dopo l’altra, dall’educazione alla sanità, dall’immigrazione alla politica estera. “E’ la cosa più stupida mai sentita in politica”, ha detto, della tesi di Bush sulla necessità di “un maggior ruolo Usa nel gioco” in Iraq, impegnando più risorse contro il Califfato.

Pare Gastone, di questi tempi: i contrattempi diventano colpi di fortuna. Una corte di New York l’aveva convocato come potenziale giurato: un fastidio per tutti, figuriamoci per lui, che, a marzo, aveva già avuto un’ammenda di 250 dollari per non avere risposto a cinque convocazioni dal 2006 – inviate all’indirizzo sbagliato, è la tesi difensiva. Stavolta, Trump è andato e, davanti a una selva di telecamere, s’è detto pronto a fare il suo dovere di cittadino. Ne è uscito uno spot; e manco l’hanno preso.

Trump, ecco il cocktail del (momentaneo) successo

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